PSICOTERAPIA-PSICOANALISI

Perché l’eco della guerra distrugge le relazioni dialogiche?

di Giovanna Bosco

Non appena il discorso cade sulle guerre in corso, facciamo continuamente esperienza della enorme difficoltà a mantenere una relazione dialogica, in cui anche una parziale differenza di punti di vista non sia immediatamente percepita come qualcosa di intollerabile e riprovevole. Persino tra persone che hanno per lungo tempo condiviso aspetti importanti della vita (affetti, amicizia, stima, visioni del mondo e imprese comuni) può accadere di trovarsi in men che non si dica schierati in campi avversi, come se ci si scoprisse arruolati, volenti o nolenti, in eserciti contrapposti.  Questo avviene soprattutto quando le guerre e i conflitti sono percepiti come “vicini”, anche se non li viviamo in prima persona.

Parlando di vicinanza non mi riferisco solamente a un dato geografico ma penso soprattutto a quel vissuto di prossimità derivante da fattori culturali, identitari, emotivi.  Così, fino a un paio di anni fa le notizie delle guerre che si svolgevano non solo in aree lontane del mondo ma anche in luoghi geograficamente vicini a noi, come il Libano, la Libia, la Siria, lasciavano alcuni indifferenti, colpivano e turbavano altri, ma in ogni caso ben pochi si sentivano profondamente coinvolti, sia perché le popolazioni straziate dalla guerra erano percepite come appartenenti a mondi molto diversi dal nostro sia perché le notizie e le immagini della guerra non ci invadevano ad ogni ora attraverso i giornali, lo schermo della TV, i social media.  Si pensava che a noi non potesse toccare. Ci rassicurava l’idea di vivere in un continente che, dopo due devastanti guerre nel secolo scorso, sembrava aver trovato la ricetta per una risoluzione non distruttiva dei propri conflitti. L’esperienza della guerra sembrava confinata nel campo dell’intrattenimento. Attraverso i videogame o i giochi di ruolo, si poteva ferire, uccidere o morire senza che nessuno si facesse realmente male, e senza un significativo coinvolgimento emotivo.

Questa idea che le guerre vere, con il loro terribile carico di atrocità, di distruzione, di morte, fossero confinate in un lontano passato è stata spazzata via nel giro di due anni, prima dalla guerra russo-ucraina, poi dall’esplodere del conflitto israelo-palestinese. Due conflitti vicini a noi, sia dal punto di vista geografico che identitario. Due incendi che purtroppo il mondo circostante sembra propenso ad alimentare e a estendere più che a circoscrivere e spegnere.

Incomincia a vacillare anche la convinzione, nata durante la “guerra fredda”, che la disponibilità di armi atomiche da parte dei vari schieramenti, determinando una sorta di “equilibrio del terrore”, mettesse al riparo dal ricorso alle armi più letali. Oggi la consapevolezza che premere il famoso “bottone rosso” significherebbe in poche ore la totale distruzione reciproca sembra in parte oscurata dall’ossessione di “vincere” e dall’idea fallace che la propria sicurezza richieda la completa sconfitta e umiliazione dell’avversario, se non addirittura la sua estinzione.

Perché si è arrivati a ciò che fino a poco tempo fa era impensabile?  Senza sottovalutare le responsabilità dei decisori e di quanti hanno il potere di influenzare  le opinioni pubbliche, le ambizioni dei leader politici e di coloro che vedono nelle guerre un’opportunità economica, chi si occupa della salute psichica e delle relazioni umane ha anzitutto il compito di  provare a comprendere e a rendere comprensibile il significato più profondo della follia collettiva  rappresentata dalla guerra, che determina una fortissima polarizzazione anche in chi non la sta vivendo in prima persona. Questa polarizzazione sull’asse amico-nemico fa sì che anche nel mondo circostante le persone si sentano obbligate a schierarsi, e a stabilire in modo sommario, fin dalle prime espressioni, se le persone che incontrano appartengono al proprio campo oppure vanno collocate nel campo avversario.

Comprendere il senso di questi processi psichici e di questi blocchi nella sfera relazionale è fondamentale per tenere aperti o per ricostruire quegli spazi di dialogo che sono indispensabili per poter arrivare ad una ricomposizione dei conflitti.

Già Freud, nel suo carteggio con Einstein, avvenuto nel 1931, si interrogava su ciò che spinge gli esseri umani alla guerra. Egli riteneva impossibile eliminare del tutto le tendenze aggressive e distruttive che provocano le guerre a causa della presenza in ogni essere umano, accanto alla pulsione di vita (Eros), della pulsione di morte (Thanatos). Aggiungeva però che era possibile trovare un antidoto alla guerra favorendo “tutto ciò che favorisce l’incivilimento” e in particolare la possibilità di identificarsi con l’Altro.

