CHI HA PAURA DEI GRUPPI? Al di là dei modelli teorici, oggi più che mai c’è bisogno di buone pratiche di gruppo
di Giovanna Bosco

Sommario
Lo scritto prende l’avvio dalla constatazione che la cultura di gruppo incontra crescenti ostacoli nelle istituzioni preposte alla salute mentale, dove è sempre più difficile tenere gruppi psicoterapeutici o di sostegno, e più in generale nella società, dove la cultura comunitaria è insidiata dal crescente individualismo.
Vengono presi in esame i cambiamenti a livello macrosociale e culturale che si riverberano anche sulla cultura psicoterapeutica, facendo riemergere l’antica diffidenza e ambivalenza nei confronti dei gruppi che caratterizzava la cultura di fine Ottocento, e che non potè non influenzare la nascente Psicoanalisi.
Viene ripercorso il lungo e ondivago cammino che, tra richiami identitari e slanci di rinnovamento, ha portato all’affermarsi dell’idea che un gruppo è qualcosa di diverso e di più di una somma di individui e che non si può conoscere l’individuo e la sua vita inconscia se lo si isola artificialmente dalla specifica rete relazionale di cui è parte.
Si prendono poi in esame i modelli sviluppati da Bion e da Foulkes, individuando elementi comuni e differenze sia sul piano teorico che della pratica terapeutica, che nella concezione Foulkesiana è ispirata ad una visione relazionale e assegna al conduttore una funzione assai meno direttiva. Viene inoltre indagato il modo in cui le diverse esperienze biografiche di Bion e Foulkes hanno influenzato lo sviluppo delle loro teorie e della loro prassi.
Si segnala come, dopo anni in cui i seguaci di Bion e Foulkes si erano ignorati reciprocamente, ci siano oggi, a livello internazionale, una maggior propensione all’ibridazione e lo sviluppo di nuove visioni più complesse.
Si accenna infine all’estensione della pratica gruppoanalitica, con opportuni adattamenti, ai gruppi non terapeutici, nonchè ai gruppi medi e grandi.
Partendo dalla consapevolezza che i fenomeni chiamati da Bion “ assunti di Base di Dipendenza, Attacco e Fuga e Accoppiamento” sono da mettere in relazione con il contesto il cui si sono svolte le sue esperienze con i gruppi, nonché con le sue vicende biografiche e il suo porsi come leader del gruppo, ci si chiede se le osservazioni da lui fatte non tornino oggi di particolare attualità quando volgiamo lo sguardo a ciò che avviene a livello macrosociale e internazionale, con particolare riferimento al rapporto tra i Grandi Gruppi e i loro leader.
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La cultura di gruppo, che nel nostro paese ha avuto il suo apice negli anni 70-80, appare oggi appannata ai vari livelli in cui si era affermata: organizzazione della produzione, corpi sociali intermedi, gruppi istituzionali, lavoro clinico.
Negli anni che hanno preceduto la pandemia ho svolto attività di supervisione di gruppo rivolta a colleghi che nei servizi pubblici per la Salute Mentale in età evolutiva oppure nei servizi psichiatrici territoriali conducevano o intendevano formare gruppi clinici non strettamente terapeutici, come gruppi di sostegno alla genitorialità o di parenti di giovani psicotici. Ho così vissuto attraverso questa esperienza il declino dello slancio innovativo degli anni 70-80, in cui l’idea di gruppo era fortemente attrattiva e il “fare gruppo” era concepito già in sé come motore di significative trasformazioni. Nelle istituzioni chi cercava di formare nuovi gruppi incontrava ora resistenze sempre più forti, a livello organizzativo, professionale, personale.
Alla tradizionale resistenza ai cambiamenti propria delle istituzioni e alla paura di uscire dalla comfort zone del rapporto terapeutico diadico, si aggiungeva ora la diffidenza verso pratiche che coinvolgono in vario modo non solo il singolo operatore che intende formare un gruppo ma anche gli altri operatori del servizio. Le gerarchie istituzionali consideravano con sempre maggiore sospetto le metodiche di gruppo, che poco si prestano ad un controllo sull’efficienza standardizzato e burocratico. Anche coloro che avevano già avviato da tempo dei gruppi incontravano così crescenti difficoltà all’interno di istituzioni sempre più investite dalle spinte individualistiche.
Ci si diceva spesso, durante gli incontri del gruppo di supervisione che “ci vuole un gruppo per poter fare dei gruppi”. Lo sfaldarsi del gruppo-équipe, ridotto in molti casi a luogo di frettolosa contrattazione tra diversi interessi e diversi orientamenti degli operatori, rendeva infatti sempre più indispensabile un gruppo esterno alle istituzioni in cui, oltre ad affinare le proprie competenze nella conduzione di gruppo e poter elaborare attraverso il contributo di più colleghi i propri vissuti rispetto ad una specifica esperienza gruppale, si potesse sviluppare, in uno spazio sicuro, quell’ascolto reciproco, quella condivisione, e quel mutuo riconoscimento che erano venuti a mancare nel luogo di lavoro.
I cambiamenti degli assetti economici, sociali, culturali che fanno da sfondo alle crescenti difficoltà a pensarsi come un NOI cooperativo.
Oggi sembra che pensare in termini di NOI (un “noi” cooperativo che non annulla le differenze individuali ma promuove il dialogo e la collaborazione per realizzare finalità comuni) appartenga ad una cultura del passato, considerata una zavorra da chi vorrebbe marciare trionfalmente verso un “progresso” fondato sulla competizione e sulla legge del più forte.
Analogamente, nei servizi pubblici con compiti di prevenzione e cura della sofferenza psichica c’è stato, per un complesso di fattori politici e culturali, un processo involutivo che ha portato, tra l’altro, allo svilimento delle funzioni delle équipes, un tempo spazi essenziali di co-visione e di progettualità collettiva.
Come osserva il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman (1) la “modernità liquida” promette di valorizzare l’autonomia e la libertà degli individui ma in realtà ne accentua la solitudine e il senso di precarietà e insicurezza. L’inversione del rapporto tra bisogno, produzione e consumo, proprio di una società in cui sono i meccanismi consumistici a dettare i bisogni degli individui, impone la cultura dell’adesso e del subito, mettendo in crisi le dimensioni costitutive della personalità. Lo scenario di vita competitivo, dove “per occupare la scena bisogna cacciare via gli altri”, condanna le persone a vivere in un’incertezza permanente, che a sua volta produce instabilità emozionale e relazionale.
Richard Sennet (2) ha indagato le ricadute psicologiche delle trasformazioni del sistema di produzione. Poiché le delocalizzazioni spezzano il legame tra le strutture produttive e il territori in cui si radicavano, c’è bisogno di lavoratori altamente flessibili, che abbiano pochi e deboli legami affettivi, e perciò siano disponibili a cambiare ambiente di lavoro e persino area geografica seguendo il corso delle varie ristrutturazioni aziendali. La nuova organizzazione del lavoro porta a vedere i propri pari non come colleghi e compagni di strada con cui collaborare ma come “competitors” da eliminare.
Non solo nella vita lavorativa ma anche in quella privata si è obbligati a sempre nuovi adattamenti che rendono le persone sempre più fragili e isolate. Tra le “competenze” richieste al lavoratore vi sono ora caratteristiche che prima erano considerate negative, come l’accentuata competitività, e una “flessibilità” intesa come disponibilità a continue demolizioni e ricostruzioni della propria vita e rinuncia a relazioni profonde e stabili. Poiché tutta la società si trasforma in questa direzione, il singolo non percepisce questi cambiamenti in modo negativo e li sente come l’unico modo “giusto” di vivere.
I riflessi dei cambiamenti socio-culturali sulla cultura psicoterapeutica.
E’ su questo sfondo economico e socio-culturale che si colloca attualmente la crescente diffidenza delle istituzioni preposte alla salute mentale nei confronti dei gruppi, visti come entità meno influenzabili e governabili dei singoli individui.
Anche la cultura psicoterapeutica viene influenzata da questi processi che investono la società nel suo complesso. Può allora emergere, forzando al massimo la lezione di Bion, una rappresentazione a senso unico, scotomizzata, del gruppo, in cui forze oscure e meccanismi paranoici si scatenerebbero inevitabilmente, mettendo a rischio il “sano” percorso evolutivo dell’individuo. Si ignora così la grande portata che, in un setting adeguato, può avere il gruppo, sia sul piano sociale che terapeutico.
