PSICOTERAPIA-PSICOANALISI
PSICOANALISI E PACE: come curare la psicopatologia della guerra
di Diego Miscioscia
Riceviamo da Diego Miscioscia, psicologo psicoterapeuta, socio fondatore dell’Istituto Minotauro, questo articolo che affronta un argomento di cocente attualità. Partendo dal presupposto che la guerra è una forma di psicopatologia in cui entrano in gioco meccanismi di natura paranoide e maniacale, sollecita a portare l’attenzione, anche nel rapporto psicoterapeutico, sull’attivazione inconscia di tali meccanismi, sul significato profondo delle scelte sociali dei pazienti, e sullo sviluppo dell’armonia tra le diverse parti del Sé, quale fondamento interiore di una cultura di Pace. Conclude l’articolo un’analisi psicoanalitica dell’enunciato “si vis pacem, para bellum” (“se vuoi la pace, prepara la guerra”).
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In questo articolo mi propongo di evidenziare come la psicopatologia della guerra possa essere curata preventivamente grazie al nuovo paradigma evolutivo che da alcuni decenni si è affermato sempre di più in campo psicoanalitico. Una maggiore consapevolezza sul piano clinico dei fattori psicologici individuali che sarebbe opportuno considerare, rafforzandone alcuni ed elaborando quelli più irrazionali, inoltre, rappresenta la premessa anche per un’azione pedagogica più mirata e volta a eliminare quelle fragilità psicologiche evolutive che alimentano la cultura della guerra.
A partire dallo stesso Freud, negli anni diversi autorevoli psicoanalisti hanno analizzato la psicopatologia della guerra. Per restare solo sui contributi più recenti, diversi autori hanno evidenziato che nel corso di una guerra, noi non assistiamo solamente ad una perdita delle qualità migliori della nostra umanità, ma vediamo altresì in azione dei veri e propri meccanismi psicopatologici di natura paranoide e maniacale. Franco Fornari, ad esempio, uno dei maggiori studiosi di questo fenomeno, nel libro “Psicoanalisi della guerra” (1966) osservava che La guerra corrisponde a un tentativo di salvare il proprio oggetto d’amore attraverso una modalità paranoidea, rappresenta una modalità di elaborazione paranoica del lutto; egli, dunque, metteva l’attenzione sul fenomeno del dolore e del lutto e sull’attivazione inconscia di meccanismi di difesa di tipo primitivi di scissione e proiezione. Un altro importante studioso di questo fenomeno, Vamik Volkan, in un suo libro del 2020, invece, analizzava il piacere pregenitale sadico che viene stimolato dalla guerra. Secondo Volkan, tale piacere è presente, in particolare, in quelle azioni di accanimento violento di una popolazione verso un’altra ed è definibile come “genocidio”; egli in questo libro afferma: Più del lutto, è il godimento sadico che può guidare le azioni genocide.
La guerra, dunque, rappresenta un disturbo psichico e un conflitto interno esternalizzato: non è però un destino dell’uomo. I disturbi di tipo paranoideo, infatti, possono essere curati ed è anche possibile far evolvere le pulsioni sadiche pregenitali verso forme di godimento genitale più maturo basate sulla pulsione di scambio positivo.
Quando nel 1932 la Società delle Nazioni aveva sollecitato Freud e Einstein a confrontarsi sul tema della guerra, Freud stesso, aveva raccolto le proprie riflessioni in risposta alle domande di Einstein e nel 1933 aveva scritto un saggio nel quale sosteneva con forza la necessità di opporsi alla follia della guerra. Egli scrive in questo libro: La guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo di incivilimento. Dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa. (S. Freud, “Perché la guerra?”, 1933). Pur credendo in un lento cambiamento culturale che avrebbe posto fine alle guerre (…tutto ciò che favorisce l’incivilimento lavora anche contro la guerra), Freud comunque in quegli anni, basandosi esclusivamente su un paradigma di tipo pulsionale, non intravede ancora un’azione clinica possibile per allontanare il rischio della guerra dalla mente e dalla storia dell’uomo. Nello stesso libro, egli scrive: …è triste pensare a mulini che macinano talmente adagio che la gente muore di fame prima di ricevere la farina! (Op.cit.). Anche altri importanti psicoanalisti nel secolo scorso si sono battuti contro la guerra: Hanno Segal, ad esempio, nel 1987 aveva affermato: Ho deciso che è meglio urlare, il silenzio è il vero crimine (H. Segal, 1987).
A questo punto, tuttavia, si impone una domanda: come mai questo tipo di “follia sociale collettiva” non ha ancora trovato spazio nel setting analitico come contenuto riflessivo per aiutare i pazienti a non cadere nella paranoia sociale e per sviluppare in loro quegli stati superiori di consapevolezza che permettono di gestire in modo più maturo le pulsioni violente? Gli sviluppi recenti della psicoanalisi mostrano un orientamento sempre più convergente verso l’integrazione tra paradigmi relazionali e paradigmi evolutivi. Questo spostamento dell’attenzione nella relazione coi pazienti verso il loro mondo interno e verso la maturazione di parti di sé, come vedremo, fornisce ai terapeuti l’occasione di affrontare in modo più diretto lo sviluppo dell’identità sociale dei propri pazienti.
