News: lettera aperta “Se vuoi la pace prepara la pace”

Un gruppo di professionisti, psicologi, psichiatri, pedagogisti, sociologi  riuniti nel “Tavolo per la pace” ha scritto la lettera aperta “Se vuoi la pace, prepara la pace”, invitando ad un incontro aperto lunedì 21 aprile alle ore 21 online.

” Siamo un gruppo di professionisti, pedagogisti, sociologi, psicologi e psichiatri che lavora da tempo, nelle istituzioni e nella pratica clinica, nell’area dell’educazione alla pace e della risoluzione dei conflitti interpersonali e sociali. Ci siamo riu­niti, a partire dal 2024, in un Tavolo per la Pace per elaborare un pensiero scientifico non di parte e fuori da qualsiasi orientamento ideologico con l’intento di promuovere un pensiero ri­flessivo su alcune questioni che riguardano tutti e su cui solitamente nel dibattito pubblico prevale l’arroccamento ideologico e il richiamo ad un’emotività sconnessa dal vaglio della ra­gione: cosa ci porta ad armarci e a fare la guerra, quali sono le pratiche di pace possibili per evitare le guerre?

Si vis pacem, para bellum – se vuoi la pace, prepara la guerra è un’antica provocazione pa­radossale, attribuita a Vegezio e ripetuta da molti, purtroppo anche nei tempi recenti e peri­colosissimi che viviamo oggi. Anche alcuni esponenti politici lo hanno fatto pubblicamente ed è per questo che noi rivolgiamo a tutti questo messaggio. Chiediamo l’attenzione di tutti alla nostra interpretazione di quella antica frase nella speranza che una maggiore consape­volezza collettiva possa favorire azioni utili per la pace.

L’inizio della frase lascia intendere che il soggetto – tu – possa scegliere secondo la pro­pria volontà tra la pace e la guerra. Questo è importante: la guerra è infatti una scelta, non un destino e men che meno un fatto naturale.

Crediamo questo? Crediamo che la guerra sia esito di scelte fatte da persone libere, individualmente, nei loro ruoli sociali, politici, istituzionali?

Qual è dunque la nostra scelta? E effettivamente la pace – in qualsiasi senso intesa – è davvero la nostra scelta? Da quali nostre azioni tale scelta è resa visibile e credibile?

La seconda parte della frase trasforma la volontà finalizzata alla pace in un confuso ossimo­ro, come se la guerra fosse un mezzo per costruire la pace, mentre di fatto ne è la più evi­dente contrapposizione e negazione. La guerra e la sua preparazione, cioè l’attivazione di tutte quelle condizioni materiali e operative che permettono a un’alleanza di Stati di fare guerra, sono la più ovvia negazione della pace. La guerra non è un mezzo e deve essere re­spinta come strada per risolvere problemi collettivi e controversie internazionali, come affer­mato dall’articolo 11 della nostra Costituzione.

Perché allora rispolverare e ripetere quell’antica bugia?

Di fatto, nella sua paradossale contraddizione, questa frase risulta chiara solo facendo riferi­mento a un pensiero implicito, che sembra sostenere che coloro che agiscono per preparare la guerra, innanzitutto con scelte di spesa per armamenti, abbiano in mente l’idea che i “po­tenziali nemici” rinuncerebbero alla guerra contro di noi vedendoci più armati e minacciosi. In realtà tutte le vicende storiche analizzate dagli studiosi di polemologia dimostrano che, più una grande potenza tende ad armarsi, cioè a diventare minacciosa, più essa crea una reazione di paura nei Paesi vicini che li porta ad armarsi a loro volta o ad allearsi tra loro per fronteggiare quella che essi con ragioni concrete avvertono come una minaccia e un incom­bente pericolo di aggressione. Preparare la guerra è un ostacolo ai mezzi diplomatici e dia­logici per la gestione delle controversie internazionali, che sono i luoghi in cui sono stati scritti tutti i trattati di pace della storia. La stessa dinamica e anche gli esiti prodotti si posso­no osservare tra coloro che fanno dell’aggressività e della forza un punto di riferimento della propria identità: risse, accoltellamenti e altri comportamenti violenti che ostacolano lo svilup­po delle competenze dialogiche e conflittuali.

Come è possibile che persone che davvero vogliono vivere in pace tendano a credere che l’esibizione di forza e la minaccia di violenza possano diminuire il rischio di risposte violente?

Questo fenomeno si può spiegare grazie a una lettura dei significati affettivi presente all’interno dei contenuti connotativi dell’enunciato si vis pacem para bellum.

