IL CIRCOLO ON-LINE

a cura di Giovanna Bosco

I testi qui pubblicati intendono offrire una base di discussione e circolazione di idee.
Possono scrivere i propri commenti e interventi, oltre ai soci, anche altri psicologi,
psicoterapeuti, arteterapeuti,   previa registrazione

Psicoterapia gruppoanalitica del trauma (2° parte)

di Werner Knauss

La prima parte di questo articolo, ricevuto da Werner Knauss, è stata tradotta in italiano e pubblicata su questo sito il 28 giugno 2014. Facciamo ora seguire la seconda parte dello stesso articolo. 

La traduzione del testo è di Giovanna Bosco

 

 

Passerò ora ad un esempio clinico per illustrare come le vittime ed i responsabili di abusi sessuali possono elaborare in un gruppo misto il loro traumi derivanti dall’aver abusato sessualmente o dall’aver subito abusi.

 

6. Le vicissitudini dei processi di identificazione nella Psicoterapia Gruppoanalitica con un gruppo misto in cui sono co-presenti responsabili e vittime di abusi sessuali

La mia esperienza clinica e la Foulkes Lecture tenuta da Estela Welldon su come adeguare il trattamento al crimine (1997) mi hanno incoraggiato a intraprendere un processo inusuale. Decisi di creare, nell’ambito della mia attività professionale privata, un gruppo misto ad orientamento gruppoanalitico, che si incontrava due volte alla settimana ed era formato da nove pazienti, inclusi due responsabili e due vittime di abusi sessuali. Vi invito a seguire questi quattro pazienti ed i loro processi di identificazione – su cui mi concentrerò in questo lavoro – attraverso un percorso di psicoterapia gruppoanalitica che è durato in media due anni e mezzo.

Prima di correre il rischio di includere sia vittime che abusanti nello stesso gruppo ho preso in esame la letteratura significativa su questo argomento. La maggior parte di essa si riferiva a gruppi omogenei di vittime di abusi sessuali. Ho trovato solo due colleghi, Estela Welldon (1997) e Mathias Hirsch (2004), che riportavano processi molto promettenti realizzati in gruppi formati sia da vittime che da abusanti.

L’esperienza clinica che avevo potuto sviluppare supervisionando un’équipe che lavorava in una struttura psichiatrica forense con pazienti interni, ed inoltre facendo la supervisione ad un collega che conduceva, con una seduta settimanale, un gruppo omogeneo di pazienti esterni che erano tutti responsabili di abusi sessuali, aveva confermato il punto di vista dei miei due colleghi che i gruppi omogenei di abusanti o di vittime favoriscono meccanismi di difesa omogenei che ne limitano i risultati. Earl Hopper riferiva esperienze analoghe in un suo lavoro clinico riguardante un gruppo di sopravvissuti alla Shoah (Earl Hopper, Traumatic experiences in the unconscious life of groups).

Avevo iniziato la supervisione dell’équipe psichiatrica forense dopo un tragico incidente: continua a leggere…

Psicoterapia gruppoanalitica del trauma (1° parte)

di Werner Knauss

Pubblichiamo qui la prima parte di un articolo, scritto in inglese, ricevuto da Werner Knauss, già Presidente della Group Analytic Society (International),  

La seconda parte verrà pubblicata dopo l'estate 

La traduzione del testo è di Giovanna Bosco

 

 

1.  La Darkroom

In una performance di danza dal titolo“the Darkroom” (N.d.T.: “camera oscura” per sviluppare le pellicole, ma anche stanza oscurata di certi club privè dove si svolgono pratiche sessuali trasgressive) il protagonista assume il ruolo dello spettatore che osserva standosene in disparte. Egli desidera entrare in un gruppo di ragazzi che “vanno forte” ed è gradatamente attirato in una banda di giovani che hanno sviluppato un terribile rituale per il week-end. Con l’ausilio delle droghe e dell’alcol seducono gruppi di giovani donne in una Darkroom poi obbligano le donne ad avere rapporti sessuali con ciascuno di loro.

