PSICOANALISI E PACE: come curare la psicopatologia della guerra
di Diego Miscioscia
Riceviamo da Diego Miscioscia, psicologo psicoterapeuta, socio fondatore dell’Istituto Minotauro, questo articolo che affronta un argomento di cocente attualità. Partendo dal presupposto che la guerra è una forma di psicopatologia in cui entrano in gioco meccanismi di natura paranoide e maniacale, sollecita a portare l’attenzione, anche nel rapporto psicoterapeutico, sull’attivazione inconscia di tali meccanismi, sul significato profondo delle scelte sociali dei pazienti, e sullo sviluppo dell’armonia tra le diverse parti del Sé, quale fondamento interiore di una cultura di Pace. Conclude l’articolo un’analisi psicoanalitica dell’enunciato “si vis pacem, para bellum” (“se vuoi la pace, prepara la guerra”).
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In questo articolo mi propongo di evidenziare come la psicopatologia della guerra possa essere curata preventivamente grazie al nuovo paradigma evolutivo che da alcuni decenni si è affermato sempre di più in campo psicoanalitico. Una maggiore consapevolezza sul piano clinico dei fattori psicologici individuali che sarebbe opportuno considerare, rafforzandone alcuni ed elaborando quelli più irrazionali, inoltre, rappresenta la premessa anche per un’azione pedagogica più mirata e volta a eliminare quelle fragilità psicologiche evolutive che alimentano la cultura della guerra.
A partire dallo stesso Freud, negli anni diversi autorevoli psicoanalisti hanno analizzato la psicopatologia della guerra. Per restare solo sui contributi più recenti, diversi autori hanno evidenziato che nel corso di una guerra, noi non assistiamo solamente ad una perdita delle qualità migliori della nostra umanità, ma vediamo altresì in azione dei veri e propri meccanismi psicopatologici di natura paranoide e maniacale. Franco Fornari, ad esempio, uno dei maggiori studiosi di questo fenomeno, nel libro “Psicoanalisi della guerra” (1966) osservava che La guerra corrisponde a un tentativo di salvare il proprio oggetto d’amore attraverso una modalità paranoidea, rappresenta una modalità di elaborazione paranoica del lutto; egli, dunque, metteva l’attenzione sul fenomeno del dolore e del lutto e sull’attivazione inconscia di meccanismi di difesa di tipo primitivi di scissione e proiezione. Un altro importante studioso di questo fenomeno, Vamik Volkan, in un suo libro del 2020, invece, analizzava il piacere pregenitale sadico che viene stimolato dalla guerra. Secondo Volkan, tale piacere è presente, in particolare, in quelle azioni di accanimento violento di una popolazione verso un’altra ed è definibile come “genocidio”; egli in questo libro afferma: Più del lutto, è il godimento sadico che può guidare le azioni genocide.
La guerra, dunque, rappresenta un disturbo psichico e un conflitto interno esternalizzato: non è però un destino dell’uomo. I disturbi di tipo paranoideo, infatti, possono essere curati ed è anche possibile far evolvere le pulsioni sadiche pregenitali verso forme di godimento genitale più maturo basate sulla pulsione di scambio positivo.
Quando nel 1932 la Società delle Nazioni aveva sollecitato Freud e Einstein a confrontarsi sul tema della guerra, Freud stesso, aveva raccolto le proprie riflessioni in risposta alle domande di Einstein e nel 1933 aveva scritto un saggio nel quale sosteneva con forza la necessità di opporsi alla follia della guerra. Egli scrive in questo libro: La guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo di incivilimento. Dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa. (S. Freud, “Perché la guerra?”, 1933). Pur credendo in un lento cambiamento culturale che avrebbe posto fine alle guerre (…tutto ciò che favorisce l’incivilimento lavora anche contro la guerra), Freud comunque in quegli anni, basandosi esclusivamente su un paradigma di tipo pulsionale, non intravede ancora un’azione clinica possibile per allontanare il rischio della guerra dalla mente e dalla storia dell’uomo. Nello stesso libro, egli scrive: …è triste pensare a mulini che macinano talmente adagio che la gente muore di fame prima di ricevere la farina! (Op.cit.). Anche altri importanti psicoanalisti nel secolo scorso si sono battuti contro la guerra: Hanno Segal, ad esempio, nel 1987 aveva affermato: Ho deciso che è meglio urlare, il silenzio è il vero crimine (H. Segal, 1987).