Nel secondo dopoguerra Franco Fornari cercò di avvicinarsi sempre più al mistero del Male, indagando l’origine della distruttività umana, per poter contribuire alla costruzione della pace. Le sue riflessioni furono rese pubbliche attraverso un testo pubblicato sulla Rivista di Psicoanalisi nel 1964, con il titolo Psicoanalisi della guerra, poi sottoposto a successive rielaborazioni ed arricchimenti.

Fornari considera la guerra come conseguenza dell’angoscia di morte.  Com’é possibile, vien da chiedersi, che per tenere a bada l’angoscia di morte si scelga la guerra, che espone proprio alla morte e alla distruzione?  Fornari parte dalla considerazione che il pensiero della inevitabilità della propria morte, naturale conclusione di ogni vita, è così angoscioso da indurci ad espellerlo in ogni modo. Come? Considerando la morte come qualcosa che tocca solamente agli altri, ossia negandola. Oppure pensando alla morte come a qualcosa che viene dall’esterno. E allora, per illudersi di mantenere la vita e di sconfiggere la morte, si cerca al di fuori di noi un colpevole da uccidere, un nemico da annientare.

La guerra è la condizione in cui una società, attraverso le sue istituzioni, fa cadere il tabù dell’omicidio. Così l’essere umano può uccidere senza riconoscere in sé stesso il desiderio di far morire e può trattare l’odio e la morte come se venissero esclusivamente da qualcun altro.

Questo è per Fornari il senso dello schema scisso Bene/Male, Amico/Nemico che sta alla base delle guerre. Tracciare mentalmente una linea netta non solo di separazione ma anche di contrapposizione, considerando tutti coloro che stanno al di là di quella linea dei nemici che ci vogliono distruggere, perpetua l’illusione che, uccidendo questi nemici, si sia in grado di sconfiggere la stessa Morte.

Alcune esperienze che ho avuto modo di fare negli ultimi tempi nella mia pratica psicoterapeutica, oltre che in gruppi esperienziali e in scambi comunicativi di varia natura, mi hanno indotta ad un’ulteriore riflessione.

Una mia paziente si era sentita profondamente traumatizzata dalla notizia di quanto  avvenuto il 7 ottobre. Pur non avendo lei particolari rapporti con Israele e gli israeliani e pur non essendo ebrea, viveva quei traumi come se fossero accaduti a lei, anche per una forma di contagio emotivo derivante dal rapporto con amiche ebree che presumibilmente avevano portato la sua attenzione in modo ripetuto sulle atrocità di cui erano stati vittime gli israeliani durante l’incursione di Hamas.  Proprio come chi ha vissuto in prima persona un grave trauma, la paziente, che chiamerò Anna, continuava a vivere in quel tempo passato. Era come se non ci fosse un presente e quindi non potesse prestare attenzione agli sviluppi successivi del conflitto e tanto meno avere pensieri rivolti al futuro.  Questa identificazione intrisa di angoscia con una delle parti, unita alla scissione tra Bene e Male (da una parte le vittime, dall’altra i carnefici che rappresentavano il Male assoluto) l’aveva indotta ad interrompere i rapporti con altre persone amiche, che pure le mancavano. Persone con cui “era impossibile parlare” in quanto, diversamente da lei, erano soprattutto centrate sul dramma e sulle ragioni dei Palestinesi. Lo scenario era quello  di una insanabile contrapposizione in cui non c’è alcuno spazio per ascoltare un punto di vista diverso dal proprio,  non ci si può più parlare, si possono solo alzare muri.

Anna aveva scoperto casualmente che io, a distanza di tre mesi dal feroce attacco di Hamas e da quelle violenze che pure in me avevano suscitato orrore, mi ero espressa pubblicamente in modo altrettanto critico a proposito della risposta israeliana e avevo auspicato che il mondo inducesse lo Stato di Israele a porre fine allo sterminio degli abitanti della striscia di Gaza. Anna ne era stata turbata al punto da pensare di non potersi più affidare ad una terapeuta che non stava “dalla sua parte”.  Mentre elaboravamo e scioglievamo insieme questi nodi, le avevo comunicato un mio pensiero sulla duplice natura dell’angoscia suscitata in ciascuno di noi dai conflitti armati: oltre alla paura di perdere la vita, o di subire atroci violenze, si teme che possano emergere lati nostri che ci è insopportabile riconoscere, aspetti distruttivi, violenti, che noi sentiremmo come riprovevoli.