Utilizzando la metafora di Freud, dunque, potremmo dire che oggi ci sono le condizioni per far muovere più velocemente il mulino ed evitare così che molte persone muoiano di fame. I motivi per cui durante un percorso psicoterapeutico non ci si occupa ancora della patologia della guerra, patologia che potrebbe coinvolgere tutti, sono diversi e sono tutti collegati alle indicazioni terapeutiche suggerite da Freud stesso. Secondo le sue indicazioni, infatti, nel setting analitico il terapeuta dovrebbe mantenere quella che lui definiva la “neutralità analitica”: il terapeuta, cioè, dovrebbe limitarsi ad analizzare i significati affettivi che hanno per i pazienti le proprie scelte etiche e politiche, senza dare alcun giudizio personale in proposito. Gli psicoanalisti, inoltre, come tutti gli scienziati, fin dall’inizio del loro lavoro hanno preferito lavorare mantenendo un certo distacco dalla realtà temendo l’inquinamento del proprio pensiero da parte delle ideologie.
Lo stare “un passo indietro” da parte della psicoanalisi rispetto ad un fenomeno psicopatologico, tuttavia, oltre a non cancellare nell’individuo e nei piccoli gruppi il rischio di attivazione di difese di tipo paranoideo, alimenta più in generale un clima sociale psicologico negativo che non favorisce a livello individuale uno sviluppo psichico armonioso della persona. Questo distacco da parte dei terapeuti a proposito del processo di costruzione da parte dei propri pazienti della loro identità sociale come cittadini di una determinata nazione oggi è tanto più sbagliato in quanto tutti gli psicoterapeuti, ormai da diversi anni, coi propri pazienti intervengono in modo più attivo ragionando con loro sul significato affettivo che hanno le loro scelte etiche e sociali, soprattutto quando un paziente tende a costruirsi un’identità sociale negativa, aggregandosi, ad esempio, a gruppi antisociali o a gruppi religiosi e politici radicalizzati. In questi casi, gli psicoterapeuti prendono posizione mostrando ai pazienti le difese infantili presenti in queste loro scelte e li aiutano ad elaborare un’identità sociale più adulta e matura.
Il concetto di salute mentale oggi è visto come il raggiungimento di una tensione positiva tra le diverse parti del Sé. Scrive Cristopher Bollas nel libro “L’età dello smarrimento”: La democrazia è una forma della mente e un obiettivo della clinica psicoanalitica. Secondo Thomas Ogden La psicoanalisi ha come obiettivo sviluppare pienamente un sistema di valori umani […] un insieme di norme etiche (2025, ag. 16). La Pace, dunque, da diversi autori è vista come una condizione di armonia interiore tra le diverse parti del Sé (sistemi motivazionali o codici affettivi) che permette loro di funzionare in una modalità integrata, democratica e funzionale in modo da poter offrire alla mente dell’individuo che cresce i suggerimenti affettivi ed etici più utili per la sua sopravvivenza individuale e sociale e per lo sviluppo di sue capacità relazionali e sociali non violente. A questo proposito, già nel 1981, Franco Fornari parlava di “democrazia affettiva” come condizione di salute mentale e di normalità della mente umana e come riferimento interiore di una cultura sociale di pace. Secondo Fornari, la condizione di democrazia affettiva è una condizione di integrazione e armonizzazione tra i diversi codici affettivi naturali ed è favorita dalla creatività e dalla nascita di un bambino; essa contrasta la tendenza alla scissione e alla radicalizzazione dei diversi codici affettivi che è sempre espressione di psicopatologia. In questo senso, l’azione terapeutica non può limitarsi a favorire lo sviluppo di competenze cognitive, affettive e relazionali al fine di promuovere relazioni esterne equilibrate e pacifiche che ci facciano stare bene e che diano pieno corpo alla nostra più sana umanità (autoconsapevolezza, empatia, compassione, gentilezza, gratitudine, presenza e ascolto attento degli altri, resilienza, capacità di mediare e di gestire pacificamente i conflitti); altrettanto importante nel corso del processo psicoterapeutico è l’attenzione che va rivolta al mondo interno del paziente per aiutarlo a sviluppare in modo equilibrato, integrato e armonioso, le diverse parti del Sé.
Analisi psicoanalitica di un enunciato relativo alla pace
Sulla base delle riflessioni precedenti, mi propongo di fare un’analisi psicolinguistica dell’enunciato Si vis pacem, para bellum (“se vuoi la pace, prepara la guerra”, frase attribuita a Vegezio).
Da un punto di vista denotativo, la prima metà di questo enunciato sembra voler offrire una strategia per raggiungere un ideale di pace La seconda parte, tuttavia, sembra trasformare l’affermazione positiva dell’enunciato in un confuso ossimoro: suggerisce infatti come soluzione per ottenere la pace proprio l’opposto, cioè, l’attivazione di tutte quelle condizioni materiali e operative che permettono di fare la guerra. Nonostante la sua apparente contraddizione, questo enunciato risulta chiaro facendo riferimento a un pensiero implicito presente al suo interno. Chi fa questa affermazione, infatti, è sicuramente convinto che i nostri potenziali nemici rinuncerebbero immediatamente alla guerra verso di noi vedendo che è pericoloso aggredirci e riuscire a vincerci proprio perché noi siamo armati fino ai denti e pronti a difenderci.