Chi conosce anche solo un poco la genesi e la storia dello sviluppo della Gruppoanalisi, non può non cogliere in questo quadro il riemergere dell’antica diffidenza e ambivalenza nei confronti dei gruppi (intesi come insieme di persone che si relazionano tra loro e condividono un interesse comune) che caratterizzava la cultura di fine Ottocento, e che non potè non influenzare la nascente Psicoanalisi.
Questa visione si è andata poi modificando nel secolo scorso, tra forti resistente e slanci di rinnovamento impressi da protagonisti dotati di notevole creatività e forte personalità, che hanno colto le occasioni favorevoli al cambiamento dovute alle mutate condizioni storiche.
A proposito di creatività ritengo significativo il contributo di Diego Napolitani, il quale osserva che l’esistenza di ognuno di noi si snoda tra due polarità, che egli definisce con i termini idem e autos
La componente identitaria (idem) ci porta a replicare, spesso inconsapevolmente, i copioni relazionali che si sono impressi in noi attraverso le varie esperienze vissute nel corso della vita, anzitutto nella famiglia poi via via negli altri gruppi di cui abbiamo fatto parte, e a interiorizzare i modelli e i codici culturali acquisiti nell’ambiente antropologico di appartenenza, nonché nei contesti in cui ci siamo formati professionalmente.
Accanto all’idem esiste però anche nell’essere umano una attitudine espressiva autentica (autos), che induce ad “andare oltre”(trans-gredire), che apre a nuove forme di relazionalità ed a riattraversamenti e ri-concepimenti trasformativi dei codici e dei saperi appresi. (cit.)
L’integrazione tra idem e autos è essenziale per l’equilibrio psichico (delle persone, dei gruppi, dei sistemi sociali) e per lo sviluppo di un’attitudine autenticamente creativa, che consideri l’insieme di codici appresi il porto sicuro da cui partire per inventare nuovi mondi.
Le istituzioni tendono a far prevalere la componente identitaria, ostacolando l’emergere di nuove concezioni e la sperimentazione di nuove metodiche. E questo è accaduto e accade anche all’interno della Psicoanalisi, non solo quando il pensiero per molti aspetti rivoluzionario di Freud si è istituzionalizzato, ma anche in seguito, quando le nuove concettualizzazioni che man mano si affermavano davano vita a vere e proprie Scuole di pensiero con i loro apparati di trasmissione di nuovi modelli.
Origine e sviluppo del paradigma gruppoanalitico
Narra Corrado Pontalti (4) che quando Resnik alla fine degli anni ’50 si trasferì dall’Argentina a Londra alla scuola di Melanie Klein e le comunicò la sua intenzione di avviare un gruppo terapeutico per giovani psicotici, quest’ultima “lo rimproverò aspramente definendolo mosso da fantasie di onnipotenza, in quanto già è tremendo affrontare lo spezzettamento interiore del singolo paziente tra oggetti parziali e aspetti psicotici che pensarsi nel confronto con diversi pazienti contemporaneamente era una follia”.
Questa scenetta è esemplificativa della difficoltà dell’establishment psicoanalitico del tempo a prendere in considerazione le interconnessioni tra mondo interno dell’individuo e mondo sociale esterno, e a considerare se il gruppo, oltre che fonte originaria del malessere, non potesse anche diventare, in un setting adeguato, una risorsa.
Sarà Foulkes (5) a fondare un nuovo paradigma, affermando che la malattia mentale ha alla radice “un disturbo di integrazione nella comunità”, e può essere compresa solo considerando la specifica rete relazionale familiare e sociale in cui ogni individuo nasce. Sarà così superata la visione puramente intrapsichica e individualistica che confinava la sofferenza psichica nel “mondo interno”, senza connettere tale “mondo interno” con l’ambiente in cui ogni individuo si trova, venendo al mondo, ad essere inserito.
Prima di ripercorrere brevemente la storia della psicoterapia di gruppo, è opportuno aprire una parentesi, per segnalare che le resistenze nei confronti del gruppo hanno a che fare, oltre che con questioni identitarie di carattere teorico, anche con un aspetto solitamente inconsapevole: nel gruppo anche il terapeuta siede nel cerchio insieme agli altri membri, e questa disposizione fa cadere quel diaframma rassicurante che, per lo meno nella tradizione analitica, è rappresentato dalla distanza spaziale e dal lettino che lo sottrae alla vista del paziente. Nel cerchio del gruppo anche il terapeuta partecipa in pieno alla fitta rete di comunicazioni extraverbali che, a differenza della parola, sono spesso inconsce e assai meno controllabili. Questo dispositivo rende il terapeuta molto più esposto, e questo va a tutto vantaggio della autenticità dei rapporti, ma fa cadere l’illusione che l’analista possa considerarsi uno specchio neutrale che non fa altro che riflettere la realtà interna del paziente. Questa illusione è stata messa in discussione, anche in campo psicoanalitico, dalla sempre più diffusa consapevolezza dell’importanza della relazione analista-paziente, ma ai tempi in cui si svolse quel colloquio tra Melanie Klein e Resnik era ancora predominante.
Nonostante i pregiudizi, tuttavia, il ricorso alla psicoterapia di gruppo inizierà a diffondersi gradualmente anche in contesti psichiatrici. Per quanto riguarda l’Italia sarà soprattutto a seguito della Legge di Riforma psichiatrica del 1978 che quella che per Melanie Klein era “follia” diventerà sperimentazione e poi gradualmente pratica riconosciuta nei Servizi pubblici per la Salute mentale.
Tornando alla domanda su cosa determina la paura nei confronti dei gruppi, proverò a considerare, in una prospettiva storica, i diversi contesti culturali in cui sono nate le varie Teorie che si propongono di comprendere o spiegare i pensieri e le emozioni (consapevoli o non consapevoli) ed i comportamenti umani, e specificatamente il modo di pensare un gruppo.
Così mentre il clima culturale che si respirava in Europa tra il finire dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento aveva portato l’attenzione sul mondo interiore dell’individuo, superando la visione preesistente che vedeva nell’uomo razionale un modello in miniatura dell’ordine cosmico, nel corso del XX° secolo emergeranno nuovi paradigmi. Basti pensare all’influenza che avrà anche su altri campi del sapere la fisica quantistica: come l’universo è considerato dalla fisica quantistica un sistema dinamico che non può essere conosciuto semplicemente studiando le sue singole parti, poiché queste sono in continua interrelazione tra loro, così, nel campo delle scienze umane, anche un gruppo di persone può essere visto come un sistema dinamico che rappresenta qualcosa di diverso e di più delle singole parti che lo compongono.
Inizialmente la Psicoanalisi, quando rivolge l’attenzione ad un insieme di individui, non pensa tuttavia ad un gruppo ma alla “folla”, ossia a una massa di individui riuniti occasionalmente in un determinato luogo. Freud, in Psicologia delle masse e analisi dell’Io (6), si dichiara d’accordo con il medico e sociologo francese Le Bon, che aveva pubblicato a Parigi nel 1885 “Psicologia delle folle”, un libro che gli portò grande notorietà a livello internazionale. Per capire come gli individui si comportano in una folla Le Bon non si era basato su studi ed osservazioni effettuate in prima persona ma aveva sviluppato le sue considerazioni su ciò che si sapeva sul comportamento delle masse rivoluzionarie francesi (7). Non a caso ciò avveniva in un’epoca in cui i ceti sociali subalterni incominciavano ad entrare nella scena politica.
Secondo la descrizione di Le Bon, quando gli individui entrano a far parte di una folla diventano altamente suggestionabili. La razionalità e la capacità critica dei singoli vengono meno sotto l’influenza delle intense e mutevoli emozioni collettive, che si diffondono velocemente per contagio. L’individuo si annulla nell’anonimato della folla, ed entra a far parte di una sorta di anima collettiva irrazionale governata dagli istinti. Le masse sono facilmente manovrabili da leader carismatici, capaci di manipolarle ricorrendo ad un lessico elementare, categorico, a idee-immagini che mobilitano e indirizzano le emozioni collettive. L’esaltazione e il senso di onnipotenza che pervadono le folle le rendono capaci delle azioni più violente ed efferate (8)
In Psicologia delle masse e Analisi dell’Io Freud (6) condivide questa visione e cerca di indagarne i meccanismi di funzionamento alla luce della teoria psicoanalitica. Egli ritiene che nella massa l’individuo regredisca ad uno stato primitivo, in cui prevale il pensiero primario (quello meno evoluto, in cui regnano l’istinto, la fantasia, le emozioni e i desideri, mentre la logica è assente e la realtà è distorta). Vi sarebbe dunque una regressione sia dal punto ontogenetico (ritorno alla condizione psichica dell’infante), che dal punto di vista filogenetico (“primitive” sono dette le popolazioni che non fanno parte della civiltà come la intendiamo nel mondo occidentale).