Anna aveva immediatamente associato questa mia comunicazione al ricordo della madre, che tendeva a considerare nemici giurati coloro con cui c’erano stati piccoli screzi o incomprensioni, ingigantendo i motivi di contrasto e trasformando i dissapori in conflitti insanabili. Il riconoscimento di quella sua parte interiorizzata, che tendeva ad ingigantire i torti subiti per poter esprimere la propria aggressività e distruttività, aprì la strada, per Anna, a immagini in cui il conflitto cedeva il carattere distruttivo per diventare qualcosa di vivibile da entrambe le parti, di quasi giocoso, e a sogni di pacificazione.

Questa ed altre esperienze mi portano a pensare che ogni guerra ponga forzatamente ciascuna delle parti in causa nella condizione di essere sia vittima che carnefice. Di qui un doppio terrore: oltre alla paura di perdere la vita, al terrore di subire atroci violenze, c’è anche l’angoscia di scoprire che pure noi, o il pezzo di mondo cui apparteniamo, scivoliamo in una zona di buio in cui possono emergere lati nostri che ci è insopportabile riconoscere, aspetti distruttivi, violenti, forse addirittura malvagi…

E poiché questo è sentito come intollerabile, per sopravvivere psichicamente, per non andare in frantumi, si attribuiscono esclusivamente agli altri tutti quei comportamenti e quelle caratteristiche che ai nostri occhi rappresentano il Male. Così si preserva l’immagine di Sé (e della propria parte) e al contempo si giustifica qualsiasi atto, anche il più disumano, come qualcosa di inevitabile, di necessario per difendere sé stessi, la propria gente, il proprio paese.

Anche coloro che non sono direttamente parte in causa nella guerra sono indotti dalla continua esposizione alle notizie della guerra, con tutto il suo carico di atrocità, ad identificarsi con una delle due parti, che diventa ai propri occhi la parte del Bene e del Giusto, in cui ci sono esclusivamente vittime incolpevoli dell’altrui Malvagità.    Anche perché questo è lo schema adottato dalla maggior parte di coloro che forniscono le notizie e da molti dei cosiddetti “opinionisti” che le commentano.

Pur non essendo direttamente in guerra, si finisce così, sia per motivi interni che per le pressioni provenienti dall’esterno,  per adottare lo stesso meccanismo di scissione tra Bene e Male: attribuendo tutta la malvagità all’altra parte, possiamo continuare a coltivare la convinzione che i nostri moti dell’animo, i nostri pensieri, le nostre azioni sono irreprensibili, che noi siamo limpidi e puri, privi di zone grigie, opache, incapaci di fare qualcosa di male, anche qualora i venti della guerra arrivassero ad investirci.

* L’autrice: Giovanna Bosco, psicoterapeuta, socio ordinario GASi  (Group Analytic Society International), già responsabile della Scuola di Formazione E-spèira, autrice e curatrice di varie pubblicazioni tra cui “Oltre la parola: la relazione terapeutica e formativa tra psicoanalisi e arti-terapie”, Ed. Guerini, 2001

 

Il lavoro nelle Istituzioni – contributo di F. Merlini al Seminario del febbraio 2018

 

Pubblichiamo qui di seguito il contributo di Franco Merlini al Seminario organizzato dall'Associazione E-spèira  il 23 febbraio 2018, dal titolo IL LAVORO NELLE ISTITUZIONI: PARLIAMONE 

 

Introduzione

Vi propongo una domanda: “Il bravo operatore è colui che si è ben formato, o colui che è abbastanza guarito?”

Sappiamo che curare e prendersi cura di sé, non è mai un’operazione dissociabile, soprattutto nel nostro mestiere (questa scelta infatti permette a qualcuno di continuare a curarsi e a qualcuno di non farlo mai). Non possiamo dimenticare che il nostro è un mestiere fondato sulla complessità e sulla soggettività, che per definizione non comportano tecniche d’intervento certe e ripetibili; e questo già introduce nel nostro lavoro di tutti i giorni una dimensione di incertezza.