Già sul piano denotativo, tuttavia, questo enunciato mostra una certa debolezza: tutte le vicende storiche analizzate dagli studiosi di polemologia, infatti, dimostrano che questa idea non sta proprio in piedi. Qualsiasi grande potenza, infatti, proprio quando tende ad armarsi sempre di più e a diventare minacciosa, finisce per creare nei Paesi vicini una reazione di paura che li porta ad armarsi a loro volta o ad allearsi tra loro per fronteggiare quella che essi avvertono come una minaccia e un incombente pericolo di aggressione.
A livello di buon senso, peraltro, è facile riconoscere che la stessa cosa avviene anche tra coloro che fanno dell’aggressività e della forza un punto di riferimento della propria identità. Osservando le dinamiche interpersonali di queste persone, infatti, è evidente che sono proprio costoro che finiscono più facilmente dentro risse, accoltellamenti e in altre situazioni violente.
Come è spiegabile, dunque, questa “fuga dal buon senso”? Come è possibile che molte persone che davvero vogliono vivere in pace tendano a credere a questa scelta così irrazionale basata sull’esibizione di una forza violenta? La cosa è facilmente spiegabile facendo un’analisi della semiosi affettiva presente all’interno dei contenuti connotativi di questo enunciato.
L’esibizione di una postura violenta per fronteggiare le proprie ansie persecutorie e le proprie angosce di annientamento, infatti, è la condizione normale che vive nella propria fantasia un bambino molto piccolo intorno ai due o tre anni. A quell’età il bambino, entrando per la prima volta all’asilo o alla scuola materna senza la protezione dei genitori, sperimenta un mondo per lui sconosciuto e che gli fa paura. L’unica cosa che può dargli conforto, al di là della presenza di educatrici attente e più o meno benevole, sono proprio le fantasie onnipotenti grazie alle quali già a casa ha imparato a sconfiggere mostri, draghi e altre presenze minacciose che secondo lui sono sempre in agguato nel buio della sua cameretta. La figura che all’interno della famiglia sembra stagliarsi con più sicurezza e forza per proteggerlo da questi pericoli, di solito il padre, viene idealizzato e gli vengono attribuiti poteri magici, spesso confermati dalle storie di super eroi che vengono proposti al bambino: Super man, l’uomo ragno, Batman, ecc.
Nel corso della sua crescita, l’educazione e lo sviluppo dei processi simbolici riducono nel bambino l’importanza del pensiero magico e gli insegnano ad usare strategie più razionali per la gestione dei conflitti, insieme a forme di comunicazione più adeguate a soddisfare i suoi bisogni. Nella mente di molte persone adulte, tuttavia, rimangono residui importanti di angosce infantili e il bisogno di cancellarle velocemente le porta ancora a identificarsi con un pensiero magico, spesso rappresentato da un leader deciso e minaccioso, che sembra offrire loro una soluzione immediata e risolutiva rispetto ai rischi che provengono dall’esterno della propria comunità: porsi sotto l’ombra protettiva del vecchio padre onnipotente capace di cancellare magicamente il persecutore, infatti, è una fantasia che, almeno sul piano immaginario, sembra offrire più sicurezza rispetto alla dipendenza da un leader calmo e razionale che avvia lunghe trattative on le nazioni vicine per costruire relazioni pacifiche.
La stessa dinamica irrazionale, capace solo di aumentare la violenza, è quella segnalata da molti studiosi dell’età giovanile all’interno delle dinamiche relazionali tra i giovani stessi: negli ultimi anni, infatti, inseguito all’aumento dell’ansia tra adolescenti e giovani adulti (vedi su questo il libro di Jonathan Haidt “La generazione ansiosa”, 2024), sono aumentati parallelamente gli episodi di violenza, anche perché molti ragazzi, avendo paura di essere aggrediti, spesso escono di casa portando con sé un coltello.
Grazie all’analisi della semiosi affettiva, dunque, è possibile capire il successo di questa affermazione che peraltro appare così debole da un punto di vista logico e storico: coloro che l’ascoltano e ne fanno proprio il contenuto, infatti, non sono tanto interessati al suo contenuto razionale, quanto piuttosto al suo impatto emotivo. Costoro, dunque, anche se hanno elaborato a sufficienza le proprie ansie sociali e sono riusciti a costruire una propria identità sociale adulta apparentemente ben funzionante, nel loro mondo interno, in realtà, sono ancora abitati da ansie di natura infantile che li portano inconsapevolmente a farsi dominare da fantasie infantili di natura paranoidea, le quali che alimentano un bisogno di vedere sulla scena sociale una leader protettivo e autorevole che sul piano simbolico rimandi alla figura forte e potente di un genitore buono dell’infanzia.
Bibliografia
Bandura A. (2017), Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene, Erickson, Trento.
Di Chiara G. (1999), Sindromi psicosociali, Cortina, Milano.
Fornari F., (1966), Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli, Milano.
Fornari F., (1969), Dissacrazione della guerra, Feltrinelli, Milano.
Freud S. (1915), Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, O.S.F., 8, Boringhieri, Torino, 1976.
