IL LAVORO NELLE ISTITUZIONI: contributo di Giovanna Bosco al Seminario E-spèira del 23 febbraio ’18

 

Alle radici di un ossimoro

Ogni volta che mi soffermo a ripensare le mie esperienze nelle istituzioni, o che ascolto un gruppo di colleghi parlare delle istituzioni in cui lavorano, ho la sensazione di addentrarmi in un luogo pieno di contrasti e contraddizioni, di luci e di ombre, che solo degli ossimori possono  racchiudere e tenere insieme:  gusto dolceamaro? chiarezza tenebrosa? espansione vincolata? 

Le istituzioni sono oggetti complessi, e non è facile conoscerle,  non solo per il rapporto ambivalente che spesso abbiamo con le forme di organizzazione sociale fondate su norme e consuetudini vincolanti, ma anche per la intrinseca  contradditorietà delle istituzioni. A seconda dell’aspetto su cui dirigiamo il fascio di luce, esse ci appaiono protettive in quanto regolano, salvaguardano e rendono possibile lo sviluppo della vita comune, oppure al contrario restrittive dell’espressione dei singoli.  

L’ istituzione nutre, legittima, offre strumenti per pensare ed operare, permettendoci di fare esperienze, concepire  e realizzare cose che da soli ci sarebbero precluse. Ma può avere anche aspetti mortiferi e tossici, quando, perdendo di vista le finalità per cui è nata, rigetta ogni fermento innovativo, si svuota di funzioni vitali, per ripiegarsi sull’autoriproduzione cristallizzata di se stessa.

Le istituzioni, intese qui nel senso più comune (istituzioni sanitarie, assistenziali, educative, ecc.), oltre ad essere luoghi fisici sono abitate  da persone che si relazionano con altre persone (i cosiddetti “utenti”), portatrici di aspettative, bisogni, desideri, sofferenze. Ma sono anche un insieme di valori, idee su cos’è buono o cattivo, mansioni, gerarchie, regole e routines, che solo in parte sono visibili e dichiarate. Ogni istituzione, infatti, ha una dimensione  implicita, invisibile, inconsapevole.

Raccontava tempo fa un collega di aver notato che nell’atrio del servizio in cui lavorava c’era una targa con i nomi dei vari responsabili. Ma non si trattava dei nomi degli effettivi dirigenti e coordinatori, bensì di personaggi che avevano lasciato ormai da molto tempo il servizio.  Il racconto si concluse con queste parole: “ ci mancavano solo i lumini!” Questa vivace immagine condensava e rendeva riconoscibile ciò che era implicito, aprendo a possibili donazioni di senso. Un senso peraltro non univoco: “noi siamo qui in rappresentanza degli antenati, non ci prendiamo responsabilità, non abbiamo progetti nostri”…  ma anche “antenati proteggeteci voi”

  

Istituzioni interne e istituzioni esterne – il ‘senso del Noi’

Il modo di sentire e pensare il rapporto con le istituzioni può essere diverso per ciascuno di noi, e questo può dipendere da vari fattori, in primo luogo dal fatto che i nostri vissuti rispetto ai contesti istituzionali di cui entriamo professionalmente a fare parte sono influenzati dalle nostreistituzioni interne”.

Se nel linguaggio comune il termine istituzioni indica gli organismi  fondati (“istituiti”) per realizzare funzioni di interesse pubblico – come l'istruzione, la sanità, l’educazione – per le scienze sociali esso ha un senso più ampio: sono  istituzioni tutti i modelli  che regolano stabilmente vari aspetti delle relazioni sociali, e che come tali sono riconosciuti da una collettività  (famiglia,  scuola, religione, sistemi economici e giuridici, e così via).

La psicoanalisi e la gruppoanalisi sottolineano in particolare  il rapporto tra istituzioni esterne e istituzioni interne. Portiamo  dentro  di noi, più o meno consapevolmente, le varie istituzioni nella quali siamo  transitati, (famiglia, parrocchie, scout,  WWF,  sindacato, associazioni di volontariato), comprese le Scuole in cui è avvenuta la nostra  formazione professionale:  un complesso di reti relazionali  di cui abbiamo fatto esperienza e in cui siamo diventati ciò che siamo oggi. Queste  istituzioni interne influenzano il modo soggettivo di sentire e vedere i contesti istituzionali di cui entriamo professionalmente a far parte.