Nella pratica clinica, la differenza  la fa,  la diversa capacità con cui l’operatore  riesce a stare col paziente continua a leggere…

L’incontro con il trauma: riflessioni su “Una stanza tutta per lei”

di Giovanna Bosco

Premessa
Dopo uno dei seminari tenuti presso la nostra sede sul tema dell’ “indicibile”,  in cui era emersa la potenza comunicativa delle immagini mentali, particolarmente quando la relazione si fa emotivamente impegnativa, Teresa Mutalipassi ci ha inviato un interessante scritto, pubblicato all’inizio di settembre,  in cui torna con il ricordo al caso di Nina, una giovane donna con una storia di abusi e maltrattamenti alle spalle, inviata a lei per una valutazione delle sue capacità genitoriali.  Lo scritto, coinvolgente, interlocutorio e generoso nel rivelare sensazioni, difficoltà, immagini, desideri, pensieri suscitati da quell’incontro, aveva stimolato due brevi ma significativi Commenti da parte di  Luciana Monzi e Vera De Luca.
Rileggendo quello scritto a distanza di un po’ di tempo insieme ai Commenti, son stata sollecitata a riflettere su varie questioni, in particolare:

– le difficoltà emotive e relazionali cui siamo esposti quando ci viene richiesta una valutazione delle capacità genitoriali rispetto a soggetti che, prima di diventare genitori,  sono stati bambini  maltrattati o abusati e che quindi arrivano a noi con un carico di sofferenze indicibili ma inscritte nel corpo, se sappiamo ascoltarlo. Chi vediamo di fronte a noi?  Una madre inadeguata? O che va sostenuta e aiutata a svolgere le funzioni materne?  O una ragazzina mal-trattata da proteggere?  Con chi ci identifichiamo e con chi empatizziamo?  Con il figlio? Con la madre? Con la bambina segnata da mille spaventi, abbandoni e abusi che è in lei? continua a leggere…

Una stanza tutta per lei

di Teresa Mutalipassi

Presentazione

Caso emblematico quello di Nina, con una storia traumatica  fatta di maltrattamenti, abusi, rifiuti fin dalla più tenera età, inviata alla collega Teresa Mutalipassi per una “valutazione delle capacità genitoriali”.  Adolescente nell’aspetto nonostante i suoi 25 anni, Nina riversa sull’interlocutrice un fiume di parole spezzate e accavallate, spesso incomprensibili, tanto che per cercare di capire il “groviglio spaventoso di spaventi ed abbandoni” bisogna “ascoltare e guardare anche altro” : il suo corpo minuto, cresciuto a stento, cui sembra affidare il compito di parlare per lei attraverso i tatuaggi infantili, i colori sgargianti dei capelli, le tensioni ed i dolori,  quel suo muoversi continuamente sulla sedia che evoca il “corpicino di un neonato lasciato in uno spazio vuoto, esposto e non contenuto”, e così via. “Lasciare spazio alle immagini, ai suoni e alle emozioni associate a questi è stato l’unico modo per capire qualcosa di lei e del suo mondo” ci dice Teresa.  E dopo aver segnalato che non vede per Nina la possibilità di una terapia “canonica”, si pone e pone al lettore molte importanti domande.  Si tratta dunque di uno scritto fortemente interlocutorio, continua a leggere…

IMMAGINI: riflessioni sul Seminario del 15 ottobre

di Velia Ranci

Come seguito alle nostre riflessioni sull’indicibile emerse nel Seminario di marzo abbiamo scelto per il Seminario di ottobre il tema dell’immagine.
Abbiamo fatto questa scelta perché il nostro lavoro ci ha fatto toccare con mano quanto possa essere importante un’immagine, nei momenti in cui la relazione  si fa emotivamente impegnativa e difficile. Un’immagine che ci si presenta alla mente e che riusciamo a condividere, col paziente o col gruppo, è quella che permette di dare un significato e di imprimere una svolta alla relazione e al processo terapeutico.
 
 Le esperienze evocate nel Seminario del 15 ottobre mi hanno fatto riflettere su quanto le immagini si impongano alla mente; perché si impongono, si sostituiscono al pensiero di parole, in momenti emotivamente impegnativi.  Momenti in cui si è dentro all’immagine, ci si immerge nell’immagine. Questa è l’impressione che mi ha suggerito il racconto di Pierluigi.
 Durante un’escursione in montagna Pierluigi si accorge che un masso enorme sta precipitando nella sua direzione. continua a leggere…

La formazione delle immagini: introduzione al Seminario del 15 ottobre 2016

        di Giovanna Bosco

L’immagine è come un fiore che va trattato con delicatezza.
Darne un’interpretazione chiusa è come reciderlo dalla pianta,
per metterlo in un bicchiere dove avrà vita breve.
Soggettivare i vissuti che l’immagine suscita in ciascuno di noi
permette a nuovi fiori di sbocciare e nuovi frutti nascere,
dando inizio ad una storia aperta a nuovi sviluppi

 

 

Riporto in questo scritto la Relazione introduttiva da me tenuta il 15 ottobre 2017, integrata su alcuni punti da riflessioni successive stimolate dall’esperienza del Seminario. 