A questo punto, tuttavia, si impone una domanda: come mai questo tipo di “follia sociale collettiva” non ha ancora trovato spazio nel setting analitico come contenuto riflessivo per aiutare i pazienti a non cadere nella paranoia sociale e per sviluppare in loro quegli stati superiori di consapevolezza che permettono di gestire in modo più maturo le pulsioni violente? Gli sviluppi recenti della psicoanalisi mostrano un orientamento sempre più convergente verso l’integrazione tra paradigmi relazionali e paradigmi evolutivi. Questo spostamento dell’attenzione nella relazione coi pazienti verso il loro mondo interno e verso la maturazione di parti di sé, come vedremo, fornisce ai terapeuti l’occasione di affrontare in modo più diretto lo sviluppo dell’identità sociale dei propri pazienti.
Utilizzando la metafora di Freud, dunque, potremmo dire che oggi ci sono le condizioni per far muovere più velocemente il mulino ed evitare così che molte persone muoiano di fame. I motivi per cui durante un percorso psicoterapeutico non ci si occupa ancora della patologia della guerra, patologia che potrebbe coinvolgere tutti, sono diversi e sono tutti collegati alle indicazioni terapeutiche suggerite da Freud stesso. Secondo le sue indicazioni, infatti, nel setting analitico il terapeuta dovrebbe mantenere quella che lui definiva la “neutralità analitica”: il terapeuta, cioè, dovrebbe limitarsi ad analizzare i significati affettivi che hanno per i pazienti le proprie scelte etiche e politiche, senza dare alcun giudizio personale in proposito. Gli psicoanalisti, inoltre, come tutti gli scienziati, fin dall’inizio del loro lavoro hanno preferito lavorare mantenendo un certo distacco dalla realtà temendo l’inquinamento del proprio pensiero da parte delle ideologie.
Lo stare “un passo indietro” da parte della psicoanalisi rispetto ad un fenomeno psicopatologico, tuttavia, oltre a non cancellare nell’individuo e nei piccoli gruppi il rischio di attivazione di difese di tipo paranoideo, alimenta più in generale un clima sociale psicologico negativo che non favorisce a livello individuale uno sviluppo psichico armonioso della persona. Questo distacco da parte dei terapeuti a proposito del processo di costruzione da parte dei propri pazienti della loro identità sociale come cittadini di una determinata nazione oggi è tanto più sbagliato in quanto tutti gli psicoterapeuti, ormai da diversi anni, coi propri pazienti intervengono in modo più attivo ragionando con loro sul significato affettivo che hanno le loro scelte etiche e sociali, soprattutto quando un paziente tende a costruirsi un’identità sociale negativa, aggregandosi, ad esempio, a gruppi antisociali o a gruppi religiosi e politici radicalizzati. In questi casi, gli psicoterapeuti prendono posizione mostrando ai pazienti le difese infantili presenti in queste loro scelte e li aiutano ad elaborare un’identità sociale più adulta e matura.