Così ad esempio, spesso ci si aspetta che le équipes e i gruppi di lavoro confermino la bontà, a volte la superiorità, della nostra formazione.  Talvolta chi inizia un tirocinio in un contesto istituzionale prova disagio per non riuscire a far comprendere il valore del  modello teorico della scuola in cui sta svolgendo la formazione.  Un sentimento normale all’inizio ( i bambini idealizzano i genitori) tuttavia diventa poi difficile ‘uscire di casa’ e, nei luoghi di lavoro, incontrare l’Altro con curiosità e provare interesse per punti di vista diversi dal proprio, se i formatori non aiutano a ridimensionare l’idealizzazione delle proprie appartenenze e a sviluppare un senso del Noi basato non solo sulla coesione e sugli aspetti identitari che fanno sentire simili, ma anche e soprattutto sulla collaborazione tra diversità.  

L’importanza del senso del Noi l’ho compresa attraverso le esperienze che, pur tra difficoltà e passaggi critici, ho avuto la fortuna di poter fare dapprima nei servizi pubblici  poi nelle attività di formazione e supervisione.  Un fragile senso del Noi può portare spesso a sentirsi schiacciati dall’Istituzione come se fosse un Moloch maligno di fronte al quale si è totalmente impotenti.

Ma se viceversa abbiamo dentro di noi la dimensione gruppale (e può trattarsi di un gruppo di cui facciamo parte al momento, ma anche di qualcosa di cui abbiamo potuto fare esperienza e che resta in noi come fonte di condivisione e nutrimento affettivo anche quando nella realtà  siamo soli ad affrontare esperienze raggelanti), ci è più facile  “vedere” con gli occhi dell’anima, sotto la coltre di gelo, i germi di nuova vita.

Successivamente le mie riflessioni sul senso del Noi hanno trovato un riscontro anche in elaborazioni teoriche sviluppate in ambito gruppoanalitico (si veda il concetto di Nos, Tom Ormway, 2011).

 

L’interdipendenza tra la dimensione macrosociale e quella intrapsichica e interpsichica. 

Sottolineando il rapporto tra istituzioni interne e istituzioni esterne, penso ad un rapporto di interdipendenza, di tipo bidirezionale.  Non intendo infatti liquidare le difficoltà ed i disagi che si sperimentano oggi nelle istituzioni come se fossero qualcosa di meramente fantasmatico, come proiezioni del nostro mondo interno sulla realtà esterna. Così come il disagio nostro e dei nostri pazienti non può essere desoggettivato, interpretandolo in modo univoco come pura e semplice conseguenza dei “mali della società”. Penso piuttosto che ci sia un rapporto di interdipendenza tra la domanda che investe i servizi alla persona, i disagi degli operatori, i mutamenti dei contesti istituzionali avvenuti negli ultimi anni e più in generale il “disagio della civiltà” contemporanea.

Senza addentrarmi in un’analisi sociologica che non mi compete, mi limito ad accennare ad alcuni fenomeni e concetti che fanno ormai parte del sapere comune: a) la globalizzazione, che ha radicalmente modificato l’organizzazione del lavoro e della società ; b) la modernità liquida, un concetto sviluppato sul finire del secolo scorso da un sociologo e filosofo polacco (Z. Baumann, 2000 ) per sottolineare che  le forme di organizzazione della società sono diventate molto instabili, appaiono e scompaiono così rapidamente che il mondo appare sempre più imprevedibile e capriccioso. Di qui l’ansia, l’insicurezza rispetto al futuro, il rifugio difensivo nell’individualismo, l’indebolimento dei legami sociali (famiglia, scuola, e tutte quelle forme di associazione che facevano da mediatori tra individuo e società)