 

Una premessa
Poiché questo incontro di oggi  è la prosecuzione della riflessione comune iniziata con il Seminario del 15 marzo 2016 sui “Processi di elaborazione delle esperienze indicibili”, richiamerò brevemente, tra gli aspetti trattati nel precedente incontro, quelli che fanno da sfondo a quanto esporrò oggi, rinviando chi volesse approfondire agli scritti sull’argomento già pubblicati su questo stesso sito, e indicati in calce a questo testo:

 le immagini mentali sono il risultato di un’elaborazione non verbale e tuttavia già simbolica di molte informazioni che provengono o sono pervenute in passato dai vari canali sensoriali. Appartengono quindi alla sfera non verbale, analogica. Tuttavia differiscono dai processi di “elaborazione subsimbolica” (come li definisce Wilma Bucci), attraverso cui in modo inconsapevole e non intenzionale viene trattato il flusso continuo di sensazioni e informazioni che provengono dai nostri organi di senso e dall’interno del corpo. Pur non dando luogo a rappresentazioni, i processi “subsimbolici” hanno un grande valore e  sono alla base, tra le altre cose, dell’intuizione, un importante fattore terapeutico ‘nascosto’.

• La formazione di immagini  fa da ponte tra quel mondo sottotraccia che abbiamo definito subsimbolico – in cui vi è un flusso continuo di sensazioni che vengono dal corpo –  e il mondo delle parole, che per la loro radicale estraneità non potrebbero mai  incontrarsi tra loro. Le immagini possono svolgere questa funzione di ‘ponte’ perché da un lato mantengono l’ancoraggio al mondo dei sensi, proprio dei processi “subsimbolici”, ma allo stesso tempo hanno già in comune con le parole l’appartenenza al mondo dei simboli e delle rappresentazioni.

• Si è messo in luce nel precedente seminario che la psicoanalisi contemporanea, trovandosi a far fronte a nuove forme di disagio –  soggetti incapaci di riconoscere le loro emozioni e quelle degli altri, con limitata capacità immaginativa e prevalenza  del pensiero operativo, pratico – si è resa conto che il trattamento analitico classico, fondato sull’interpretazione verbale, con questi soggetti è poco praticabile. Questo  porta a rivalutare tutto ciò che nella relazione passa, più o meno consapevolmente, per il non verbale, in particolare la comunicazione corporea (le espressioni del volto, la voce, il ritmo, i movimenti del corpo, e così via). 

• Si è anche considerato che, nonostante il crescente interesse per la comunicazione corporea, resta la tendenza a restare difensivamente nella trincea dell’osservazione, anzichè riconoscere che anche noi siamo parte in causa, in quanto partecipiamo, per lo più inconsapevolmente, ad un fitto dialogo fatto di espressioni facciali, movimenti del corpo, tono della voce. Questo elemento di riflessione ci riguarda tutti: psicoanalisti e gruppoanalisti, arteterapeuti, formatori. Abbandonando il vertice dell’”osservazione” dell’Altro diventa possibile porci in ascolto – nel flusso delle comunicazioni da corpo a corpo – delle nostre sensazioni. Questa è la premessa perché i segnali che provengono dal nostro corpo possano trasformarsi in immagini. continua a leggere…

Seminario 12 marzo – Elaborare l’indicibile: I MATERIALI

Pubblichiamo, a cura dell’Associazione E-spèira, i materiali del Seminario del 12 marzo 2016, dal titolo: “Elaborare l’indicibile”. In questo testo il lettore potrà trovare:
-la sintesi della relazione introduttiva di Giovanna Bosco e degli interventi di Velia Ranci e Pierluigi Sommaruga
– la sintesi della discussione e delle comunicazioni che sono circolate ‘nel’ Seminario, e dei contributi scritti nati ‘dal’ Seminario e messi a disposizione da alcuni tra i partecipanti: Christian Colautti, Vera De Luca, Chiara Marazzini, Luciana Monzi, Teresa Mutalipassi.
– proposte e desideri di approfondimento
Lanciando uno sguardo verso il futuro, pensiamo di continuare la riflessione, organizzando  un secondo incontro sullo stesso tema dopo l’estate. La pubblicazione di questi materiali ha anche lo scopo di permettere a chi fosse interessato ad approfondire la questione dell’ “indicibile”, di potersi inserire in questo percorso di ricerca, e di partecipare al prossimo  incontro. 