Il concetto di salute mentale oggi è visto come il raggiungimento di una tensione positiva tra le diverse parti del Sé. Scrive Cristopher Bollas nel libro “L’età dello smarrimento”: La democrazia è una forma della mente e un obiettivo della clinica psicoanalitica. Secondo Thomas Ogden La psicoanalisi ha come obiettivo sviluppare pienamente un sistema di valori umani […] un insieme di norme etiche (2025, ag. 16). La Pace, dunque, da diversi autori è vista come una condizione di armonia interiore tra le diverse parti del Sé (sistemi motivazionali o codici affettivi) che permette loro di funzionare in una modalità integrata, democratica e funzionale in modo da poter offrire alla mente dell’individuo che cresce i suggerimenti affettivi ed etici più utili per la sua sopravvivenza individuale e sociale e per lo sviluppo di sue capacità relazionali e sociali non violente. A questo proposito, già nel 1981, Franco Fornari parlava di “democrazia affettiva” come condizione di salute mentale e di normalità della mente umana e come riferimento interiore di una cultura sociale di pace. Secondo Fornari, la condizione di democrazia affettiva è una condizione di integrazione e armonizzazione tra i diversi codici affettivi naturali ed è favorita dalla creatività e dalla nascita di un bambino; essa contrasta la tendenza alla scissione e alla radicalizzazione dei diversi codici affettivi che è sempre espressione di psicopatologia. In questo senso, l’azione terapeutica non può limitarsi a favorire lo sviluppo di competenze cognitive, affettive e relazionali al fine di promuovere relazioni esterne equilibrate e pacifiche che ci facciano stare bene e che diano pieno corpo alla nostra più sana umanità (autoconsapevolezza, empatia, compassione, gentilezza, gratitudine, presenza e ascolto attento degli altri, resilienza, capacità di mediare e di gestire pacificamente i conflitti); altrettanto importante nel corso del processo psicoterapeutico è l’attenzione che va rivolta al mondo interno del paziente per aiutarlo a sviluppare in modo equilibrato, integrato e armonioso, le diverse parti del Sé.
Analisi psicoanalitica di un enunciato relativo alla pace
Sulla base delle riflessioni precedenti, mi propongo di fare un’analisi psicolinguistica dell’enunciato Si vis pacem, para bellum (“se vuoi la pace, prepara la guerra”, frase attribuita a Vegezio).
Da un punto di vista denotativo, la prima metà di questo enunciato sembra voler offrire una strategia per raggiungere un ideale di pace La seconda parte, tuttavia, sembra trasformare l’affermazione positiva dell’enunciato in un confuso ossimoro: suggerisce infatti come soluzione per ottenere la pace proprio l’opposto, cioè, l’attivazione di tutte quelle condizioni materiali e operative che permettono di fare la guerra. Nonostante la sua apparente contraddizione, questo enunciato risulta chiaro facendo riferimento a un pensiero implicito presente al suo interno. Chi fa questa affermazione, infatti, è sicuramente convinto che i nostri potenziali nemici rinuncerebbero immediatamente alla guerra verso di noi vedendo che è pericoloso aggredirci e riuscire a vincerci proprio perché noi siamo armati fino ai denti e pronti a difenderci.
Già sul piano denotativo, tuttavia, questo enunciato mostra una certa debolezza: tutte le vicende storiche analizzate dagli studiosi di polemologia, infatti, dimostrano che questa idea non sta proprio in piedi. Qualsiasi grande potenza, infatti, proprio quando tende ad armarsi sempre di più e a diventare minacciosa, finisce per creare nei Paesi vicini una reazione di paura che li porta ad armarsi a loro volta o ad allearsi tra loro per fronteggiare quella che essi avvertono come una minaccia e un incombente pericolo di aggressione.
A livello di buon senso, peraltro, è facile riconoscere che la stessa cosa avviene anche tra coloro che fanno dell’aggressività e della forza un punto di riferimento della propria identità. Osservando le dinamiche interpersonali di queste persone, infatti, è evidente che sono proprio costoro che finiscono più facilmente dentro risse, accoltellamenti e in altre situazioni violente.
Come è spiegabile, dunque, questa “fuga dal buon senso”? Come è possibile che molte persone che davvero vogliono vivere in pace tendano a credere a questa scelta così irrazionale basata sull’esibizione di una forza violenta? La cosa è facilmente spiegabile facendo un’analisi della semiosi affettiva presente all’interno dei contenuti connotativi di questo enunciato.