Secondo Freud queste modalità di funzionamento psichico sono le stesse sia nei raggruppamenti occasionali, come la folla, che in quelli stabili, come la Chiesa e l’Esercito.
Questa immagine piuttosto svalutata degli insiemi di individui e dei comportamenti collettivi si stempera tuttavia nell’ultima parte di Psicologia delle masse e analisi dell’Io, dove tra l’altro Freud intravede un possibile utilizzo delle “formazioni collettive” a scopo terapeutico. Ed è per questa apertura che questo testo viene spesso citato come fonte di legittimazione, o quanto meno di autorizzazione da parte del fondatore della Psicoanalisi, a incamminarsi su strade che egli aveva iniziato ad intravvedere, sia pure senza percorrerle. Come è noto, Freud continuerà a privilegiare l’individuo, sia come oggetto di ricerca che come destinatario del suo metodo di cura.
Mentre fin qui quando dall’individuo si passava a considerare un “insieme” di persone l’immagine che emergeva era prevalentemente negativa, con Pratt, Moreno, Trigant Burrow l’oggetto di interesse diventa il gruppo, visto in un’accezione positiva.
Se i primi tentativi, in età moderna, di utilizzare il gruppo a scopo terapeutico avvengono oltreoceano, ciò può essere messo in relazione con il pragmatismo che caratterizzava la società nordamericana, dove la scoperta empirica degli effetti positivi dello stare in gruppo portò, già all’inizio del secolo scorso, a costruire nuovi dispositivi terapeutici. Le prime sperimentazioni risalgono a Pratt, un medico internista di Boston che si era reso conto che il decorso delle malattie, specialmente quelle che comportavano stigma sociale e segregazione dei malati, veniva influenzato positivamente dall’interazione che avveniva all’interno dei gruppi. Questa osservazione, da cui emergeva lo stretto rapporto tra corpo e psiche, lo portò a dar vita all’interno dell’istituzione a gruppi omogenei in cui i malati potessero condividere le proprie esperienze in un clima di sostegno reciproco, ritenendo che il sostegno emotivo del gruppo avrebbe aumentato le loro possibilità di sopravvivenza. La pratica, inizialmente adottata con malati di tubercolosi, si estese ad altre tipologie di malati e ad altri contesti, e in seguito venne applicata anche in campo psichiatrico da Marsh, Lazell e altri.
Sempre nell’ambiente nordamericano la pratica di gruppo, inizialmente riservata a gruppi omogenei, si estese anche ad altri tipi di gruppo. Due sono i protagonisti di rilievo di queste iniziative pionieristiche: Burrow e Moreno.
Trigant Burrow cercò di sviluppare in ambito psicoanalitico un pensiero e una pratica fortemente innovative, basate sul principio che l’origine della malattia, come la possibilità di cura, risiedono nelle relazioni sociali anziché nei conflitti intrapsichici. Burrow fu il primo a considerare il gruppo come un’unità organica e non come semplice somma di individui. Sul piano del metodo egli “insiste sull’interpretazione nel qui ed ora, sull’analisi del gruppo da parte del gruppo di cui ogni membro è ad un tempo osservatore e osservato” (9). Si può dire che egli anticipa molti concetti su cui Foulkes fonderà alcuni decenni dopo la Gruppoanalisi. La sua opera, caduta nell’oblio perché giudicata incompatibile con la Psicoanalisi da Freud, di cui Burrow cercò invano più volte l’approvazione, è stata solo in tempi recenti riportata alla luce.
Altro protagonista di rilievo in questo campo è Moreno, uno psichiatra con un forte interesse per il teatro che negli anni Venti viveva a Vienna, in un clima culturale fortemente influenzato dal pensiero di Freud, e che in seguito emigrò negli Stati Uniti, dove sviluppò lo Psicodramma, da lui definito nel 1931 “Psicoterapia di gruppo”. Ponendo l’accento sull’importanza dell’azione e trasferendo la psicoterapia nell’ambito gruppale, Moreno si discosta dichiaratamente dalla concezione freudiana. La sua esistenza fu meno tormentata di quella di Trigant Burrow. Anzichè cercare l’approvazione di Freud, egli sottopose ad una critica serrata l’impianto teorico freudiano e imboccò una propria strada, che portò alla diffusione dello psicodramma in tutto il mondo. L’influenza del pensiero di Freud sull’opera di Moreno resta tuttavia riconoscibile, poiché nel praticare lo psicodramma Moreno sembra porsi spesso come scopo di far emergere gli affetti inconsci, anche se persegue questo fine attraverso l’azione teatrale anziché ricorrere alle libere associazioni (10). Anche Moreno, come Trigant Borrow, può essere considerato un precursore della gruppoanalisi. Il suo concetto di “scena di gruppo” è in stretto rapporto con quello di “matrice di gruppo”, sviluppato in seguito nell’ambiente britannico da Foulkes.
Tornando a considerare ciò che accadeva in quegli anni nella Psicoanalisi, si osserva che anche Jung, come Freud, esprime una certa diffidenza rispetto ai gruppi, pur avendo dato un contributo indiretto alla gruppoanalisi attraverso il concetto di “inconscio collettivo” (che non coincide con quello di “inconscio sociale” sviluppato dalla gruppoanalisi, ma ne è tuttavia imparentato). Pur riconoscendo che l’interazione che avviene in un gruppo può far emergere con particolate evidenza l’inconscio collettivo, Jung ebbe una posizione fondamentalmente scettica rispetto alla psicoterapia di gruppo, ritenendo che i gruppi favoriscano la dipendenza e ostacolino il processo di “individuazione”. Spetterà ai suoi successori superare queste remore e utilizzare molti concetti junghiani, come l’inconscio collettivo e gli archetipi, nel lavoro con i gruppi (11).
Dovranno passare alcuni decenni perché anche in Europa nasca una significativa attenzione per i gruppi. Sarà in Gran Bretagna che, tra la fine della Seconda Guerra mondiale e il primo dopoguerra, lo sviluppo della psicoterapia di gruppo verrà incentivato dal lavoro e dalle idee di Wilfred Bion e S.H. Foulkes. Le vicende belliche, ponendo le strutture sanitare della Gran Bretagna nella necessità di occuparsi di un gran numero di militari traumatizzati dalla partecipazione ai combattimenti, sollecitarono fortemente la sperimentazione di un approccio di gruppo per il trattamento della sofferenza psichica. L’Ospedale militare di Northfield, in cui operarono, anche se in momenti diversi, sia Bion che Foulkes, divenne così un centro di sperimentazione delle pratiche di gruppo.
Furono dunque le conseguenze degli orrori della guerra sulla salute psichica di moltissime persone a indirizzare verso la psicoterapia di gruppo, superando i tabù che fino ad allora prevalevano nel vecchio continente. L’ortodossia psicoanalitica portava infatti a ritenere pericolosi i gruppi, poiché “il primato della relazione terapeutica uno-a-uno e l’analisi della cosiddetta nevrosi da transfert erano visti come elementi centrali in ogni forma di psicoterapia psicodinamica” (12).
Pur differendo per molti aspetti sul piano dei modelli teorici e del metodo, sia Bion che Foulkes hanno in comune il superamento della concezione del gruppo come pura e semplice somma di individui. Entrambi lo vedono come un sistema complesso che può essere compreso solo se lo si considera nel suo insieme (13)
Naturalmente né Bion né Foulkes hanno sviluppato le loro idee di punto in bianco. Vari autori, tra cui Hinshelwood, Esquierro e Canete in Gran Bretagna e Leonardo Ancona in Italia hanno messo in luce la relazione tra le esperienze biografiche di Bion e Foulkes e le loro successive elaborazioni teoriche rispetto ai gruppi.