Freud S. (1933), Perché la guerra? (Carteggio con Einstein), O.S.F., 11, Boringhieri, Torino, 1979.
Galtung J. (1996), Pace con mezzi pacifici, Esperia, Milano, 2000.
Haidt J. (2024), La generazione ansiosa, Rizzoli, Milano.
Hillman J. (2004), Un terribile amore per la guerra, Adelphi, Milano.
Miscioscia D. (2024), La guerra è finita. Psicopatologia della guerra e sviluppo delle competenze mentali della pace. La meridiana, Bari.
Novara, D. (2006), L’alfabetizzazione al conflitto come educazione alla pace. Edizione Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti. (www.cppp.it)
Volkan V. (2020), Large – Group PsuchologyRacism, Societal Division, Narcisistic Leaders, Karnac Books.
Zoja L. (2023), Paranoia. La follia che fa la storia. Boringhieri, Milano.
Perché l’eco della guerra distrugge le relazioni dialogiche?
di Giovanna Bosco
Non appena il discorso cade sulle guerre in corso, facciamo continuamente esperienza della enorme difficoltà a mantenere una relazione dialogica, in cui anche una parziale differenza di punti di vista non sia immediatamente percepita come qualcosa di intollerabile e riprovevole. Persino tra persone che hanno per lungo tempo condiviso aspetti importanti della vita (affetti, amicizia, stima, visioni del mondo e imprese comuni) può accadere di trovarsi in men che non si dica schierati in campi avversi, come se ci si scoprisse arruolati, volenti o nolenti, in eserciti contrapposti. Questo avviene soprattutto quando le guerre e i conflitti sono percepiti come “vicini”, anche se non li viviamo in prima persona.
Parlando di vicinanza non mi riferisco solamente a un dato geografico ma penso soprattutto a quel vissuto di prossimità derivante da fattori culturali, identitari, emotivi. continua a leggere
Il lavoro nelle Istituzioni – contributo di F. Merlini al Seminario del febbraio 2018
Pubblichiamo qui di seguito il contributo di Franco Merlini al Seminario organizzato dall'Associazione E-spèira il 23 febbraio 2018, dal titolo IL LAVORO NELLE ISTITUZIONI: PARLIAMONE
Introduzione
Vi propongo una domanda: “Il bravo operatore è colui che si è ben formato, o colui che è abbastanza guarito?”
Sappiamo che curare e prendersi cura di sé, non è mai un’operazione dissociabile, soprattutto nel nostro mestiere (questa scelta infatti permette a qualcuno di continuare a curarsi e a qualcuno di non farlo mai). Non possiamo dimenticare che il nostro è un mestiere fondato sulla complessità e sulla soggettività, che per definizione non comportano tecniche d’intervento certe e ripetibili; e questo già introduce nel nostro lavoro di tutti i giorni una dimensione di incertezza.
Nella pratica clinica, la differenza la fa, la diversa capacità con cui l’operatore riesce a stare col paziente continua a leggere…
L’incontro con il trauma: riflessioni su “Una stanza tutta per lei”
di Giovanna Bosco
Premessa
Dopo uno dei seminari tenuti presso la nostra sede sul tema dell’ “indicibile”, in cui era emersa la potenza comunicativa delle immagini mentali, particolarmente quando la relazione si fa emotivamente impegnativa, Teresa Mutalipassi ci ha inviato un interessante scritto, pubblicato all’inizio di settembre, in cui torna con il ricordo al caso di Nina, una giovane donna con una storia di abusi e maltrattamenti alle spalle, inviata a lei per una valutazione delle sue capacità genitoriali. Lo scritto, coinvolgente, interlocutorio e generoso nel rivelare sensazioni, difficoltà, immagini, desideri, pensieri suscitati da quell’incontro, aveva stimolato due brevi ma significativi Commenti da parte di Luciana Monzi e Vera De Luca.
Rileggendo quello scritto a distanza di un po’ di tempo insieme ai Commenti, son stata sollecitata a riflettere su varie questioni, in particolare:
– le difficoltà emotive e relazionali cui siamo esposti quando ci viene richiesta una valutazione delle capacità genitoriali rispetto a soggetti che, prima di diventare genitori, sono stati bambini maltrattati o abusati e che quindi arrivano a noi con un carico di sofferenze indicibili ma inscritte nel corpo, se sappiamo ascoltarlo. Chi vediamo di fronte a noi? Una madre inadeguata? O che va sostenuta e aiutata a svolgere le funzioni materne? O una ragazzina mal-trattata da proteggere? Con chi ci identifichiamo e con chi empatizziamo? Con il figlio? Con la madre? Con la bambina segnata da mille spaventi, abbandoni e abusi che è in lei? continua a leggere…
Una stanza tutta per lei
di Teresa Mutalipassi
Presentazione
Caso emblematico quello di Nina, con una storia traumatica fatta di maltrattamenti, abusi, rifiuti fin dalla più tenera età, inviata alla collega Teresa Mutalipassi per una “valutazione delle capacità genitoriali”. Adolescente nell’aspetto nonostante i suoi 25 anni, Nina riversa sull’interlocutrice un fiume di parole spezzate e accavallate, spesso incomprensibili, tanto che per cercare di capire il “groviglio spaventoso di spaventi ed abbandoni” bisogna “ascoltare e guardare anche altro” : il suo corpo minuto, cresciuto a stento, cui sembra affidare il compito di parlare per lei attraverso i tatuaggi infantili, i colori sgargianti dei capelli, le tensioni ed i dolori, quel suo muoversi continuamente sulla sedia che evoca il “corpicino di un neonato lasciato in uno spazio vuoto, esposto e non contenuto”, e così via. “Lasciare spazio alle immagini, ai suoni e alle emozioni associate a questi è stato l’unico modo per capire qualcosa di lei e del suo mondo” ci dice Teresa. E dopo aver segnalato che non vede per Nina la possibilità di una terapia “canonica”, si pone e pone al lettore molte importanti domande. Si tratta dunque di uno scritto fortemente interlocutorio, continua a leggere…
IMMAGINI: riflessioni sul Seminario del 15 ottobre
di Velia Ranci
Come seguito alle nostre riflessioni sull’indicibile emerse nel Seminario di marzo abbiamo scelto per il Seminario di ottobre il tema dell’immagine.