L’esibizione da parte di un bambino di una postura aggressiva verso il mondo, magari sol­tanto a livello di immaginazione, per fronteggiare le ansie legate alla sua condizione di fragili­tà, è il normale vissuto che vive nella propria fantasia un bambino molto piccolo, intorno ai due o tre anni. A quell’età ognuno di noi ha sperimentato un mondo sconosciuto, che fa pau­ra. Il conforto proviene dalla protezione data dai genitori e dalle altre figure educative di rife­rimento: queste figure aiutano il bambino a sentirsi più sicuro, ma normalmente la mente in­fantile, per elaborare queste paure ha anche bisogno di appoggiarsi a fantasie onnipoten­ti usate per sconfiggere mostri, draghi e altre presenze minacciose percepite nel buio della cameretta, dove il bambino o la bambina impara ad addormentarsi da solo/a. La figura che all’interno della famiglia sembra stagliarsi con più sicurezza e forza per proteggerlo da questi pericoli, di solito il padre, viene così idealizzato e gli vengono attribuiti poteri magici, spesso confermati dalle storie di super eroi che vengono proposte al bambino: Super man, l’uomo ragno, Batman, ecc.

Nel corso della crescita, l’educazione e lo sviluppo dei processi simbolici riducono l’impor­tanza del pensiero magico infantile: il bambino e la bambina imparano a riconoscere e nomi­nare le emozioni, compresa la paura, la rabbia, la tristezza, la delusione, e ad usare strate­gie più razionali per la gestione dei conflitti, insieme a forme di comunicazione più adeguate a soddisfare i propri bisogni in modo realistico, cioè tenendo conto anche delle altrui richie­ste. Nella mente di molte persone adulte, tuttavia, rimangono residui importanti di angosce infantili e il bisogno di cancellarle velocemente può portare anche quando si è adulti a identi­ficarsi con un pensiero magico, spesso rappresentato da un leader deciso e minaccioso, che offre apparenti “soluzioni risolutive” rispetto ai rischi – reali o immaginari – che proven­gono dall’esterno della propria comunità: porsi sotto l’ombra protettiva del vecchio padre on­nipotente capace di cancellare magicamente il persecutore, infatti, è una fantasia che, alme­no sul piano immaginario, sembra offrire più sicurezza rispetto alla dipendenza da leader calmi e razionali che in collaborazione con molte altre persone diverse avviano lunghe e ra­gionevoli trattative con le nazioni vicine per costruire relazioni pacifiche, accordi equilibrati, garanzie credibili ed effettivamente valide per creare sicurezza.

Grazie alla lettura dei significati affettivi presenti all’interno del detto di Vegezio, dunque, è possibile capire il motivo del successo di questa frase tra molte persone. Coloro che l’ascol­tano – e che ci credono – non sembrano interessati tanto al suo contenuto esplicito e razio­nale, quanto piuttosto al suo contenuto affettivo implicito e al suo effetto emotivo rassicuran­te. Nella mente degli adulti rimangono residui di angosce infantili e quando non riusciamo a gestirle, in noi prevale il bisogno di controllarle velocemente attraverso un pensiero magico. Coloro che accettano questo detto sono influenzati da queste ansie di natura infantile che li portano inconsapevolmente ad accettare l’antica bugia perché essa sembra loro più rassicu­rante. Tale fantasia alimenta il bisogno di vedere sulla scena sociale un capo protettivo e autorevole che sul piano simbolico rimanda alla figura forte e potente del padre idealizzato nella propria infanzia. In realtà, questa fantasia, come abbiamo visto, allontana dall’unica vera strategia possibile per costruire la pace (dialogare, confrontarsi, trovare un accordo o almeno una mediazione o un aggiustamento) e spinge invece questi adulti a prendere deci­sioni frettolose, a fare scelte orientate da un pensiero irrazionale e a promuovere relazioni sociali basate sulla diffidenza reciproca e sulla paranoia, cioè, sull’attribuzione a chi viene percepito come nemico di qualità soltanto negative e intenzioni molto minacciose.

La pace è un progetto, è costruire competenze di gestione non violenta dei conflitti e legami di fiducia, di ascolto e di interesse reciproco. Progettare è un atto della comunità.

I promotori del Tavolo per la pace: Giovanna Bosco, Sissi Ceresa, Paola Cosolo Marangon, Maria Teresa Fenoglio, Tamara Gallinari, Livia Gay, Annamaria Manzoni, Diego Miscioscia, Elena Passerini, Rossana Pierri, Giuseppe Pitotti, Francesco Paolo Ragusa, Claudio Riva, Maristella Rossini, Alessandro Sansavini, Maria Teresa Scherillo”.

 

 

 

 

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