Foulkes era cresciuto in una famiglia che gli aveva fornito un solido punto di partenza. La sua vita non risulta costellata da vicende traumatiche fino al momento in cui, nel 1933, essendo ebreo, era emigrato in Gran Bretagna per sottrarsi alla persecuzione nazista, trovando nella Società Britannica di Gruppoanalisi la sua “nuova casa”. Si era formato in psicoanalisi a Vienna e nel 1930 era entrato a far parte dell’Istituto Psicoanalitico di Francoforte. Questa città era a quei tempi ricca di fermenti intellettuali e si può ritenere che Foulkes sia entrato in contatto anche con la Psicologia della Gestalt, e con le teorie sociologiche della Scuola di Francoforte. Sempre a Francoforte conobbe Norbert Elias, un sociologo che in seguito avrebbe anch’egli trovato rifugio in Gran Bretagna e con cui sviluppò un rapporto culturale e professionale significativo. E’ soprattutto tramite Elias che Foulkes acquisì l’idea che i gruppi sono un sistema di interconnessione (una rete) in cui gli individui rappresentano i vari nodi. Pur senza abbandonare la Società Britannica di Psicoanalisi, in cui fu didatta e membro del Consiglio Direttivo, egli fondò a Londra nel 1952 la Società di Gruppoanalisi, che nel corso del tempo avrebbe svolto un’attività di formazione su larga scala, portando alla diffusione della Gruppoanalisi nel mondo.
Diverso è stato il percorso di Bion, nato in India da una famiglia inglese, che a soli otto anni lo aveva mandato da solo in Gran Bretagna per ricevere una educazione inglese. Appena ventunenne era stato comandante di una brigata di carri armati durante la prima guerra mondiale, vivendo esperienze assai traumatiche, che egli stesso avrebbe raccontato in un suo scritto (“Il lungo week-end”). Più limitato nel tempo è stato il lavoro di Bion con i gruppi, che ebbe luogo nel primissimo dopoguerra quando ancora non si era formato come psicoanalista, anche se la sua teorizzazione sui gruppi è la più conosciuta in ambito psicoanalitico, per lo meno nella realtà italiana.
Come osserva Claudio Neri (14) ha avuto grande successo una parte soltanto del modello teorico di Bion riguardante i gruppi, quella concernente gli stati emotivi che emergono quando nel gruppo prevale la “mentalità primitiva”, irrazionale (in cui secondo Bion si presentano tre possibili stati emotivi, che egli definisce “assunti di base”). Eppure, sottolinea Claudio Neri, “nella descrizione tracciata da Bion in Esperienze con i gruppi le due mentalità (mentalità di gruppo di lavoro e mentalità primitiva) si presentano come istanze compresenti e contrapposte. (…) L’uomo evoluto (espressione del gruppo di lavoro) e l’uomo regredito (espressione della mentalità primitiva), sono presenti sia nell’abitante delle caverne sia nel suo discendente moderno, l’uomo tecnologico. Anzi, nell’uomo tecnologico, la mentalità primitiva – se non trova adeguata opposizione nel gruppo di lavoro – è tanto più pericolosa in quanto mascherata da una logica sofisticata e dotata di una smisurata forza” (id.)
Bion si occupò del gruppo durante e immediatamente dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1942 come medico militare ebbe l’incarico di dirigere un reparto di riabilitazione nell’ospedale militare di Northfield, con l’obiettivo di occuparsi clinicamente dei militari allontanati dall’esercito con la diagnosi di nevrosi di guerra. Questa prima esperienza durò solamente sei mesi, anche perché entrò in conflitto con un ambiente ospedaliero che era orientato alla “cura” più che alla riabilitazione. Bion riprese poi a condurre dei gruppi di psicoterapia per un certo periodo presso la Tavistock Clinic di Londra. Nel 1945 entrò in analisi con Melanie Klein, dalla quale acquisì alcuni concetti fondamentali che furono da lui rielaborati in modo originale. Le idee da lui sviluppate nel primo periodo della sua attività, che ebbe per l’appunto come oggetto il gruppo psicoterapeutico, sono raccolte nel volume “Esperienze nei gruppi”, composto da vari scritti pubblicati tra il 1948 e il 1951, e riformulato definitivamente nel 1961 (15), quando ormai aveva finito da tempo di condurre gruppi
In sintesi, secondo Bion nei gruppi sono compresenti due modalità:
– quella del “gruppo di lavoro”, che in un primo tempo egli chiamava “gruppo razionale”, in cui i vari membri collaborano tra loro per poter raggiungere un fine comune, di cui il gruppo è consapevole.
– e quella degli “assunti di base”, in cui prevalgono gli impulsi inconsci che portano il gruppo a condividere stati emotivi intensi, mentre i pensieri dei singoli si annullano e non c’è più spazio per la razionalità e la riflessione. Caratteristica degli assunti di base è l’illusione che i problemi vengano risolti in modo magico.
C’è da dire che ancor prima di Bion e Foulkes già altri psicoanalisti avevano pensato di utilizzare il dispositivo di gruppo a scopo terapeutico. Si è già detto di Trigant Burrow, di cui Foulkes aveva letto alcuni articoli, e che oggi è considerato un precursore della Gruppoanalisi. A parte Burrow, gli altri psicoterapeuti di matrice psicoanalitica che si erano cimentati con i gruppi concepivano il gruppo essenzialmente come luogo in cui poter svolgere contemporaneamente più terapie individuali. Il gruppo veniva ancora visto come una somma di individui, su cui a turno si concentrava l’attenzione dell’analista, e non come un’entità qualitativamente diversa. Questo approccio viene oggi chiamato “psicoterapia in gruppo”.
Aspetti comuni e differenze tra i modelli teorico-pratici di Bion e Foulkes
Chi si occupa di gruppi terapeutici definisce sinteticamente i vari modelli di psicoterapia realizzata nel setting gruppale secondo la classica tripartizione:
– psicoterapia in gruppo (Slavson e altri), che applicano nel gruppo gli stessi principi e le stesse tecniche della psicoanalisi individuale, pur favorendo gli scambi tra i diversi componenti del gruppo).
– psicoterapia di gruppo” (Bion), che sposta interamente il focus dall’individuo al gruppo e ha come oggetto l’analisi della fenomenologia del gruppo in quanto tale.
“psicoterapia attraverso il gruppo” (Foulkes): partendo dal presupposto che l’individuo non può essere compreso al di fuori di un contesto relazionale, mira a conoscere i processi individuali attraverso il gruppo e i processi di gruppo attraverso i contributi dei suoi componenti.
In ogni caso, in ambito psicoanalitico sono stati Bion e Foulkes a spostare l’attenzione sul gruppo in quanto tale, considerato qualcosa di diverso e di più degli individui che lo compongono. Questo cambiamento del vertice osservativo è stato reso possibile dall’incontro con le elaborazioni della Psicologia della Gestalt e di psicologi sociali e sociologi come Kurt Lewin e Norbert Elias. La comune matrice psicoanalitica di Bion e di Foulkes li porta peraltro a condividere la prospettiva della dimensione inconscia dei gruppi, dando così vita a modelli interpretativi di maggiore complessità e profondità, anche se il modo di intendere l’inconscio e la sua origine non è identico.
Concentrando l’attenzione sugli “stati mentali” del gruppo, Bion ritiene che, anche nel gruppo, come nell’individuo, lo stato mentale “evoluto”, che porta il gruppo a pensare razionalmente, può alternarsi con uno stato mentale primitivo, regredito, in cui il gruppo è pervaso da specifiche fantasie inconsce, che egli definisce assunti di base (15)
Foulkes (16) afferma che “il gruppo, la comunità è l’unità primaria da prendere in considerazione e i cosiddetti processi interni dell’individuo sono internalizzazioni di forze operanti nel gruppo a cui appartiene”. Pur affermando che lo scopo della Gruppoanalisi non è quello di “dare la caccia a significati inconsci”, egli sottolinea che i processi inconsci si manifestano naturalmente nei gruppi, e che quando questi si presentano debbono essere illuminati (“elucidated”) rendendoli riconoscibili.
Nonostante entrambi partano da una base comune, ed abbiano avuto a Northfield esperienze per molti aspetti simili, si differenzieranno nell’elaborazione di queste esperienze, dando vita a modelli diversi, sia sul piano teorico che della prassi clinica (posizione del conduttore rispetto al gruppo, funzioni e stile di conduzione).
Sul piano teorico i pilastri su cui Foulkes fonda la sua teoria sono “la matrice” (personale e di gruppo) “la comunicazione di gruppo” e “il processo di gruppo”. Il concetto di “matrice” ricalca in parte quello di “rete relazionale”, ma mette in evidenza come le esperienze relazionali di gruppo, soprattutto quelle vissute nel gruppo familiare primario, si imprimono e modellano il soggetto, e viene reso più complesso dalla dinamica conscio-inconscio.