Abbiamo fatto questa scelta perché il nostro lavoro ci ha fatto toccare con mano quanto possa essere importante un’immagine, nei momenti in cui la relazione si fa emotivamente impegnativa e difficile. Un’immagine che ci si presenta alla mente e che riusciamo a condividere, col paziente o col gruppo, è quella che permette di dare un significato e di imprimere una svolta alla relazione e al processo terapeutico.
Le esperienze evocate nel Seminario del 15 ottobre mi hanno fatto riflettere su quanto le immagini si impongano alla mente; perché si impongono, si sostituiscono al pensiero di parole, in momenti emotivamente impegnativi. Momenti in cui si è dentro all’immagine, ci si immerge nell’immagine. Questa è l’impressione che mi ha suggerito il racconto di Pierluigi.
Durante un’escursione in montagna Pierluigi si accorge che un masso enorme sta precipitando nella sua direzione. continua a leggere…
La formazione delle immagini: introduzione al Seminario del 15 ottobre 2016
L’immagine è come un fiore che va trattato con delicatezza.
Darne un’interpretazione chiusa è come reciderlo dalla pianta,
per metterlo in un bicchiere dove avrà vita breve.
Soggettivare i vissuti che l’immagine suscita in ciascuno di noi
permette a nuovi fiori di sbocciare e nuovi frutti nascere,
dando inizio ad una storia aperta a nuovi sviluppi
Riporto in questo scritto la Relazione introduttiva da me tenuta il 15 ottobre 2017, integrata su alcuni punti da riflessioni successive stimolate dall’esperienza del Seminario.
Una premessa
Poiché questo incontro di oggi è la prosecuzione della riflessione comune iniziata con il Seminario del 15 marzo 2016 sui “Processi di elaborazione delle esperienze indicibili”, richiamerò brevemente, tra gli aspetti trattati nel precedente incontro, quelli che fanno da sfondo a quanto esporrò oggi, rinviando chi volesse approfondire agli scritti sull’argomento già pubblicati su questo stesso sito, e indicati in calce a questo testo:
• le immagini mentali sono il risultato di un’elaborazione non verbale e tuttavia già simbolica di molte informazioni che provengono o sono pervenute in passato dai vari canali sensoriali. Appartengono quindi alla sfera non verbale, analogica. Tuttavia differiscono dai processi di “elaborazione subsimbolica” (come li definisce Wilma Bucci), attraverso cui in modo inconsapevole e non intenzionale viene trattato il flusso continuo di sensazioni e informazioni che provengono dai nostri organi di senso e dall’interno del corpo. Pur non dando luogo a rappresentazioni, i processi “subsimbolici” hanno un grande valore e sono alla base, tra le altre cose, dell’intuizione, un importante fattore terapeutico ‘nascosto’.
• La formazione di immagini fa da ponte tra quel mondo sottotraccia che abbiamo definito subsimbolico – in cui vi è un flusso continuo di sensazioni che vengono dal corpo – e il mondo delle parole, che per la loro radicale estraneità non potrebbero mai incontrarsi tra loro. Le immagini possono svolgere questa funzione di ‘ponte’ perché da un lato mantengono l’ancoraggio al mondo dei sensi, proprio dei processi “subsimbolici”, ma allo stesso tempo hanno già in comune con le parole l’appartenenza al mondo dei simboli e delle rappresentazioni.
• Si è messo in luce nel precedente seminario che la psicoanalisi contemporanea, trovandosi a far fronte a nuove forme di disagio – soggetti incapaci di riconoscere le loro emozioni e quelle degli altri, con limitata capacità immaginativa e prevalenza del pensiero operativo, pratico – si è resa conto che il trattamento analitico classico, fondato sull’interpretazione verbale, con questi soggetti è poco praticabile. Questo porta a rivalutare tutto ciò che nella relazione passa, più o meno consapevolmente, per il non verbale, in particolare la comunicazione corporea (le espressioni del volto, la voce, il ritmo, i movimenti del corpo, e così via).