L’esibizione di una postura violenta per fronteggiare le proprie ansie persecutorie e le proprie angosce di annientamento, infatti, è la condizione normale che vive nella propria fantasia un bambino molto piccolo intorno ai due o tre anni. A quell’età il bambino, entrando per la prima volta all’asilo o alla scuola materna senza la protezione dei genitori, sperimenta un mondo per lui sconosciuto e che gli fa paura. L’unica cosa che può dargli conforto, al di là della presenza di educatrici attente e più o meno benevole, sono proprio le fantasie onnipotenti grazie alle quali già a casa ha imparato a sconfiggere mostri, draghi e altre presenze minacciose che secondo lui sono sempre in agguato nel buio della sua cameretta. La figura che all’interno della famiglia sembra stagliarsi con più sicurezza e forza per proteggerlo da questi pericoli, di solito il padre, viene idealizzato e gli vengono attribuiti poteri magici, spesso confermati dalle storie di super eroi che vengono proposti al bambino: Super man, l’uomo ragno, Batman, ecc.
Nel corso della sua crescita, l’educazione e lo sviluppo dei processi simbolici riducono nel bambino l’importanza del pensiero magico e gli insegnano ad usare strategie più razionali per la gestione dei conflitti, insieme a forme di comunicazione più adeguate a soddisfare i suoi bisogni. Nella mente di molte persone adulte, tuttavia, rimangono residui importanti di angosce infantili e il bisogno di cancellarle velocemente le porta ancora a identificarsi con un pensiero magico, spesso rappresentato da un leader deciso e minaccioso, che sembra offrire loro una soluzione immediata e risolutiva rispetto ai rischi che provengono dall’esterno della propria comunità: porsi sotto l’ombra protettiva del vecchio padre onnipotente capace di cancellare magicamente il persecutore, infatti, è una fantasia che, almeno sul piano immaginario, sembra offrire più sicurezza rispetto alla dipendenza da un leader calmo e razionale che avvia lunghe trattative on le nazioni vicine per costruire relazioni pacifiche.
La stessa dinamica irrazionale, capace solo di aumentare la violenza, è quella segnalata da molti studiosi dell’età giovanile all’interno delle dinamiche relazionali tra i giovani stessi: negli ultimi anni, infatti, inseguito all’aumento dell’ansia tra adolescenti e giovani adulti (vedi su questo il libro di Jonathan Haidt “La generazione ansiosa”, 2024), sono aumentati parallelamente gli episodi di violenza, anche perché molti ragazzi, avendo paura di essere aggrediti, spesso escono di casa portando con sé un coltello.
Grazie all’analisi della semiosi affettiva, dunque, è possibile capire il successo di questa affermazione che peraltro appare così debole da un punto di vista logico e storico: coloro che l’ascoltano e ne fanno proprio il contenuto, infatti, non sono tanto interessati al suo contenuto razionale, quanto piuttosto al suo impatto emotivo. Costoro, dunque, anche se hanno elaborato a sufficienza le proprie ansie sociali e sono riusciti a costruire una propria identità sociale adulta apparentemente ben funzionante, nel loro mondo interno, in realtà, sono ancora abitati da ansie di natura infantile che li portano inconsapevolmente a farsi dominare da fantasie infantili di natura paranoidea, le quali che alimentano un bisogno di vedere sulla scena sociale una leader protettivo e autorevole che sul piano simbolico rimandi alla figura forte e potente di un genitore buono dell’infanzia.
Bibliografia
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Freud S. (1933), Perché la guerra? (Carteggio con Einstein), O.S.F., 11, Boringhieri, Torino, 1979.
Galtung J. (1996), Pace con mezzi pacifici, Esperia, Milano, 2000.
Haidt J. (2024), La generazione ansiosa, Rizzoli, Milano.
Hillman J. (2004), Un terribile amore per la guerra, Adelphi, Milano.
Miscioscia D. (2024), La guerra è finita. Psicopatologia della guerra e sviluppo delle competenze mentali della pace. La meridiana, Bari.
Novara, D. (2006), L’alfabetizzazione al conflitto come educazione alla pace. Edizione Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti. (www.cppp.it)
Volkan V. (2020), Large – Group PsuchologyRacism, Societal Division, Narcisistic Leaders, Karnac Books.
Zoja L. (2023), Paranoia. La follia che fa la storia. Boringhieri, Milano.

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