Nel pensiero di Bion sui gruppi divengono centrali concetti come “la mentalità di gruppo”, “il gruppo di lavoro”, gli “assunti di base” (assunto di dipendenza, di attacco e fuga, e di accoppiamento).
Anche rispetto alla prassi si riscontrano significative differenze. Sommaruga (9) osserva che leggendo Esperienze con i gruppi appare evidente che Bion “al gruppo in toto rivolge le sue interpretazioni. Non è visibile alcun gioco relazionale tra i membri del gruppo, che sembrano agire non i base a bisogni personali ma solo esercitare le funzioni cui sono delegati dal gruppo stesso”.
A differenza di Bion, che si pone come figura esterna al gruppo, Foulkes attribuisce al terapeuta una funzione di catalizzatore e facilitatore della comunicazione e di aiuto nel comprendere le configurazioni relazionali che emergono nel gruppo, di cui lo stesso conduttore si considera partecipe. In “Analisi terapeutica di gruppo” (5) scrive che la Gruppoanalisi è “una forma di psicoterapia praticata dal gruppo nei confronti del gruppo stesso, incluso il conduttore”. Già questa formulazione evidenzia una visione fortemente relazionale e una posizione assai meno direttiva rispetto al gruppo di quella assunta di Bion. Secondo Foulkes infatti il conduttore ha il compito di attivare e alimentare il processo di comunicazione dialogico nel gruppo e lo sviluppo della potenzialità terapeutica del gruppo stesso.
Altra differenza significativa rispetto a Bion sta nel fatto che Foulkes rivolge la sua attenzione non solamente al gruppo come insieme, ma anche ai singoli membri, considerando che ciascuno di essi è portatore di una propria “matrice personale”, o gruppalità internalizzata, che si è formata a partire dalle prime esperienze relazionali di gruppo, realizzate nella famiglia di origine e nel rapporto con le figure più significative, e che la “matrice di gruppo” (che è specifica per ogni gruppo) nasce dalla combinazione delle “matrici personali” dei vari membri.
E’ per me motivo di curiosità che Bion e Foulkes, pur avendo tanti buoni motivi per mettere a confronto le rispettive esperienze e visioni sui gruppi, non abbiano praticamente avuto rapporti tra loro. I discepoli di Bion e Foulkes hanno in seguito polarizzato le differenze tra i due modelli di psicoterapia di gruppo, dando vita a delle Scuole di Pensiero che hanno proseguito nell’ignorarsi reciprocamente.
Proposte e tentativi di integrazione tra i modelli di Bion e di Foulkes
Quell’incontro mancato tra Bion e Foulkes è stato successivamente ricercato da altri protagonisti. Oggi in Gran Bretagna e nel mondo non pochi psicoterapeuti e studiosi dei gruppi cercano di integrare i contributi di Bion e di Foulkes rispetto ai gruppi, oppure di ibridare l’eredità foulkesiana con le elaborazioni teoriche di psicoanalisti che hanno sviluppato una visione relazionale della mente, come Bowlby e altri.
Nella realtà italiana Leonardo Ancona nel 2012 (17) dopo aver analizzato le differenze tra i due modelli teorici e le pratiche cliniche che ne derivano, che in un’ottica di contrapposizione possono apparire inconciliabili, auspica un’integrazione tra di essi.
In aggiunta alle differenze che sono già state evidenziate tra i due modelli, Leonardo Ancona, che è stato tra i primi ad introdurre in Italia l’approccio gruppale, mette in luce che Bion fu notevolmente influenzato, nella sua teorizzazione sui gruppi, da una concezione “militare” dei rapporti derivante dalla sua storia personale. Come si è già accennato, da giovane era stato comandante di una brigata di carristi nella prima guerra mondiale e aveva visto morire tutti i suoi uomini intorno a sé, e successivamente, durante la seconda guerra mondiale, si era occupato della selezione di ufficiali. Riferendosi ai gruppi tenuti nell’Ospedale di Northfield, Ancona osserva che la sua formulazione degli Assunti di Base “riporta a processi tipici di un gruppo militare in combattimento, esprimendo la Dipendenza (Dependency) (ossia) la sudditanza dal comandante del reparto, l’Attacco/fuga (Fight/Flight) proprio della strategia militare, e l’Accoppiamento (Pairing) (ossia) il riferimento ad un messianico ideale di salvezza, come era l'”Avanti Savoia!” delle truppe dell’Italia monarchica”. Il rapporto con Melanie Klein spinse successivamente Bion, quando più tardi scrisse la versione definitiva di “Esperienze nei gruppi” a considerare gli Assunti di Base come meccanismi di difesa da ansie psicotiche, riconducendoli all’ortodossia kleiniana. L’influenza che la storia di vita di Bion ebbe sulla formulazione delle sue teorie è del resto riconosciuta da vari altri autori, soprattutto in ambito anglosassone.
Molti hanno messo in luce che Foulkes, al contrario di Bion, restò sempre defilato dalle operazioni militari. Durante la prima guerra mondiale egli era stato addetto alle comunicazioni (che allora si svolgevano tramite telefono) e non è casuale che nel suo modello teorico egli dia grande importanza alla comunicazione nel gruppo. Si è già detto dell’influenza che ebbero su di lui le teorie della Gestalt e quelle del sociologo Norbert Elias. Inoltre, segnala Ancona, furono significativi i rapporti che, dopo essere arrivato a Londra, ebbe con Winnicott e con Bowlby. Provò sicuramente interesse per l’affermazione di Winnicott che il punto di partenza non è l’individuo ma la relazione e “non poté non colpirlo la prospettiva multi-personale sui “piccoli gruppi” di Bowlby (id.)
In sintesi, secondo Ancona il focus di Bion, nel periodo in cui si occupa di gruppi, rimane sempre sul mondo interno, sia pure sostituendo all’individuo il gruppo, inteso come un tutto e trattato, nella pratica gruppale, come se fosse un unico paziente, mentre Foulkes si distacca da questa visione e utilizza “l’alfabeto ereditato da Freud per configurare una nuova lingua”; partendo dal presupposto che sin dall’inizio il soggetto umano si costituisce “in relazione” ad altri Foulkes arriva a concepire il mondo interno dell’individuo come derivato della rete sociale in cui ognuno si trova a vivere, che viene a costituire la sua “matrice”. Così intesa la gruppo-analisi foulksiana non guarda al gruppo come se fosse un unico paziente, ma riconosce la diversità, facilita la comunicazione tra i membri del gruppo, e utilizza i loro contributi per elaborare i problemi della vita di ciascun gruppo, e il gruppo per comprendere il mondo interno dei singoli partecipanti.
La conclusione cui perviene Ancona è che per quanto riguarda i gruppi Bion ha elaborato un sistema di pensiero inadeguato “del tutto inconfrontabile con la profondità, la sottigliezza e la creatività che egli ha dimostrato nella psicoanalisi individuale”. Aggiunge poi una informazione sorprendente: “lui stesso era a conoscenza di ciò e chi scrive è testimone di una sua comunicazione personale, ricevuta in un incontro romano degli anni ’70, con la quale affermò di essersi sbagliato sui gruppi e che riteneva superato il discorso svolto su di essi negli anni ’50 e ’60; solo dopo aver compreso il linguaggio degli schizofrenici – mi disse – era ora in grado di scrivere in modo nuovo sui gruppi. Cosa che non ebbe il tempo di fare. Tuttavia Bion era già perfettamente all’altezza di questo compito; di fatto la sua acuta sensibilità a proposito dei processi di gruppo si era già esplicata nella descrizione dei rapporti gruppali intercorrenti fra istituzione e mistico/genio” (id.).
Non possiamo sapere se Bion avrebbe realmente riscritto su basi nuove il suo lavoro sui gruppi. Certamente non può passare inosservato il salto di qualità tra l’approccio epistemologico di “Esperienze nei Gruppi” e quello di opere successive, in cui Bion introduce i concetti di “funzione alfa e beta”, e di “rêverie materna” e modifica radicalmente il concetto di inconscio, che non viene più inteso come deposito di desideri rimossi (Freud) ma come ciò che non è ancora arrivato alla coscienza, ciò che non è ancora pensabile, come tutti quei materiali grezzi (elementi Beta) non ancora trasformati dalla rêverie della madre (o dell’analista) in elementi Alfa.