• Si è anche considerato che, nonostante il crescente interesse per la comunicazione corporea, resta la tendenza a restare difensivamente nella trincea dell’osservazione, anzichè riconoscere che anche noi siamo parte in causa, in quanto partecipiamo, per lo più inconsapevolmente, ad un fitto dialogo fatto di espressioni facciali, movimenti del corpo, tono della voce. Questo elemento di riflessione ci riguarda tutti: psicoanalisti e gruppoanalisti, arteterapeuti, formatori. Abbandonando il vertice dell’”osservazione” dell’Altro diventa possibile porci in ascolto – nel flusso delle comunicazioni da corpo a corpo – delle nostre sensazioni. Questa è la premessa perché i segnali che provengono dal nostro corpo possano trasformarsi in immagini. continua a leggere…
Seminario 12 marzo – Elaborare l’indicibile: I MATERIALI
Pubblichiamo, a cura dell’Associazione E-spèira, i materiali del Seminario del 12 marzo 2016, dal titolo: “Elaborare l’indicibile”. In questo testo il lettore potrà trovare:
-la sintesi della relazione introduttiva di Giovanna Bosco e degli interventi di Velia Ranci e Pierluigi Sommaruga
– la sintesi della discussione e delle comunicazioni che sono circolate ‘nel’ Seminario, e dei contributi scritti nati ‘dal’ Seminario e messi a disposizione da alcuni tra i partecipanti: Christian Colautti, Vera De Luca, Chiara Marazzini, Luciana Monzi, Teresa Mutalipassi.
– proposte e desideri di approfondimento
Lanciando uno sguardo verso il futuro, pensiamo di continuare la riflessione, organizzando un secondo incontro sullo stesso tema dopo l’estate. La pubblicazione di questi materiali ha anche lo scopo di permettere a chi fosse interessato ad approfondire la questione dell’ “indicibile”, di potersi inserire in questo percorso di ricerca, e di partecipare al prossimo incontro.
Sintesi della relazione introduttiva di Giovanna Bosco
La relatrice introduce il tema del seminario segnalando due immagini – tratte dalla propria esperienza clinica, dall’attività di supervisione e dalla letteratura, che rappresentano un disagio riguardante continua a leggere…
I processi di elaborazione di esperienze ‘indicibili’ (parte 2°)
In questa seconda parte dell'articolo (la prima è stata pubblicata su questo sito nel luglio 2015) prendo in considerazione i contributi della Infant Research e le implicazioni per la psicoanalisi e gruppoanalisi della scoperta dei 'neuroni specchio'. Vengono poi discussi i concetti di emozione e di empatia in un’ottica di complessità, e viene messa in luce l’interdipendenza tra lo sviluppo del sistema nervoso e la qualità delle esperienze emozionali intersoggettive.
Tutto ciò ha a che fare con quell’area dell’esperienza umana che è ‘indicibile’. La stessa psicoanalisi va sempre più riconoscendo l’importanza dei ‘fattori terapeutici nascosti’, che hanno a che fare con l‘insieme di comunicazioni non intenzionali e spesso non consapevoli, veicolate dagli aspetti prosodici del linguaggio parlato e dalle espressioni del viso e del corpo. Prendo poi in esame il concetto di ‘schema emozionale dissociato’ (W.Bucci), e faccio dei collegamenti con la mia esperienza terapeutica, esponendo due casi clinici in cui le tracce di eventi traumatici del passato, affidate ad un solo canale sensoriale, erano inizialmente esiliate in “isole di non senso”.
Nell’ultima parte dell’articolo propongo degli elementi di riflessione, corredati da vignette cliniche, sui processi di elaborazione delle esperienze indicibili nel contesto psicoanalitico, e mi ricollego ad una domanda di Antonio Imbasciati sul posto che ha, nella formazione dell’analista, la comunicazione non verbale. Porto infine l’attenzione sulla specificità dei processi di elaborazione nelle terapie a mediazione artistica e nelle artiterapie.
La scoperta dei neuroni specchio: implicazioni per la psicoanalisi e la gruppoanalisi
Si parla sempre più spesso di empatia come di un fattore fondamentale, oltreché nella relazione madre-bambino e nelle relazioni umane in genere, nel rapporto terapeutico. La scoperta dei neuroni specchio da parte di Rizzolatti e altri (1996) toglie un po’ dell’alone mistico che ha sempre circondato questo concetto. Più in generale, tracciando nuove linee di collegamento tra fenomeni biologici e fenomeni psichici, contribuisce al superamento del pensiero dicotomizzato che per secoli l’essere umano ha avuto su se stesso, per lo meno nella cultura occidentale, continua a leggere…
I processi di elaborazione di esperienze ‘indicibili’ – parte 1°
In questo articolo parto dalla constatazione che l’esistenza e l’importanza delle esperienze emotive “indicibili”, e l’accumularsi di nuove conoscenze provenienti dalle scienze neurologiche e dalla Infant Research, oltre che dalle esperienze cliniche, impongono una revisione rispetto alla tradizionale visione gerarchica del rapporto tra verbale e non verbale, tanto che anche all’interno della stessa Psicoanalisi la concezione del processo terapeutico come “talking cure” (cura attraverso la parola) è ormai oggetto di interrogativi e ripensamenti.