Pian piano il protagonista lascia la posizione dell’osservatore e viene attirato dentro il gruppo. Egli viene attaccato fisicamente, sminuito e umiliato perché è innamorato di una ragazza straniera, che viene dall’Inghilterra. Lentamente, entra in un rapporto di collusione con la banda. Infine assume il ruolo del cameraman e riprende le scene, che saranno poi vendute.

Questa performance riesce efficacemente a far sì che il pubblico assuma il ruolo, con cui la maggior parte degli spettatori si identifica, di chi osserva, stando in disparte, le terribili scene traumatiche che vengono sperimentate sulla scena e che hanno luogo tra la gang dei ragazzi e il gruppo delle ragazze. Tutti sono traumatizzati: gli autori delle violenze, le vittime e, indirettamente, il pubblico.

Durante la discussione che si svolge al termine della performance emerge chiaramente che il pubblico oscilla tra due posizioni: la rabbia suscitata dalle scene traumatiche: “perché sono costretto a guardare queste cose?” e la dissociazione espressa sotto forma di negazione: “tutto questo non ha nessun senso”. Alla fine sono sconvolti da ciò che hanno visto. Si identificano con gli autori delle violenze e con le vittime, soffrendo di controllo onnipotente, terribile ansia, impotenza e speranza che tutto ciò finisca e che i responsabili siano puniti.

E’ questo il nostro ruolo in un gruppo analitico quando uno dei pazienti descrive un trauma che ha provato. Quali sono le precondizioni per elaborare le esperienze traumatiche individuali e collettive? Quale potrebbe essere il compito di un gruppoanalista nel creare una situazione gruppoanalitica intesa come spazio sicuro in cui il trauma possa essere ricordato, descritto in ogni dettaglio ed elaborato? continua a leggere…

Corpo e voce nell’esperienza psicoanalitica

di Giovanna Bosco

Anche se nella tradizione psicoanalitica non manca l’attenzione ai fenomeni extra-verbali, fino ad ora la psicoanalisi ha per lo più ritenuto che tutto ciò che viene espresso con modalità diverse dalla parola rappresenti una regressione ai livelli primitivi (in quanto precedenti la nascita del linguaggio) dello sviluppo psichico. Da qui la tendenza a considerare il corpo del paziente – con le sue posture, la sua mimica, il gesti ripetitivi, le somatizzazioni – principalmente come oggetto di ‘osservazione’ da cui trarre indizi sui contenuti psichici ‘pre-verbali’, per poterli recuperare alla coscienza attraverso la parola.

Si tratta di un nodo problematico non più eludibile, con radici antiche nel pensiero occidentale, che richiede una profonda ri-considerazione.  La scissione corpo-mente, che pervade la nostra cultura, può essere fatta risalire a Platone. Affermando che la vera realtà è rappresentata dal mondo “ideale”, Platone stabilisce la matrice filosofica da cui deriverà la svalutazione di tutto ciò che è legato all’esperienza sensoriale, alla materia, al corpo (il mondo “sensibile”) che sarà poi ripresa dal Cristianesimo con Agostino, e successivamente da Kant.  Eppure il termine “sensibile” ha un doppio significato: si riferisce non solo a ciò che viene percepito attraverso i sensi, ma anche alla capacità di comprendere gli stati d’animo e le emozioni, proprie e altrui, il mondo della natura e dell’arte. E’ dunque presente, nel sentire comune, la connessione tra l’essere ‘radicati nel corpo’ e la capacità di provare emozioni e di conoscere l’Altro emozionalmente. continua a leggere…

L’abisso del vuoto, il tumulto del pieno

di Gloria Santone Marti

Introduzione di Giovanna Bosco
Riproponiamo qui, nel Circolo on-line, questo scritto di Gloria Santone Marti, già pubblicato nella sezione Esperienze del Bollettino E-spèira n.2. Il testo descrive due percorsi psicoterapeutici in cui si è scelto di introdurre il disegno partendo da due problemi opposti ma speculari: nel primo caso la difficoltà del paziente a comunicare con le parole, nel secondo una verbosità incessante e tumultuosa. Un 'vuoto' di cui non si intravvede il fondo e un 'troppo pieno',  che sono entrambi sentiti dalla terapeuta come rischio di sterilità, impedimento allo sviluppo di un processo realmente trasformativo.