A dire il vero anche nella realtà italiana si era già mosso nella direzione dell’integrazione tra diversi modelli Diego Napolitani. Pur rileggendo in modo critico il pensiero bioniano sui gruppi aveva integrato nell’impianto foulkesiano varie enunciazioni di Bion, sviluppando una sintesi personale (18). Il modello di Diego Napolitani non è circoscritto solamente alle pratiche terapeutiche di gruppo ma è estensibile anche all’analisi condotta con un singolo paziente. Un concetto centrale, nel pensiero di Diego Napolitani, è infatti quello della “gruppalità interna”, di cui ogni individuo è portatore, e che rappresenta “la conservazione in vivo, nel proprio mondo interno, della molteplicità di voci, desideri, intenzioni storicamente presenti nel suo originario ambiente familiare” (cit). La coazione a ripetere porta a replicare inconsapevolmente nel presente quelle voci e quelle modalità relazionali che a suo tempo si sono impresse in noi e che fanno parte della nostra “gruppalità interna”.
Vorrei infine citare un contributo di Pierluigi Sommaruga, che purtroppo non mi risulta sia stato oggetto di pubblicazione, ma che considero un punto di riferimento prezioso per orientarsi nel corso del lavoro terapeutico cercando di dare senso ai vari accadimenti, senza sovrapporre ad essi dei “saperi già saputi”.
A proposito degli “assunti di base” teorizzati da Bion, Pierluigi Sommaruga nel corso di una relazione tenuta nell’ambito dell’Associazione E-spèira riferì che alcuni “assunti di base”, in particolare quello di Attacco e Fuga, egli li riscontrava raramente nei gruppi terapeutici da lui condotti. Ipotizzava che l’emergere o meno di una certa fenomenologia dipenda dal contesto in cui si colloca il gruppo stesso (nel caso di Bion un Ospedale Militare), dall’eventuale rapporto reale di potere tra conduttore e membri del gruppo (Bion non poteva non rappresentare l’”autorità”, essendo un ufficiale medico mentre i membri del gruppo erano dei semplici soldati traumatizzati dalla guerra), come pure dalla personalità del conduttore e dal modo in cui si relaziona con il gruppo. E questo ci sollecita a non applicare in modo meccanico ai fenomeni che cerchiamo di comprendere delle teorie precostituite, ed a interrogarci sul contesto, sui rapporti di potere, sulle esperienze relazionali da cui anche il conduttore di gruppo è stato modellato.
Uno sguardo alla fenomenologia dei Grandi gruppi
La capacità di avere uno sguardo largo, che tenga conto di tutte le variabili sopra descritte, diventa fondamentale anche al di fuori dell’ambito terapeutico.
La Gruppoanalisi di derivazione foulkesiana si applica infatti anche a gruppi con finalità diverse da quelle terapeutiche, come i gruppi esperienziali, i gruppi di sostegno in particolari situazioni di difficoltà, i gruppi di arte-terapia, la formazione. Ha inoltre esteso il suo campo d’azione, con opportuni adattamenti, anche oltre il piccolo gruppo foulkesiano, composto da 6-8 persone, iniziando ad occuparsi dei gruppi medi e dei cosiddetti Large groups (più di 30 persone). Quando Foulkes affermava che “il bambino è determinato dai suoi genitori che sono a loro volta determinati dalla loro famiglia, regione, cultura, religione e nazione”, apriva infatti la possibilità di utilizzare il paradigma gruppoanalitico per comprendere ciò che avviene a livello macrosociale e nei rapporti tra gruppi sociali religiosi, etnici, nazionali.
Volgendo lo sguardo al più ampio orizzonte sociale, diventa particolarmente rilevante indagare il rapporto tra Grande Gruppo (che può anche coincidere con la popolazione di una nazione) e leader.
Quando portiamo l’attenzione sulle vicende politico-sociali del mondo contemporaneo, sul rischio di perdita di umanità, sul riaffacciarsi dell’idea che l’unica strada per la risoluzione dei conflitti passi per la guerra, quando ci chiediamo cosa fa sì che un’intera popolazione (o per lo meno una parte consistente di essa) si affidi a determinati leader, non sfuggono le corrispondenze tra ciò che avviene nello scenario macrosociale e la formulazione bioniana degli Assunti di base.
Non è difficile trovare analogie tra la descrizione dell’assunto di base di dipendenza, in cui il gruppo si affida interamente e irrazionalmente ad un leader che viene idealizzato considerandolo onnipotente e onnisciente, e tutte quelle situazioni in cui una popolazione, o una parte consistente di essa, si affida ad un leader politico idealizzandolo e, indipendentemente da ciò che avviene realmente, immaginandolo capace di risolvere magicamente qualsiasi problema e di soddisfare ogni aspettativa. Lo stesso si può dire per le aspettative messianiche, che richiamano alla mente l’ Assunto di Base di Accoppiamento.
Riscontriamo inoltre sempre più spesso l’emergere nei Grandi Gruppi di stati emotivi generalizzati in cui domina, indipendentemente dalla realtà, il vissuto di un grave pericolo proveniente dall’esterno che minaccia di distruggere il proprio gruppo, per cui si può solo lottare per eliminare il nemico oppure fuggire, proprio come nell’assunto di base di Attacco e Fuga.
Viene allora da chiedersi se la teoria di Bion sui gruppi, per quanto inadeguata a comprendere la complessità delle comunicazioni che si sviluppano nel piccolo gruppo terapeutico, non possa essere di illuminante attualità se volgiamo lo sguardo ai fenomeni dei Grandi Gruppi. Credo che essa possa assumere un valore euristico solamente se le osservazioni di Bion su ciò che accadeva nei gruppi da lui condotti vengono relativizzate, tenendo conto delle considerazioni di Sommaruga, che sollecitano a non trascurare il fatto che la fenomenologia di gruppo è influenzata in modo significativo dalla personalità del leader e dal contesto.
Perché in un dato momento storico si sceglie un determinato leader politico? e inoltre, come il leader può ingigantire oppure mitigare fenomeni come quelli descritti da Bion? Quali circostanze inducono ad affidarsi a leader carismatici che impongono una visione paranoica e insanabilmente conflittuale dei rapporti con l’Alterità?
Earl Hopper, che pur considerando Foulkes il fondatore della Gruppoanalisi non nega l’influenza che anche Bion ha sulla sua pratica gruppale, ha individuato, nella vita dei Grandi Gruppi segnati da esperienze traumatiche irrisolte il manifestarsi di uno stato di Incoesione, che ha chiamato quarto assunto di base (19).
Quando qualcosa riattiva la paura di essere annientati e fa sentire totalmente inermi, come avvenuto nell’esperienza traumatica passata, si verifica secondo Hopper la perdita del senso di coesione, che faceva sì i membri del gruppo o del sistema sociale avessero tra loro un legame profondo e funzionassero come un insieme, pur mantenendo le loro singolarità. Il gruppo oscilla invece tra l’essere un Aggregato in cui i singoli membri si sentono isolati, non connessi tra loro e c’è contrapposizione tra idee diverse, e la Massificazione, in cui i singoli si fondono, le differenze non sono ammesse, chi non si conforma è escluso e punito. Dalla Massificazione derivano, secondo Hopper, il fondamentalismo e il fenomeno del capro espiatorio.
Probabilmente dopo il “quarto assunto di base” si potranno, domani, in contesti diversi, trovare ancora altre configurazioni, se si mantiene viva quell’attitudine alla ricerca che consente di esplorare a tutto campo l’inconscio sociale.
Al di là dei modelli teorici, oggi più che mai c’è bisogno di buone pratiche di gruppo
“Imparate la teoria, diceva un mio Maestro, e poi dimenticatela”. Oggi io sento che anziché dimenticarla, si può conservarne il ricordo grato, considerandola il porto sicuro da cui si è salpati, sentendosi liberi di tracciare nuove rotte e fare nuove scoperte. E’ un passaggio necessario per sviluppare buone pratiche di gruppo non solo a livello terapeutico, nella formazione e nelle organizzazioni, ma anche nel proprio percorso di vita. Oggi più che mai è necessario ritrovare la consapevolezza che gli esseri umani sono esseri sociali, che solo attraverso la condivisione e il sostegno reciproco possono sostenere le incertezze della condizione umana. Abbiamo oggi più che mai bisogno di vivere buone esperienze gruppali per sottrarci alla “solitudine esistenziale” che secondo Baumann caratterizza la società liquida, e che porta le persone smarrite, piene di incertezze rispetto al domani, ad essere attratti da leader che fanno leva sulle paure e che propongono una visione di mondo basata sulla supremazia e sulla sopraffazione violenta nei confronti dell’Alterità.