In questa prima parte, dopo aver esaminato il contributo di Wilma Bucci alla comprensione del rapporto tra verbale e non verbale, si mette in luce come sia importante non solo riconoscere la complessa rete di comunicazioni non verbali che, indipendentemente dalla tecnica e dai codici comunicativi adottati, passano, in modo spesso non intenzionale e inconsapevole, tra terapeuta e paziente o tra i membri di un gruppo, ma anche distanziarsi dall’idea che “elaborazione” e “verbalizzazione” vadano di pari passo. Evitando sia la sopravvalutazione della parola, poco adatta a comunicare le emozioni, sia una visione “mistica” ed autosufficiente del non verbale, il lavoro terapeutico porta a cimentarsi con la co-invenzione, con ogni paziente o gruppo, di un “particolare” linguaggio che connetta i diversi sistemi comunicativi, che consenta di includere ed elaborare le esperienze “indicibili”, e che sia abbastanza flessibile da modificarsi nel corso del tempo. Quest’ultimo punto verrà ripreso e sviluppato nella seconda parte, in corso di preparazione.
Rileggendo i Commenti dei lettori al mio scritto “Corpo e Voce nell’esperienza psicoanalitica”, qui pubblicato circa un anno fa, mi sono sentita nuovamente sollecitata a riflettere su ciò che scriveva una giovane collega a proposito di quell’articolo. Con molto garbo la collega mi faceva notare che il mio testo aveva suscitato in lei ammirazione per “la semplicità sapiente” che traspariva in modo particolare dai casi clinici, ma che lo sentiva carente sul piano esplicativo. continua a leggere…
Corpo e voce nell’esperienza psicoanalitica
di Giovanna Bosco
Anche se nella tradizione psicoanalitica non manca l’attenzione ai fenomeni extra-verbali, fino ad ora la psicoanalisi ha per lo più ritenuto che tutto ciò che viene espresso con modalità diverse dalla parola rappresenti una regressione ai livelli primitivi (in quanto precedenti la nascita del linguaggio) dello sviluppo
psichico. Da qui la tendenza a considerare il corpo del paziente – con le sue posture, la sua mimica, il gesti ripetitivi, le somatizzazioni – principalmente come oggetto di ‘osservazione’ da cui trarre indizi sui contenuti psichici ‘pre-verbali’, per poterli recuperare alla coscienza attraverso la parola.
Si tratta di un nodo problematico non più eludibile, con radici antiche nel pensiero occidentale, che richiede una profonda ri-considerazione. La scissione corpo-mente, che pervade la nostra cultura, può essere fatta risalire a Platone. Affermando che la vera realtà è rappresentata dal mondo “ideale”, Platone stabilisce la matrice filosofica da cui deriverà la svalutazione di tutto ciò che è legato all’esperienza sensoriale, alla materia, al corpo (il mondo “sensibile”) che sarà poi ripresa dal Cristianesimo con Agostino, e successivamente da Kant. Eppure il termine “sensibile” ha un doppio significato: si riferisce non solo a ciò che viene percepito attraverso i sensi, ma anche alla capacità di comprendere gli stati d’animo e le emozioni, proprie e altrui, il mondo della natura e dell’arte. E’ dunque presente, nel sentire comune, la connessione tra l’essere ‘radicati nel corpo’ e la capacità di provare emozioni e di conoscere l’Altro emozionalmente. continua a leggere…
L’abisso del vuoto, il tumulto del pieno
di Gloria Santone Marti
Riproponiamo qui, nel Circolo on-line, questo scritto di Gloria Santone Marti, già pubblicato nella sezione Esperienze del Bollettino E-spèira n.2. Il testo descrive due percorsi psicoterapeutici in cui si è scelto di introdurre il disegno partendo da due problemi opposti ma speculari: nel primo caso la difficoltà del paziente a comunicare con le parole, nel secondo una verbosità incessante e tumultuosa. Un ‘vuoto’ di cui non si intravvede il fondo e un ‘troppo pieno’, che sono entrambi sentiti dalla terapeuta come rischio di sterilità, impedimento allo sviluppo di un processo realmente trasformativo.
Gloria era una psicoterapeuta che faceva parte dell’Associazione E-spèira e che aveva coraggiosamente imboccato, già alcuni anni prima della sua prematura scomparsa avvenuta alla fine del 2009, percorsi nuovi e creativi. Sono proprio i processi creativi a lanciare un ponte che può mettere in comunicazione il mondo della Psicoanalisi con quello dell’Arte, consentendo un incontro fecondo, generativo di nuove forme terapeutiche. Si potrebbe definire il lavoro che Gloria Santone Marti presenta in questo suo scritto una Psicoterapia a mediazione artistica. Si potrebbe anche parlare di Arteterapia , se non fosse che l’originalità del suo lavoro sta proprio nel fatto che esso travalica sia i canoni tradizionali della Psicoterapia ad orientamento analitico che quelli dell’Arteterapia.
Solitamente l’Arteterapia afferma di bandire dal suo orizzonte l’attività ‘interpretativa’ per focalizzarsi soprattutto sullo sviluppo delle cosiddette risorse ‘sane’ del paziente, mentre in questo lavoro di Gloria Santone non si rinuncia a ‘dare senso’ a tutto ciò che avviene nel campo relazionale, compreso ciò che di ‘inaridito’ o ‘sterilmente ripetitivo” emerge attraverso l’espressione grafica. Ma con una differenza sostanziale rispetto all’’ortodossia’ psicoanalitica: la psicoterapeuta non si pone qui come ‘osservatrice neutrale’ che interpreta ciò che il paziente esprime sulla base di un determinato modello esplicativo della Psiche da cui discende un ‘sapere già saputo’. La sua formazione, orientata in senso ‘relazionale intersoggettivo’ la porta invece a mettersi in gioco, a partecipare allo sviluppo di una relazione dialogica in cui entrambi i co-protagonisti si comunicano reciprocamente i loro vissuti e danno ‘nuovo senso’ alle rispettive espressioni grafiche.