 

Sintesi della relazione introduttiva di Giovanna Bosco

La relatrice introduce il tema del seminario segnalando due immagini – tratte dalla propria esperienza clinica, dall’attività di supervisione e dalla letteratura, che rappresentano un disagio riguardante continua a leggere…

I processi di elaborazione di esperienze ‘indicibili’ (parte 2°)

  di Giovanna Bosco

 

In questa seconda parte dell'articolo (la prima è stata pubblicata su questo sito nel luglio 2015) prendo in considerazione i contributi della Infant Research e le implicazioni per la psicoanalisi e gruppoanalisi della scoperta dei 'neuroni specchio'. Vengono poi discussi i concetti di emozione e di empatia in un’ottica di complessità, e viene messa in luce l’interdipendenza tra lo sviluppo del sistema nervoso e la qualità delle esperienze emozionali intersoggettive.

Tutto ciò ha a che fare con quell’area dell’esperienza umana che è ‘indicibile’. La stessa psicoanalisi va sempre più riconoscendo l’importanza dei ‘fattori terapeutici nascosti’, che hanno a che fare con l‘insieme di  comunicazioni non intenzionali e spesso non consapevoli, veicolate dagli aspetti prosodici del linguaggio parlato e dalle espressioni del viso e del corpo. Prendo poi in esame il concetto di ‘schema emozionale dissociato’ (W.Bucci), e faccio dei collegamenti con la mia esperienza terapeutica, esponendo due casi clinici in cui le tracce di eventi traumatici del passato, affidate ad un solo canale sensoriale, erano inizialmente esiliate in “isole di non senso”.

Nell’ultima  parte dell’articolo propongo degli elementi di riflessione, corredati da vignette cliniche, sui processi di elaborazione delle esperienze indicibili nel contesto psicoanalitico, e mi ricollego ad una domanda di Antonio Imbasciati sul posto che ha, nella formazione dell’analista, la comunicazione non verbale.  Porto infine l’attenzione sulla specificità dei processi di elaborazione nelle terapie a mediazione artistica e nelle artiterapie.

 

La scoperta dei neuroni specchio: implicazioni per la psicoanalisi e la gruppoanalisi

Si parla sempre più spesso di empatia come di un fattore fondamentale, oltreché nella relazione madre-bambino e nelle relazioni umane in genere, nel rapporto terapeutico.  La scoperta dei neuroni specchio da parte di Rizzolatti e altri (1996) toglie un po’ dell’alone mistico che ha sempre circondato questo concetto. Più in generale, tracciando nuove linee di collegamento tra fenomeni biologici e fenomeni psichici, contribuisce al superamento del pensiero dicotomizzato che per secoli l’essere umano ha avuto su se stesso, per lo meno nella cultura  occidentale, continua a leggere…

I processi di elaborazione di esperienze ‘indicibili’ – parte 1°

di Giovanna Bosco

In questo articolo parto dalla constatazione che l’esistenza e l’importanza delle esperienze emotive “indicibili”, e l’accumularsi di nuove conoscenze provenienti dalle scienze neurologiche e dalla Infant Research, oltre che dalle esperienze cliniche, impongono  una revisione rispetto alla tradizionale visione gerarchica del rapporto tra verbale e non verbale, tanto che anche all’interno della stessa Psicoanalisi la concezione del processo terapeutico come “talking cure” (cura attraverso la parola) è ormai oggetto di interrogativi e ripensamenti.
In questa prima parte, dopo aver esaminato il contributo di Wilma Bucci  alla comprensione del rapporto tra verbale e non verbale, si mette in luce come sia importante non solo riconoscere la complessa rete di comunicazioni non verbali che, indipendentemente dalla tecnica e dai codici comunicativi  adottati, passano, in modo spesso non intenzionale e inconsapevole, tra terapeuta e paziente o tra i membri di un gruppo, ma anche distanziarsi dall’idea che “elaborazione” e “verbalizzazione” vadano di pari passo. Evitando sia la sopravvalutazione della parola, poco adatta a comunicare le emozioni, sia una visione “mistica” ed autosufficiente del non verbale, il lavoro terapeutico porta a cimentarsi con la co-invenzione, con ogni paziente o gruppo,  di un “particolare” linguaggio che connetta i diversi sistemi comunicativi, che consenta di includere ed elaborare le esperienze “indicibili”, e che sia abbastanza flessibile da modificarsi nel corso del tempo. Quest’ultimo punto verrà ripreso e sviluppato nella seconda parte, in corso di preparazione.