Gloria era una psicoterapeuta che faceva parte dell’Associazione E-spèira e che aveva coraggiosamente imboccato, già alcuni anni prima della sua prematura scomparsa avvenuta alla fine del 2009, percorsi nuovi e creativi. Sono proprio i processi creativi a lanciare un ponte che può mettere in comunicazione il mondo della Psicoanalisi con quello dell’Arte, consentendo un incontro fecondo, generativo di nuove forme terapeutiche. Si potrebbe definire il lavoro che Gloria Santone Marti presenta in questo suo scritto una Psicoterapia a mediazione artistica. Si potrebbe anche parlare di Arteterapia , se non fosse che l’originalità del suo lavoro sta proprio nel fatto che esso travalica sia i canoni tradizionali della Psicoterapia ad orientamento analitico che quelli dell’Arteterapia.

Solitamente l’Arteterapia afferma di bandire dal suo orizzonte l’attività ‘interpretativa’ per focalizzarsi  soprattutto sullo sviluppo delle cosiddette risorse 'sane' del paziente, mentre in questo lavoro di Gloria Santone non si rinuncia a 'dare senso' a tutto ciò che avviene nel campo relazionale, compreso ciò che di 'inaridito' o 'sterilmente ripetitivo" emerge attraverso l’espressione grafica. Ma con una differenza sostanziale rispetto all’'ortodossia' psicoanalitica: la psicoterapeuta non si pone qui come ‘osservatrice neutrale’ che interpreta ciò che il paziente esprime sulla base di un determinato modello esplicativo della Psiche da cui discende un 'sapere già saputo'. La sua formazione, orientata in senso 'relazionale intersoggettivo' la porta invece a mettersi in gioco, a partecipare allo sviluppo di una relazione dialogica in cui entrambi i co-protagonisti si comunicano reciprocamente i loro vissuti e danno 'nuovo senso' alle rispettive espressioni grafiche.

Così ad esempio scrive l’autrice: “Andrea mi fa notare che il mio albero ha una chioma molto colorata, mentre il tronco è talmente nero da sembrare carbonizzato. Mentre disegnavo non mi ero accorta di quel contrasto: sotto qualcosa di inaridito e sopra tanta vita.  Notiamo che il disegno di Andrea è l’opposto: sotto la vita e sopra rami secchi. Nella nostra relazione è nato un primo momento di condivisione, in entrambi i disegni c’è una parte arida e una vitale (…)”  continua a leggere…

L’interpretazione nella prospettiva gruppoanalitica: il processo di “traslazione”

di Jaime Ondarza Linares

Giovanna Bosco ha voluto essere così gentile da invitarmi a scrivere un articolo in seguito al mio commento apparso su Espeira (11- VII-13) illustrandolo con esempi clinici tratti da un gruppo analitico che conduco nel mio studio.

E’ un gruppo che conduco da circa 10 anni: “slow open” nel setting gruppoanalitico sta ad indicare un gruppo inizialmente formato da 8-9 persone che man mano che finiscono la loro esperienza terapeutica vengono sostituite da nuovi membri. Tale caratteristica richiama essenzialmente il processo del “gruppo famigliare primario”, un po’ aperto alla partenza e all’arrivo di nuovi membri;  essendo tale fenomeno gruppale-esistenziale  (inizio, partenza, anche interruzione) un’esperienza da elaborare del processo terapeutico medesimo… Tornando al nostro gruppo clinico, nel momento presente non rimane alcun membro del gruppo iniziale, tranne me medesimo come terapeuta.  E’ composto attualmente da sette membri di cui riferiremo opportunamente nella seconda parte dell’articolo, esponendo  alcuni particolari clinici e cambiamenti, con particolare riferimento al Processo di Traslazione (Traslation Process) che diciamo ‘tout court’ é l’equivalente gruppoanalitico dell’interpretazione nel processo psicoanalitico duale.