Così ad esempio scrive l’autrice: “Andrea mi fa notare che il mio albero ha una chioma molto colorata, mentre il tronco è talmente nero da sembrare carbonizzato. Mentre disegnavo non mi ero accorta di quel contrasto: sotto qualcosa di inaridito e sopra tanta vita. Notiamo che il disegno di Andrea è l’opposto: sotto la vita e sopra rami secchi. Nella nostra relazione è nato un primo momento di condivisione, in entrambi i disegni c’è una parte arida e una vitale (…)” continua a leggere…
A proposito di relazione e interpretazione …
(Abbiamo ricevuto, come Commento all'articolo di Giovanna Bosco dal titolo "Dal tramonto dei modelli intrapsichici all'orientamento relazionale", questo contributo di Pierluigi Sommaruga. Per l'ampiezza delle riflessioni e l'interesse dell'esperienza clinica cui fa riferimento, si è ritenuto opportuno pubblicarlo come un vero e proprio intervento)
di Pierluigi Sommaruga
Sullo scritto di Giovanna Bosco "Dal tramonto dei modelli intrapsichici all'orientamento relazionale" ci sarebbe molto da dire, ma ciò che mi ha più colpito è un preciso riferimento al “relazionale” usato come etichetta. Condivido il suo excursus sull’evoluzione della psicoanalisi, quasi parallelo a un bell’articolo di Imbasciati sullo stesso soggetto pubblicato a marzo su “Gli Argonauti”, ma mi chiedo con lei perché questo concetto che sembra così elementare vada riscoperto continuamente nelle scienze umane.
In realtà la ricerca di un modello è sempre stata un'attrazione irresistibile per tutti coloro (filosofi, antropologi, biologi, psicologi, psichiatri) che si sono chiesti perché siamo fatti così. Un modello potente è stato quello genetico, che come l’Araba Fenice viene demolito per ricomparire più vivo che mai (specie nella letteratura popolare con l’annuncio che è stato scoperto il gene del….) anche se oggi si sa che l’azione di un gene si esplica solo in relazione all’ambiente che la circonda e il gene stesso può modificarsi e diventare altro in particolari circostanze della sua vita. Non a caso oggi non si parla tanto di genetica ma piuttosto di epigenetica.
Così nella teorizzazione psicoanalitica non ci si riferisce più a dei modelli intrapsichici individuali ma a dei modelli relazionali. Ma è come la scoperta dell’acqua calda: continua a leggere…
Dal tramonto dei modelli intrapsichici all’orientamento relazionale
di Giovanna Bosco
1. Una domanda che riguarda non solo la psicoanalisi e la gruppoanalisi ma anche gli operatori delle relazioni d’aiuto e gli arteterapeuti
Alcune constatazioni fatte recentemente mi hanno indotta a riprendere qui oggi una questione che da tempo, come E-spèira, consideriamo fondamentale per la nostra navigazione: cosa comporta per il mondo della psicoanalisi il passaggio dai modelli intrapsichici ad un nuovo orientamento di carattere relazionale, e quale conseguenza questi due diversi approcci hanno anche per altri operatori delle professioni di aiuto e per chi si occupa di artiterapie?
Recentemente, facendo una piccola ricerca su Internet, mi sono resa conto che le espressioni “relazionale” o “orientamento relazionale”, oltre ad essere le chiavi di accesso ai siti di Associazioni con chiare basi teorico-metodologiche, in alcuni casi vengono utilizzate disinvoltamente come biglietto di presentazione per attività dai riferimenti molto incerti o fortemente contradditori (tanto da includere il bio-feedback e altre procedure di stampo comportamentista). Ho anche scoperto, con una certa sorpresa, che c’è pure chi, dopo aver affermato di occuparsi di ‘arteterapia ad orientamento relazionale’, per spiegare di che si tratta attinge a man bassa, e in modo pressoché esclusivo, ad una mia pubblicazione del 2001 , senza citare neppure una volta la fonte. A volte l’etichetta “relazionale” sembra essere utilizzata come una sorta di passe-partout o come copertura per l’assenza di un chiaro e consapevole orientamento teorico-clinico.
Parlando di orientamento relazionale in psicoanalisi, non si intende genericamente un approccio simpatico e accattivante in quanto “nuovo”, ma si fa riferimento ad un vero e proprio cambiamento paradigmatico che ha portato settori sempre più ampi della psicoanalisi ad abbandonare l’originaria visione intrapsichica a favore di una visione relazionale dell’essere umano e del processo terapeutico. Una visione diversa ma non priva di profondità e di coerenze interne.
Seguendo questo fil rouge, che connette tra loro più modelli teorici, cercherò di ripercorrere brevemente continua a leggere…




