Giovanna Bosco

Giovanna Bosco

Andar per gruppi

di Giovanna Bosco

Non ho saputo resistere alla tentazione di prendere a prestito da Lo Verso (1998) l’espressione “andar per gruppi”, perché questa immagine è fortemente evocativa.

Anzitutto ha suscitato in me il pensiero che la nostra stessa vita è un “andar per gruppi”: dal gruppo familiare in cui abbiamo fatto le nostre prime esperienze sin dal momento in cui ci siamo affacciati al mondo, a tutti gli altri gruppi di cui abbiamo via via fatto parte, diventando ciò che ora siamo.

Pensando poi al gruppo come strumento di intervento nell’ambito della psicoterapia, delle artiterapie, della formazione, ecc. “andar per gruppi” ci parla del fatto che chi intende lavorare nel setting di gruppo deve sapersi muovere e orientare tra una vasta gamma di gruppi.
Ci sono gruppi aperti e gruppi chiusi; gruppi di breve o media durata e gruppi in cui i componenti possono restare finché ne sentono il bisogno ed il desiderio; gruppi “di parola” e gruppi che ricorrono in modo prevalente a forme di espressione e comunicazione non verbale; gruppi dalla composizione diversificata e gruppi omogenei. L’elenco dei possibili gruppi omogenei è pressochè infinito: adolescenti, donne, genitori, oppure soggetti che hanno in comune un passaggio critico della vita, come la menopausa, o una specifica problematica o sofferenza, come nel caso di una particolare malattia o di un lutto o della dipendenza da droga, fumo o alcool.  

Il contesto non è solo e necessariamente quello terapeutico. Come del resto metteva in luce già Foulkes (1975), riconosciuto come il fondatore della Gruppoanalisi europea, i principi gruppoanalitici possono essere applicati non solo ai gruppi terapeutici ma anche a molti altri tipi di gruppi continua a leggere…

Dal tramonto dei modelli intrapsichici all’orientamento relazionale

di Giovanna Bosco

1. Una domanda che riguarda non solo la psicoanalisi e la gruppoanalisi ma anche gli operatori delle relazioni d’aiuto e gli arteterapeuti

      Alcune constatazioni fatte recentemente mi hanno indotta a riprendere qui oggi una questione che da tempo, come E-spèira, consideriamo fondamentale  per la nostra navigazione: cosa comporta per il mondo della psicoanalisi il passaggio dai modelli intrapsichici ad un nuovo orientamento di carattere relazionale, e quale conseguenza questi due diversi approcci hanno anche per altri operatori delle professioni di aiuto e per chi si occupa di artiterapie?
      Recentemente, facendo una piccola ricerca su Internet, mi sono resa conto che le espressioni “relazionale” o “orientamento relazionale”, oltre ad essere le chiavi di accesso ai siti di  Associazioni con chiare basi teorico-metodologiche, in alcuni casi vengono utilizzate disinvoltamente come biglietto di presentazione per attività dai riferimenti molto incerti o fortemente contradditori (tanto da includere il bio-feedback e altre procedure di stampo comportamentista).  Ho anche scoperto, con una certa sorpresa, che c’è pure chi, dopo aver affermato di occuparsi di ‘arteterapia ad orientamento relazionale’, per spiegare di che si tratta  attinge a man bassa, e in modo pressoché esclusivo, ad una mia pubblicazione del 2001 , senza citare neppure una volta la fonte.  A volte l’etichetta “relazionale” sembra essere utilizzata come una sorta di passe-partout o come copertura per l’assenza di un chiaro e consapevole orientamento teorico-clinico.  

      Parlando di orientamento relazionale in psicoanalisi, non si intende genericamente un approccio simpatico e accattivante in quanto “nuovo”, ma si fa riferimento ad un vero e proprio cambiamento paradigmatico che ha portato settori sempre più ampi della psicoanalisi ad abbandonare l’originaria visione intrapsichica a favore di una visione relazionale dell’essere umano e del processo terapeutico. Una visione diversa ma non priva di profondità e di coerenze interne.
      Seguendo questo fil rouge, che connette tra loro più modelli teorici, cercherò di ripercorrere brevemente continua a leggere…

Non ci sono due alberi uguali nella foresta: note per un approccio relazionale alle artiterapie

di Giovanna Bosco

Chi cercasse ‘libretti di istruzioni’ per elaborare progetti di arteterapia per una determinata categoria di persone o un certo contesto, basate su una sequenza di attività da proporre, o parole oracolari che mettano in grado di sapere a priori come affrontare i problemi che si possono presentare in un gruppo di arteterapia, non troverà qui indicazioni di questa natura.    Le esperienze maturate nel corso del tempo, sia lavorando come psicoanalista (e in alcuni casi inserendo nel percorso analitico modalità di comunicazione diverse dalla parola), sia conducendo gruppi di arteterapia, sia svolgendo attività di supervisione a colleghi che lavoravano a livello espressivo in molti diversi campi (dalla psichiatria alla formazione dei volontari, dai servizi per l’infanzia ai contesti educativi), mi hanno resa sempre più consapevole che se qualcosa ha funzionato con un gruppo o con un paziente, non vuol dire che vada bene anche con il successivo, anche se la situazione sembra analoga. L’importante, quando si inizia un percorso, individuale o di gruppo, è porsi in ascolto, e riuscire non solo a guardare ma a vedere, in modo da accogliere ciò che viene espresso, talvolta in forme ancora incoerenti o sommesse, e da riconoscere quali lacci frenino l’espressività e blocchino la creatività.

E’ molto importante tenere a bada l’aspettativa che si possa ripetere continua a leggere…

EDITORIALE

 di Giovanna Bosco

Può apparire paradossale che proprio noi, che teniamo in grande considerazione la comunicazione non verbale, ci si avventuri nello spazio virtuale, per portare anche on-line l’esperienza del Circolo E-spèira. Fino ad ora esso è stato non solo spazio mentale ed emozionale ma anche luogo fisico in cui riflettere su vari temi di comune interesse insieme ad altri psicoterapeuti, gruppoanalisti, arte terapeuti, conduttori di gruppo.  
Mentre mi addentro in questa nuova dimensione ‘virtuale’ so che chi mi leggerà non sentirà la mia voce, non vedrà il mio viso e i movimenti del mio corpo, non sentirà il ritmo del mio respiro. E anch’io sarò privata di tutti questi preziosi canali conoscitivi quando leggerò i commenti e gli interventi, che mi auguro arriveranno numerosi.

Un’analoga limitazione si presenta d’altronde ogni volta che noi psicoanalisti, gruppoanalisti o arteterapeuti cerchiamo di mettere per iscritto le nostre esperienze di lavoro: com’è difficile trasmettere con le sole parole un clima relazionale, un vissuto, una trasformazione improvvisa che ha aperto spazi nuovi e fino ad allora impensati in una  relazione terapeutica… Per non parlare di chi si accinge ad esporre ciò che accade talvolta nei gruppi in cui si ricorre alla pittura, alla musica, alla danza o al teatro. Qualsiasi descrizione sembra inadeguata a trasmettere a chi non c’era la bellezza e l’incanto di certi passaggi, e il senso più profondo di certe trasformazioni. A volte si parla, sottovoce, quasi vergognandosi di questa parola prescientifica, di qualcosa di ‘magico’, alludendo a certi eventi di gruppo, come l’improvviso e inaspettato sbocciare di una capacità di ascolto reciproco e un’intesa profonda tra persone che fino a poco prima sembravano incapaci di relazionarsi tra loro.  

Ma il poeta non si arresta di fronte all’indicibile, continua a leggere…

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