La mia presente esposizione si articola col precedente mio commento fatto alla suggestiva richiesta di Giovanna Bosco, che intitolava “Dal tramonto dei modelli intrapsichici all’orientamento relazionale”, domandandosi cosa è veramente l’interpretazione nella contemporanea psicoterapia  e delineando alla fine un “confronto tra orientamento intrapsichico e orientamento relazionale”.

Sottolineo che personalmente cerco di affrontare l’argomento dalla mia posizione di gruppoanalista, continua a leggere…

Andar per gruppi

di Giovanna Bosco

Non ho saputo resistere alla tentazione di prendere a prestito da Lo Verso (1998) l’espressione “andar per gruppi”, perché questa immagine è fortemente evocativa.

Anzitutto ha suscitato in me il pensiero che la nostra stessa vita è un “andar per gruppi”: dal gruppo familiare in cui abbiamo fatto le nostre prime esperienze sin dal momento in cui ci siamo affacciati al mondo, a tutti gli altri gruppi di cui abbiamo via via fatto parte, diventando ciò che ora siamo.

Pensando poi al gruppo come strumento di intervento nell’ambito della psicoterapia, delle artiterapie, della formazione, ecc. “andar per gruppi” ci parla del fatto che chi intende lavorare nel setting di gruppo deve sapersi muovere e orientare tra una vasta gamma di gruppi.
Ci sono gruppi aperti e gruppi chiusi; gruppi di breve o media durata e gruppi in cui i componenti possono restare finché ne sentono il bisogno ed il desiderio; gruppi “di parola” e gruppi che ricorrono in modo prevalente a forme di espressione e comunicazione non verbale; gruppi dalla composizione diversificata e gruppi omogenei. L’elenco dei possibili gruppi omogenei è pressochè infinito: adolescenti, donne, genitori, oppure soggetti che hanno in comune un passaggio critico della vita, come la menopausa, o una specifica problematica o sofferenza, come nel caso di una particolare malattia o di un lutto o della dipendenza da droga, fumo o alcool.  

Il contesto non è solo e necessariamente quello terapeutico. Come del resto metteva in luce già Foulkes (1975), riconosciuto come il fondatore della Gruppoanalisi europea, i principi gruppoanalitici possono essere applicati non solo ai gruppi terapeutici ma anche a molti altri tipi di gruppi continua a leggere…

Genitori in gruppo

di Velia Bianchi Ranci

 

1. Il mio bambino ha un problema

Tutti i terapeuti infantili sanno quanto è difficile aiutare i genitori ad accettare la psicoterapia per il figlio. Perché è difficile, più in generale, per un genitore, accettare che il proprio figlio manifesti qualche aspetto di inadeguatezza.
"Ogni volta che un bambino è in difficoltà, di qualsiasi grado sia questa difficoltà, la capacità genitoriale è minacciata” – dice Trudy Klauber (1998) . Si genera nei genitori incertezza ed ansietà, che si rimanda al bambino, in una spirale discendente che peggiora sempre più la situazione.
Quando poi il problema riguarda la salute mentale del bambino questa dinamica è ancora più potente, per la paura inconscia di averlo danneggiato, e il senso di colpa che ne deriva. L'indicazione ad una psicoterapia può essere letta dai genitori come la conferma di questo danno e della loro colpa, prima che come un aiuto al loro bambino.
I genitori di questi bambini hanno quindi sempre bisogno di essere aiutati, prima di tutto  a recuperare fiducia nella loro capacità genitoriale. continua a leggere…