Mi limito a questi pochi cenni perché non è questa la sede per un’analisi approfondita di tipo sociologico  ma mi preme sottolineare che ci sono  punti di intersecazione tra i mutamenti che si sono verificati sul piano macrosociale e la comprensione, con gli strumenti della psicoanalisi e gruppoanalisi, del malessere che investe anche i cosiddetti servizi alla persona. Qualche anno fa ascoltai, in occasione di un Convegno internazionale tenuto a Roma, una relazione sulle ‘nuove’ forme di psicopatologia che approdano allo studio dello psicoanalista. Sintetizzando al massimo (la relazione era molto più ampia e approfondita) i ‘nuovi’ pazienti erano descritti come personalità narcisistiche che vivono in un presente assoluto, prive di passato e futuro. Fu un contributo interessante, tuttavia l’assenza di un confronto con una visione di tipo macrosociale faceva apparire i cambiamenti sul piano intrapsichico e interpsichico come una mutazione genetica nata nel vuoto. Se invece consideriamo anche il livello macrosociale possiamo capire qualcosa di più sul rapporto tra le nuove e sempre più diffuse “patologie” e ciò che accade nella società: è probabile, ad esempio, che ci sia una relazione tra le attuali forme di disagio psichico e lo sgretolamento delle certezze sia rispetto ai doveri che ai diritti, che sottrae la possibilità di proiettarsi nel futuro.

Tornando al nostro tema, tutto questo porta a cercare a livello individuale    risposte tecniche, super specialistiche, in chiave di ripristino delle capacità prestazionali (come sottolineava Franco Merlini nella sua relazione), per ottenere soluzione a problemi sia personali che sociali molto più profondi e complessi. Le richieste che investono i servizi alla persona spesso vanno al di là del compito istituzionale dei servizi stessi. Ne deriva una pressione molto forte nei confronti di tutti i servizi alla persona,  non solo da parte degli utenti, ma anche da parte di  rappresentanti privilegiati della società, come Amministratori locali o Magistrati.

In questo quadro, nasce una domanda: tenendo conto della complessità delle variabili in gioco, come mantenere la nostra funzione trasformativa, senza tuttavia sentirci in dovere di risolvere ogni disagio in nome e per conto della società?

 

I tanti modi di vivere le istituzioni e il bisogno di “sentirsi pensati” dall’istituzione

Oltre alle pressioni esterne, altri motivi di tensione istituzionale hanno a che fare con i diversi modi soggettivi di vivere le vicende istituzionali e di convivere nelle istituzioni.

Le differenze possono essere connesse con la diversità dei ruoli professionali, ma possono anche essere trasversali agli stessi e  fondate, ad esempio, sui vissuti soggettivi rispetto alle regole: per alcuni può essere rassicurante il fatto di compilare moduli, calcolare con precisione l’impiego del tempo proprio o del gruppo di cui si è responsabili, o il numero di “prestazioni” effettuate, mentre altri sentono tutto ciò come un inutile fardello.

Queste diversità possono portare alla formazione di sottogruppi che si guardano con diffidenza o ostilità  Le tensioni che attraversano le istituzioni sono a volte così pervasive che è difficile distinguere se un vissuto è individuale oppure comune, se è generato dal proprio mondo interno oppure dal campo istituzionale. 

Nel considerare come le persone vivono l’istituzione bisogna anche tener conto della posizione che hanno nell’istituzione stessa. Così, ad esempio, è più facile che colleghi e colleghe in una  posizione “precaria” si sentano come fragili vascelli in un mare agitato (anche se non bisogna dare nulla per scontato: qualcuno può anche vivere i rapporti non stabilizzati come opportunità).

Ma pure chi ha un rapporto di lavoro stabile può sentire l’istituzione come una presenza ingombrante: adempimenti burocratici, ricerca ossessiva dell’efficienza a scapito dell’efficacia, direttive che a volte appaiono assurde. Allo stesso tempo l’istituzione è percepita come “assente” quando maggiormente se ne sente bisogno. Chi è quotidianamente a contatto con la sofferenza psichica , con situazioni di handicap grave, con anziani con gravi disabilità fisico-psichiche ha bisogno di “sentirsi pensato”, di non sentirsi solo ad affrontare il mandato istituzionale, che è fatto di rapporto con persone in carne ed ossa e con la loro sofferenza.  E prima ancora c’è il bisogno di “essere visti”, di avere un rispecchiamento.