E ancora ne abbiamo bisogno per sottrarci all’idea perniciosa che la guerra sia l’unico modo di affrontare i conflitti, e che solo preparandosi alla guerra si possa ricreare il senso di sicurezza smarrito. Anche in un contesto non terapeutico un’adeguata conduzione aiuta un gruppo a sviluppare un ascolto partecipe, a empatizzare, a comprendere le emozioni e i punti di vista degli altri, anche se non li si condividono. Poter sperimentare in presa diretta la possibilità di risolvere in modo creativo le divergenze favorisce la modifica della propria rappresentazione dei conflitti esistenti a livello più ampio nella società e nei rapporti internazionali, e può depotenziare l’apparente razionalità di soluzioni estreme come la guerra.
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(1) Zygmund Bauman, Modernità liquida, 2001, ediz. italiana Laterza 1911
(2) Richard Sennett, L’uomo flessibile: le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita delle persone, Feltrinelli 1999
(3) Diego Napolitani, Individualità e gruppalità, 1987 Boringhieri
(4) Corrado Pontalti, Prefazione all’Atlante illustrato di Gruppoanalis, di P. Marinelli e F. Pezzoli, Anicia 2019
(5) S. H. Foulkes, Analisi terapeutica di gruppo, ed. origin. 1964, traduz. Italiana Boringhieri 1978
(6) Sigmund Freud, Psicologia della masse e analisi dell’Io, 1921
(7) Paola Marinelli e Fiora Pezzoli in Atlante illustrato di gruppoanalisi, La cornice teorica di riferimento, 2019, ed. Anicia
(8) Gustave Le Bon , La psicologia delle folle ,1885, Feltrinelli 1985
(9) Pierluigi Sommaruga, Gruppi e gruppalità nella teoria e nell’esperienza, in Oltre la parola, la relazione terapeutica e formativa tra Gruppoanalisi e arti-terapie, a cura di Giovanna Bosco, 2001, Guerini
(10) Bosco Tra Psicodramma e Drammaterapia, 30 gennaio 2015, www.espeira.it
(11) “The spirit of Junghian group psychotherapy: from taboo to totem”, di Mark F. Ettin, ottobre 1995, International Journal of Group Psychotherapy)
(12) Arturo Ezquerro e Maria Canete, Group Analysis thoughout the life cycle, Routledge 2023
(13) Hilshelwood, Bion e Foulkes, Il gruppo come un tutto” , in “Revue de psichotherapie Psychoanalytique de groupe”, n. 52, 2009/1, traduzione di Roberto Karra
(14) Claudio Neri, Gruppo, 1998, Ed. Borla
(15) Bion 1961, Esperienze nei gruppi, Armando 1971
(16) ) S. H. Foulkes, Access to Unconscious Processes in the Group Analytic Group, in: Group Analysis, Vol 4, issue 1, April 1971
(17) Leonardo Ancona Bion e Foulkes, un incontro mitologico, solo, ma è già abbastanza, in Funzione Gamma, rivista telematica scientifica dell’Università “Sapienza” di Roma)
(18) Diego Napolitani, Individualità e Gruppalità, pubblicato in prima edizione nel 1987, Boringhieri
(19) Earl Hopper, L’esperienza traumatica nella vita inconscia dei Gruppi: un quarto assunto di base, in Rivista Italiana di Gruppoanalisi, 1/2000
I CIECHI E L’ELEFANTE: ci vuole un sguardo largo per comprendere la violenza di genere
di Giovanna Bosco

Sommario
Oltre a portare l’attenzione sul tema specifico della violenza di genere alla luce delle contrapposizioni emerse recentemente sulla questione dei femminicidi, lo scritto introduce elementi di riflessione su come accostarsi a problematiche che hanno una genesi multifattoriale, partendo dal presupposto che i diversi punti di vista e le conoscenze derivanti da diverse discipline possono contenere elementi di verità ma non sono tutta la Verità. Per integrare lo sguardo psicoanalitico con l’analisi socioculturale, viene utilizzato il concetto di “inconscio sociale”, sviluppato nell’ambito della Gruppoanalisi.
Vengono pure riportati spezzoni di casi clinici, continua a leggere
News Luglio 2024
Azioni trasformative: prendiamoci cura del futuro
E’ questo il tema della Summer School annuale della Group Analytic Society International si terrà a Torino dal 24 al 26 luglio e che vedrà la partecipazione di colleghi di 26 nazioni.
Oltre alle relazioni, ci saranno molte occasioni esperienziali, attraverso gruppi piccoli e di media grandezza e gruppi di Social Dreaming.
Perché l’eco della guerra distrugge le relazioni dialogiche?
di Giovanna Bosco
Non appena il discorso cade sulle guerre in corso, facciamo continuamente esperienza della enorme difficoltà a mantenere una relazione dialogica, in cui anche una parziale differenza di punti di vista non sia immediatamente percepita come qualcosa di intollerabile e riprovevole. Persino tra persone che hanno per lungo tempo condiviso aspetti importanti della vita (affetti, amicizia, stima, visioni del mondo e imprese comuni) può accadere di trovarsi in men che non si dica schierati in campi avversi, come se ci si scoprisse arruolati, volenti o nolenti, in eserciti contrapposti. Questo avviene soprattutto quando le guerre e i conflitti sono percepiti come “vicini”, anche se non li viviamo in prima persona.
Parlando di vicinanza non mi riferisco solamente a un dato geografico ma penso soprattutto a quel vissuto di prossimità derivante da fattori culturali, identitari, emotivi. continua a leggere
News del mese di aprile 2024
L’ESPERIENZA DEI GRUPPI DI AUTO-AIUTO IN PSICHIATRIA
Su Psychiatry on-line un’interessante intervista di Francesco Bollorino sui gruppi di auto-aiuto, composti da familiari di pazienti con problematiche psichiatriche. I gruppi sono diffusi soprattutto nella provincia di Trento, dove sono sorti anche grazie alla visione e all’impulso di alcuni servizi psichiatrici. Oltre a offrire ai partecipanti ascolto e vicinanza, favoriscono la collaborazione tra famiglie e servizi e la partecipazione attiva dei familiari ai percorsi di cura.
Per vedere l’intervista su: www.psychiatrionline.it aprire in alto a destra l’icona del canale Youtube, e cercare il video dell’intervista a Roberto Cuni (il Cerchio – Fare assieme Onlus): Progettare i progetti di cura con familiari ed esperti.
Relazioni di genere e inconscio sociale
Il 10 febbraio di quest’anno abbiamo tenuto come Associazione E-spèira un Seminario on-line sul tema “Relazioni di genere e inconscio sociale”. Pubblichiamo qui la relazione introduttiva al Seminario, tenuta da Giovanna Bosco. La relazione, volutamente sintetica, è stata completata dalla proiezione di spezzoni di film, per attivare anche la dimensione non verbale che è solitamente penalizzata nella comunicazione virtuale, in modo da favorire il contatto con gli stereotipi di origine sociale su maschile e femminile che abbiamo spesso in modo inconsapevole interiorizzato e per evidenziare come le rappresentazioni di genere si sono andate modificando nel corso degli ultimi decenni. E’ poi seguita un’ampia discussione che ha permesso una ulteriore elaborazione del tema e la messa a fuoco di nuovi interrogativi meritevoli di approfondimento.
RELAZIONE INTRODUTTIVA
di Giovanna Bosco
Perché utilizziamo IL CONCETTO DI GENERE maschile o femminile:
Il concetto di genere è stato introdotto per distinguere tra:
1. le differenze biologiche fra i due sessi.
2. le rappresentazioni del femminile e del maschile di origine sociale, che mutano nel tempo e variano a seconda della cultura e del gruppo sociale in cui si sono costruite.