A proposito di relazione e interpretazione …

(Abbiamo ricevuto, come Commento all'articolo di Giovanna Bosco dal titolo "Dal tramonto dei modelli intrapsichici all'orientamento relazionale", questo contributo di Pierluigi Sommaruga.  Per l'ampiezza delle riflessioni e l'interesse dell'esperienza clinica cui fa riferimento, si è ritenuto opportuno pubblicarlo come un vero e proprio intervento)

di Pierluigi  Sommaruga

      Sullo scritto di Giovanna Bosco  "Dal tramonto dei modelli intrapsichici all'orientamento relazionale" ci sarebbe molto da dire, ma ciò che mi ha più colpito è un preciso riferimento al “relazionale” usato come etichetta. Condivido il suo excursus sull’evoluzione della psicoanalisi, quasi parallelo a un bell’articolo di Imbasciati sullo stesso soggetto pubblicato a marzo su “Gli Argonauti”, ma mi chiedo con lei perché  questo concetto che sembra così elementare vada riscoperto continuamente nelle scienze umane.

       In realtà la ricerca di un modello è sempre stata un'attrazione irresistibile per tutti coloro (filosofi, antropologi, biologi, psicologi, psichiatri) che si sono chiesti perché siamo fatti così. Un modello potente è stato quello genetico, che come l’Araba Fenice viene demolito per ricomparire più vivo che mai (specie nella letteratura popolare con l’annuncio che è stato scoperto il gene del….) anche se oggi si sa che l’azione di un gene si esplica solo in relazione all’ambiente che la circonda  e il gene stesso può modificarsi e diventare altro in particolari circostanze della sua vita. Non a caso oggi non si parla tanto di genetica ma piuttosto di epigenetica.

       Così nella teorizzazione psicoanalitica non ci si riferisce più a dei modelli intrapsichici individuali ma a dei modelli relazionali. Ma è come la scoperta dell’acqua calda: continua a leggere…

Dal tramonto dei modelli intrapsichici all’orientamento relazionale

di Giovanna Bosco

1. Una domanda che riguarda non solo la psicoanalisi e la gruppoanalisi ma anche gli operatori delle relazioni d’aiuto e gli arteterapeuti

      Alcune constatazioni fatte recentemente mi hanno indotta a riprendere qui oggi una questione che da tempo, come E-spèira, consideriamo fondamentale  per la nostra navigazione: cosa comporta per il mondo della psicoanalisi il passaggio dai modelli intrapsichici ad un nuovo orientamento di carattere relazionale, e quale conseguenza questi due diversi approcci hanno anche per altri operatori delle professioni di aiuto e per chi si occupa di artiterapie?
      Recentemente, facendo una piccola ricerca su Internet, mi sono resa conto che le espressioni “relazionale” o “orientamento relazionale”, oltre ad essere le chiavi di accesso ai siti di  Associazioni con chiare basi teorico-metodologiche, in alcuni casi vengono utilizzate disinvoltamente come biglietto di presentazione per attività dai riferimenti molto incerti o fortemente contradditori (tanto da includere il bio-feedback e altre procedure di stampo comportamentista).  Ho anche scoperto, con una certa sorpresa, che c’è pure chi, dopo aver affermato di occuparsi di ‘arteterapia ad orientamento relazionale’, per spiegare di che si tratta  attinge a man bassa, e in modo pressoché esclusivo, ad una mia pubblicazione del 2001 , senza citare neppure una volta la fonte.  A volte l’etichetta “relazionale” sembra essere utilizzata come una sorta di passe-partout o come copertura per l’assenza di un chiaro e consapevole orientamento teorico-clinico.  