Rileggendo i Commenti dei lettori al mio scritto “Corpo e Voce nell’esperienza psicoanalitica”, qui pubblicato circa un anno fa, mi sono sentita nuovamente sollecitata a riflettere su ciò che scriveva una giovane collega a proposito di quell’articolo.  Con molto garbo la collega mi faceva notare che il mio testo aveva suscitato in lei ammirazione per “la semplicità sapiente” che traspariva  in modo particolare dai casi clinici, ma che lo sentiva carente sul piano esplicativo. continua a leggere…

Corpo e voce nell’esperienza psicoanalitica

di Giovanna Bosco

Anche se nella tradizione psicoanalitica non manca l’attenzione ai fenomeni extra-verbali, fino ad ora la psicoanalisi ha per lo più ritenuto che tutto ciò che viene espresso con modalità diverse dalla parola rappresenti una regressione ai livelli primitivi (in quanto precedenti la nascita del linguaggio) dello sviluppo psichico. Da qui la tendenza a considerare il corpo del paziente – con le sue posture, la sua mimica, il gesti ripetitivi, le somatizzazioni – principalmente come oggetto di ‘osservazione’ da cui trarre indizi sui contenuti psichici ‘pre-verbali’, per poterli recuperare alla coscienza attraverso la parola.

Si tratta di un nodo problematico non più eludibile, con radici antiche nel pensiero occidentale, che richiede una profonda ri-considerazione.  La scissione corpo-mente, che pervade la nostra cultura, può essere fatta risalire a Platone. Affermando che la vera realtà è rappresentata dal mondo “ideale”, Platone stabilisce la matrice filosofica da cui deriverà la svalutazione di tutto ciò che è legato all’esperienza sensoriale, alla materia, al corpo (il mondo “sensibile”) che sarà poi ripresa dal Cristianesimo con Agostino, e successivamente da Kant.  Eppure il termine “sensibile” ha un doppio significato: si riferisce non solo a ciò che viene percepito attraverso i sensi, ma anche alla capacità di comprendere gli stati d’animo e le emozioni, proprie e altrui, il mondo della natura e dell’arte. E’ dunque presente, nel sentire comune, la connessione tra l’essere ‘radicati nel corpo’ e la capacità di provare emozioni e di conoscere l’Altro emozionalmente. continua a leggere…

L’abisso del vuoto, il tumulto del pieno

di Gloria Santone Marti

Riproponiamo qui, nel Circolo on-line, questo scritto di Gloria Santone Marti, già pubblicato nella sezione Esperienze del Bollettino E-spèira n.2. Il testo descrive due percorsi psicoterapeutici in cui si è scelto di introdurre il disegno partendo da due problemi opposti ma speculari: nel primo caso la difficoltà del paziente a comunicare con le parole, nel secondo una verbosità incessante e tumultuosa. Un ‘vuoto’ di cui non si intravvede il fondo e un ‘troppo pieno’,  che sono entrambi sentiti dalla terapeuta come rischio di sterilità, impedimento allo sviluppo di un processo realmente trasformativo.

Gloria era una psicoterapeuta che faceva parte dell’Associazione E-spèira e che aveva coraggiosamente imboccato, già alcuni anni prima della sua prematura scomparsa avvenuta alla fine del 2009, percorsi nuovi e creativi. Sono proprio i processi creativi a lanciare un ponte che può mettere in comunicazione il mondo della Psicoanalisi con quello dell’Arte, consentendo un incontro fecondo, generativo di nuove forme terapeutiche. Si potrebbe definire il lavoro che Gloria Santone Marti presenta in questo suo scritto una Psicoterapia a mediazione artistica. Si potrebbe anche parlare di Arteterapia , se non fosse che l’originalità del suo lavoro sta proprio nel fatto che esso travalica sia i canoni tradizionali della Psicoterapia ad orientamento analitico che quelli dell’Arteterapia.

Solitamente l’Arteterapia afferma di bandire dal suo orizzonte l’attività ‘interpretativa’ per focalizzarsi  soprattutto sullo sviluppo delle cosiddette risorse ‘sane’ del paziente, mentre in questo lavoro di Gloria Santone non si rinuncia a ‘dare senso’ a tutto ciò che avviene nel campo relazionale, compreso ciò che di ‘inaridito’ o ‘sterilmente ripetitivo” emerge attraverso l’espressione grafica. Ma con una differenza sostanziale rispetto all’’ortodossia’ psicoanalitica: la psicoterapeuta non si pone qui come ‘osservatrice neutrale’ che interpreta ciò che il paziente esprime sulla base di un determinato modello esplicativo della Psiche da cui discende un ‘sapere già saputo’. La sua formazione, orientata in senso ‘relazionale intersoggettivo’ la porta invece a mettersi in gioco, a partecipare allo sviluppo di una relazione dialogica in cui entrambi i co-protagonisti si comunicano reciprocamente i loro vissuti e danno ‘nuovo senso’ alle rispettive espressioni grafiche.