Il concetto di genere pone inoltre l’accento sulla dimensione relazionale: maschile e femminile non sono categorie indipendenti. Ciò che intendiamo per uomo e per donna comprende continua a leggere
Come è difficile pensare nel tempo della pandemia
di Giovanna Bosco
Pochi mesi fa Lancet, una delle più autorevoli riviste scientifiche in ambito medico, sollecitava la collaborazione della psicoanalisi per aiutare chi si occupa di salute pubblica (dagli operatori sanitari ai funzionari pubblici) a comprendere i motivi del diffuso rifiuto ad accogliere le raccomandazioni che provengono dalla medicina e dalla scienza e a migliorare la propria capacità di trattare il fenomeno della negazione di massa, mandando messaggi più adeguati. Questo appello nasceva dalla considerazione che oggi la popolazione ha molte più informazioni di tipo medico rispetto al passato ma contemporaneamente rifiuta le conclusioni cui perviene la scienza. continua a leggere
Tra Psicodramma e Drammaterapia – un testo del 2015 riproposto per l’attualità dell’argomento
Ripropongo con alcuni aggiornamenti uno scritto del 2015, nel quale prendevo in esame alcuni aspetti di cruciale importanza per chi utilizza il teatro nel lavoro con i gruppi. Mentre la diffusione delle nuove forme di comunicazione tramite il web esclude sempre più la corporeità e la possibilità di vivere relazioni di risonanza empatica, dando ad individui sempre più estromessi da una piena vita di relazione l’illusione di essere costantemente interconnessi, appare ancor più di un tempo feconda la dimensione gruppale nel lavoro clinico, nella formazione e nei percorsi esperienziali. Nell’ambito dei gruppi diventa di particolare interesse la possibilità di utilizzare il teatro quale forma di espressione in cui la parola diventa parola pienamente ‘incarnata’.
Nell’articolo che ripropongo, oltre a discutere alcuni nodi teorico-metodologici che riguardano l’ “agire” e il “gioco”, vengono presentati i tratti salienti di un metodo che nasce dall’integrazione dei contributi, a mio avviso più fecondi, provenienti da diversi approcci: psicodramma Moreniano, psicodramma analitico e drammaterapia. Segue la narrazione di una sessione di un gruppo esperienziale in cui si è utilizzato il teatro – inteso come spazio ludico dove ciò che avviene è sentito come profondamento’ vero’ pur essendo ‘per finta’ – per favorire il riconoscimento della ‘scena di gruppo’ e dei copioni ‘internalizzati’ e la loro trasformazione.
Nel teatro troviamo una sintesi di tutte – o quasi tutte – le forme espressive, sia verbali che extraverbali, ed è per questo che, quando in un gruppo si ricorre alla drammatizzazione, l’esperienza che ne deriva è particolarmente trasformativa, coinvolgendo contemporaneamente una molteplicità di funzioni psichiche e di aree dell’esperienza. La drammatizzazione si fonda su un paradosso: ciò che vi avviene è profondamente vero pur essendo per finta. continua a leggere
‘L’incontro con la diversita’: introduzione al workshop del sett. 2019 e discussione di gruppo
INTRODUZIONE
di Giovanna Bosco
Poiché si sostiene spesso che le ragioni della sicurezza rendono necessaria l’esclusione della diversità, vorrei iniziare proponendovi un pensiero sviluppato già anni fa da Diego Napolitani, fondatore della Società Gruppoanalitica Italiana.
Nel saggio “Identità, alterità, culture” (pubblicato sulla Rivista on-line Comprendere, n. 19, 2009) segnalava che sicuro “viene dal latino se-curum dove il se- indica privazione e cura significa ‘interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo che la nostra attività’ (Vocabolario Treccani)”. Chi vuol essere totalmente al sicuro vuole dunque essere esonerato da ogni interessamento per l’Altro. “La tutela della propria identità, non solo individuale ma anche collettiva – aggiungeva D. Napolitani – può arrivare al punto che la semplice apparizione del ‘diverso’ provochi una reazione d’allarme che scatena una violenza distruttiva (…)”. Il diverso va così “eliminato” perché il suo stesso esistere è sentito come minaccia per la propria visione del mondo, assunta come continua a leggere…
Workshop “per restare umani”: riflessioni sul lavoro del gruppo
di Velia Bianchi Ranci
L’attesa di incontrare un gruppo nuovo è sempre carica di pensieri , emozioni e interrogativi che sono quelli che poi orienteranno l’esperienza nel suo svolgersi.
Questo vale per tutti i partecipanti, ognuno a suo modo, e vale naturalmente anche per chi si assume il ruolo di accompagnare il gruppo nel suo percorso.
Quando ho incominciato a pensare all’incontro di gruppo offerto da Espèira con l’obiettivo di provare a riflettere sulla situazione sociale in cui siamo immersi, partendo dai nostri vissuti e dalle nostre paure, il mio primo pensiero/preoccupazione è continua a leggere…
Workshop “per restare umani”: introduzione, discussione, conclusioni
Premessa
Giovanna Bosco
La mia relazione è stata suddivisa in due parti, per introdurre le due fasi del workshop in cui si è sviluppata la discussione di gruppo. La proposta di incontrarsi per "mettere in comune emozioni e pensieri per restare umani", era rivolta sia a colleghi psicoterapeuti e operatori delle professioni di aiuto che a cittadini interessati al tema, Il workshop si è svolto il 9 marzo 2019 presso la sede dell'Associazione E-spèira.
Le comunicazioni introduttive sono state volutamente brevi: il loro scopo era quello di permettere di focalizzare il tema e, in particolare la prima, di favorire il riconoscimento e la libera espressione del disagio e delle paure che possono manifestarsi in ognuno di noi quando siamo esposti all’incontro con la “diversità” continua a leggere…
Amed: storia di un viaggio senza approdo
di Ugo Giansiracusa
Riproponiamo qui, per gentile concessione dell'autore, un testo di Ugo Giansiracusa, scritto e pubblicato nel 2009, ma ancor oggi attuale. Non solo per i suoi contenuti, ma per la qualità poetica della scrittura, che trascende i significati convenzionali del linguaggio scritto per farsi
"parola piena", emozione, immagine. Per noi che da tempo ci occupiamo dell'indicibile, è forse questo l'unico modo per riaprire varchi di
umanità là dove si agitano i vessilli della paura e del disprezzo. continua a leggere…
Migrazioni e angosce persecutorie nelle popolazioni che ricevono i migranti
di Giovanna Bosco
Come professionisti della salute non possiamo ignorare i danni alla salute collettiva che la narrazione Salviniana sulle migrazioni sta causando: de-umanizzazione dell’Altro da sé; creazione di capri espiatori cui addossare stabilmente la colpa di ogni malessere personale e sociale, con conseguente perdita di contatto con il proprio Sé e la propria essenza umana.
Chi fa il nostro lavoro si rende conto che non è sufficiente contrapporre informazioni e dati di realtà alla narrazione deformante sulle migrazioni o sulla presenza di gruppi etnici come i Rom. E’ una narrazione il cui appeal sta proprio nel ridurre fenomeni complessi sia sul piano politico-sociale che sul piano emozionale a spiegazioni semplificatrici e banalizzanti, continua a leggere…
Il lavoro nelle istituzioni: contributo di G. Bosco al Seminario del 23 febbraio 2018
Alle radici di un ossimoro
Ogni volta che mi soffermo a ripensare le mie esperienze nelle istituzioni, o che ascolto un gruppo di colleghi parlare delle istituzioni in cui lavorano, ho la sensazione di addentrarmi in un luogo pieno di contrasti e contraddizioni, di luci e di ombre, che solo degli ossimori possono racchiudere e tenere insieme: gusto dolceamaro? chiarezza tenebrosa? espansione vincolata?
Le istituzioni sono oggetti complessi, e non è facile conoscerle, non solo per il rapporto ambivalente che spesso abbiamo con le forme di organizzazione sociale fondate su norme e consuetudini vincolanti, ma anche per la intrinseca contradditorietà delle istituzioni. continua a leggere…
Il lavoro nelle Istituzioni – contributo di F. Merlini al Seminario del febbraio 2018
Pubblichiamo qui di seguito il contributo di Franco Merlini al Seminario organizzato dall'Associazione E-spèira il 23 febbraio 2018, dal titolo IL LAVORO NELLE ISTITUZIONI: PARLIAMONE
Introduzione
Vi propongo una domanda: “Il bravo operatore è colui che si è ben formato, o colui che è abbastanza guarito?”
Sappiamo che curare e prendersi cura di sé, non è mai un’operazione dissociabile, soprattutto nel nostro mestiere (questa scelta infatti permette a qualcuno di continuare a curarsi e a qualcuno di non farlo mai). Non possiamo dimenticare che il nostro è un mestiere fondato sulla complessità e sulla soggettività, che per definizione non comportano tecniche d’intervento certe e ripetibili; e questo già introduce nel nostro lavoro di tutti i giorni una dimensione di incertezza.
Nella pratica clinica, la differenza la fa, la diversa capacità con cui l’operatore riesce a stare col paziente continua a leggere…