      Parlando di orientamento relazionale in psicoanalisi, non si intende genericamente un approccio simpatico e accattivante in quanto “nuovo”, ma si fa riferimento ad un vero e proprio cambiamento paradigmatico che ha portato settori sempre più ampi della psicoanalisi ad abbandonare l’originaria visione intrapsichica a favore di una visione relazionale dell’essere umano e del processo terapeutico. Una visione diversa ma non priva di profondità e di coerenze interne.
      Seguendo questo fil rouge, che connette tra loro più modelli teorici, cercherò di ripercorrere brevemente continua a leggere…

NON CI SONO DUE ALBERI UGUALI NELLA FORESTA: note per un approccio relazionale alle artiterapie

di Giovanna Bosco

Chi cercasse ‘libretti di istruzioni’ per elaborare progetti di arteterapia per una determinata categoria di persone o un certo contesto, basate su una sequenza di attività da proporre, o parole oracolari che mettano in grado di sapere a priori come affrontare i problemi che si possono presentare in un gruppo di arteterapia, non troverà qui indicazioni di questa natura.    Le esperienze maturate nel corso del tempo, sia lavorando come psicoanalista (e in alcuni casi inserendo nel percorso analitico modalità di comunicazione diverse dalla parola), sia conducendo gruppi di arteterapia, sia svolgendo attività di supervisione a colleghi che lavoravano a livello espressivo in molti diversi campi (dalla psichiatria alla formazione dei volontari, dai servizi per l’infanzia ai contesti educativi), mi hanno resa sempre più consapevole che se qualcosa ha funzionato con un gruppo o con un paziente, non vuol dire che vada bene anche con il successivo, anche se la situazione sembra analoga. L’importante, quando si inizia un percorso, individuale o di gruppo, è porsi in ascolto, e riuscire non solo a guardare ma a vedere, in modo da accogliere ciò che viene espresso, talvolta in forme ancora incoerenti o sommesse, e da riconoscere quali lacci frenino l’espressività e blocchino la creatività.

E’ molto importante tenere a bada l’aspettativa che si possa ripetere continua a leggere…

EDITORIALE

 di Giovanna Bosco

Può apparire paradossale che proprio noi, che teniamo in grande considerazione la comunicazione non verbale, ci si avventuri nello spazio virtuale, per portare anche on-line l’esperienza del Circolo E-spèira. Fino ad ora esso è stato non solo spazio mentale ed emozionale ma anche luogo fisico in cui riflettere su vari temi di comune interesse insieme ad altri psicoterapeuti, gruppoanalisti, arte terapeuti, conduttori di gruppo.  
Mentre mi addentro in questa nuova dimensione ‘virtuale’ so che chi mi leggerà non sentirà la mia voce, non vedrà il mio viso e i movimenti del mio corpo, non sentirà il ritmo del mio respiro. E anch’io sarò privata di tutti questi preziosi canali conoscitivi quando leggerò i commenti e gli interventi, che mi auguro arriveranno numerosi.

Un’analoga limitazione si presenta d’altronde ogni volta che noi psicoanalisti, gruppoanalisti o arteterapeuti cerchiamo di mettere per iscritto le nostre esperienze di lavoro: com’è difficile trasmettere con le sole parole un clima relazionale, un vissuto, una trasformazione improvvisa che ha aperto spazi nuovi e fino ad allora impensati in una  relazione terapeutica… Per non parlare di chi si accinge ad esporre ciò che accade talvolta nei gruppi in cui si ricorre alla pittura, alla musica, alla danza o al teatro. Qualsiasi descrizione sembra inadeguata a trasmettere a chi non c’era la bellezza e l’incanto di certi passaggi, e il senso più profondo di certe trasformazioni. A volte si parla, sottovoce, quasi vergognandosi di questa parola prescientifica, di qualcosa di ‘magico’, alludendo a certi eventi di gruppo, come l’improvviso e inaspettato sbocciare di una capacità di ascolto reciproco e un’intesa profonda tra persone che fino a poco prima sembravano incapaci di relazionarsi tra loro.  

Ma il poeta non si arresta di fronte all’indicibile, continua a leggere…

- Copyright -

Il materiale pubblicato in questo sito può essere letto e utilizzato, purchè non a fini di lucro.
Gli articoli, i numeri della Rivista e ogni altra parte riproducibile possono essere utilizzati esclusivamente per fini personali.
In caso di riproduzione, anche di brani limitati o di singole frasi, c'è l'obbligo di citare fonte e autore.