 

Dispositivi di gruppo per  “pensare l’istituzione” e pensare “nell’istituzione”.

Il bisogno di “essere visti” e “sentirsi pensati”, che talvolta  non trova risposta nella catena gerarchica, può trovarla nella partecipazione ad un gruppo. Come segnala Claudio Neri, il gruppo è un corpo intermedio tra individuo e istituzione, e può svolgere funzioni di accoglienza e nutrimento, cui l’Istituzione, nei suoi aspetti gerarchici, non sempre riesce ad assolvere (C. Neri, 2016)  

Lo  stesso si può dire per la possibilità di “pensare l’istituzione”.  

Vorrei concludere sollecitando una riflessione sui dispositivi di gruppo che possono assolvere queste funzioni.

L’équipe di lavoro.

Come evitare che sia svuotata di funzioni e ridotta a puro strumento burocratico-organizzativo? 

Oltre ad essere, se le cose vanno come dovrebbero, spazio di  condivisione di vissuti e pensiero nell’istituzione (riflessione sui casi e sui problemi che man mano emergono nel corso del lavoro, sviluppo di progetti, e così via), può essere anche spazio di condivisione di sentimenti e sviluppo di pensieri rispetto all’istituzione?.

Il tema è complesso e meriterebbe da solo uno spazio specifico di approfondimento. Qui mi limito a sottolineare un aspetto caratterizzante l’èquipe multiprofessionale.  A differenza di altri gruppi più omogenei  l’èquipe ci espone all’incontro con punti di vista e “saperi” diversi. Riuscire a tollerare il “perturbante” che sempre accompagna l’immersione nel molteplice è il primo passo per contribuire a rendere l’équipe un gruppo vitale che, anche in virtù della visione multipla che consente, potrà riappropriarsi in modo originale delle idee fondanti dell’istituzione: quell’insieme di valori, regole, prassi istituzionali che non possono essere ignorate o demolite, ma che possono invece essere ri-pensate in modo creativo da un gruppo di lavoro.

Ripensare la formazione degli operatori dei servizi

       Possono gli spazi ECM, oggi prevalentemente utilizzati per la trasmissione di “tecniche”, essere ri-pensati alla luce di quanto considerato fino ad ora?

Il contributo di altri contesti istituzionali  

Le varie Società scientifiche e associazioni che hanno  finalità connesse con la ricerca e lo sviluppo delle professionalità rivolte alla ‘cura’, gli stessi Ordini professionali possono contribuire a mettere in atto dispositivi che consentano di “pensare” le istituzioni in cui si svolge il lavoro della “cura”?  Con il Seminario di questa sera stiamo provando, nell’ambito di E-spèira, a muovere qualche passo in questa direzione. 

I gruppi non formalizzati di colleghi

Claudio Neri (2016) suggerisce che anche “il piccolo gruppo di amici-colleghi”, pur  svolgendo funzioni diverse rispetto a quelle istituzionali, può offrire contenimento emotivo, condivisione, protezione, quando l’Istituzione è carente da questo punto di vista.  Se ripenso ai miei percorsi di lavoro nelle Istituzioni, mi tornano alla mente esperienze in parte simili, anche se non coincidenti, fatte in un tempo in cui tali gruppi si collocavano dinamicamente tra il polo dell’informalità  e quello della formalizzazione.  Il collante iniziale non era l’amicizia (anche se il condividere esperienze significative ha nel corso del tempo favorito la nascita di rapporti amicali), ma il desiderio comune di partecipare allo sviluppo di nuovi progetti istituzionali o di rivitalizzare quelli esistenti.  Un percorso che iniziava solitamente in modo informale, ma che tuttavia, se la partecipazione era significativa e se si verificava un riconoscimento  del contributo dato dal gruppo in termini progettuali, poteva portare ad una parziale formalizzazione del gruppo stesso nel contesto dell’Istituzione.   

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