Così ad esempio scrive l’autrice: “Andrea mi fa notare che il mio albero ha una chioma molto colorata, mentre il tronco è talmente nero da sembrare carbonizzato. Mentre disegnavo non mi ero accorta di quel contrasto: sotto qualcosa di inaridito e sopra tanta vita.  Notiamo che il disegno di Andrea è l’opposto: sotto la vita e sopra rami secchi. Nella nostra relazione è nato un primo momento di condivisione, in entrambi i disegni c’è una parte arida e una vitale (…)”  continua a leggere…

A proposito di relazione e interpretazione …

(Abbiamo ricevuto, come Commento all'articolo di Giovanna Bosco dal titolo "Dal tramonto dei modelli intrapsichici all'orientamento relazionale", questo contributo di Pierluigi Sommaruga.  Per l'ampiezza delle riflessioni e l'interesse dell'esperienza clinica cui fa riferimento, si è ritenuto opportuno pubblicarlo come un vero e proprio intervento)

di Pierluigi  Sommaruga

      Sullo scritto di Giovanna Bosco  "Dal tramonto dei modelli intrapsichici all'orientamento relazionale" ci sarebbe molto da dire, ma ciò che mi ha più colpito è un preciso riferimento al “relazionale” usato come etichetta. Condivido il suo excursus sull’evoluzione della psicoanalisi, quasi parallelo a un bell’articolo di Imbasciati sullo stesso soggetto pubblicato a marzo su “Gli Argonauti”, ma mi chiedo con lei perché  questo concetto che sembra così elementare vada riscoperto continuamente nelle scienze umane.

       In realtà la ricerca di un modello è sempre stata un'attrazione irresistibile per tutti coloro (filosofi, antropologi, biologi, psicologi, psichiatri) che si sono chiesti perché siamo fatti così. Un modello potente è stato quello genetico, che come l’Araba Fenice viene demolito per ricomparire più vivo che mai (specie nella letteratura popolare con l’annuncio che è stato scoperto il gene del….) anche se oggi si sa che l’azione di un gene si esplica solo in relazione all’ambiente che la circonda  e il gene stesso può modificarsi e diventare altro in particolari circostanze della sua vita. Non a caso oggi non si parla tanto di genetica ma piuttosto di epigenetica.

       Così nella teorizzazione psicoanalitica non ci si riferisce più a dei modelli intrapsichici individuali ma a dei modelli relazionali. Ma è come la scoperta dell’acqua calda: continua a leggere…

Dal tramonto dei modelli intrapsichici all’orientamento relazionale

di Giovanna Bosco

1. Una domanda che riguarda non solo la psicoanalisi e la gruppoanalisi ma anche gli operatori delle relazioni d’aiuto e gli arteterapeuti

      Alcune constatazioni fatte recentemente mi hanno indotta a riprendere qui oggi una questione che da tempo, come E-spèira, consideriamo fondamentale  per la nostra navigazione: cosa comporta per il mondo della psicoanalisi il passaggio dai modelli intrapsichici ad un nuovo orientamento di carattere relazionale, e quale conseguenza questi due diversi approcci hanno anche per altri operatori delle professioni di aiuto e per chi si occupa di artiterapie?
      Recentemente, facendo una piccola ricerca su Internet, mi sono resa conto che le espressioni “relazionale” o “orientamento relazionale”, oltre ad essere le chiavi di accesso ai siti di  Associazioni con chiare basi teorico-metodologiche, in alcuni casi vengono utilizzate disinvoltamente come biglietto di presentazione per attività dai riferimenti molto incerti o fortemente contradditori (tanto da includere il bio-feedback e altre procedure di stampo comportamentista).  Ho anche scoperto, con una certa sorpresa, che c’è pure chi, dopo aver affermato di occuparsi di ‘arteterapia ad orientamento relazionale’, per spiegare di che si tratta  attinge a man bassa, e in modo pressoché esclusivo, ad una mia pubblicazione del 2001 , senza citare neppure una volta la fonte.  A volte l’etichetta “relazionale” sembra essere utilizzata come una sorta di passe-partout o come copertura per l’assenza di un chiaro e consapevole orientamento teorico-clinico.  

      Parlando di orientamento relazionale in psicoanalisi, non si intende genericamente un approccio simpatico e accattivante in quanto “nuovo”, ma si fa riferimento ad un vero e proprio cambiamento paradigmatico che ha portato settori sempre più ampi della psicoanalisi ad abbandonare l’originaria visione intrapsichica a favore di una visione relazionale dell’essere umano e del processo terapeutico. Una visione diversa ma non priva di profondità e di coerenze interne.
      Seguendo questo fil rouge, che connette tra loro più modelli teorici, cercherò di ripercorrere brevemente continua a leggere…

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