Giovanna Bosco

Giovanna Bosco

workshop “per restare umani”: INTRODUZIONE, DISCUSSIONE, CONCLUSIONI

Premessa 

Giovanna Bosco

La mia relazione  è stata suddivisa in due parti, per introdurre le due fasi del workshop in cui si è sviluppata la discussione di gruppo.  La proposta di incontrarsi per  "mettere in comune emozioni e pensieri  per restare umani", era rivolta sia a colleghi psicoterapeuti e operatori delle professioni di aiuto che a cittadini interessati al tema, Il workshop si è svolto il 9 marzo 2019 presso la sede dell'Associazione E-spèira.

Le comunicazioni introduttive sono state volutamente brevi: il loro scopo era quello di permettere di focalizzare il tema e, in particolare la prima, di favorire  il riconoscimento e la libera espressione del disagio e delle paure che possono manifestarsi in ognuno di noi quando siamo esposti all’incontro con la  “diversità” nonché  lo sviluppo di un pensiero riflessivo di gruppo. 

Forse in passato noi che ci occupiamo professionalmente del benessere relazionale, oppure che come cittadini abbiamo a cuore l’accoglienza, non abbiamo  prestato abbastanza attenzione alle paure  nei confronti dei “diversi” e in particolare dei migranti , spesso percepiti come minaccia al senso di identità personale e collettivo.   Penso invece che sia importante riconoscere e accogliere queste paure, individuare dei dispositivi in cui poterle fare oggetto insieme di una ricerca di senso: un presupposto indispensabile per poter accogliere le paure degli altri e  favorire quei processi trasformativi che permettono di passare dalla paura dell’estraneo alla curiosità,  diventando “promotori di umanità”.

Nell’introduzione alla seconda parte dell’incontro si è portata l’attenzione sui fenomeni riguardanti i grandi gruppi (etnici, religiosi, nazionali, ecc.), che si manifestano quando si vivono situazioni di forte insicurezza rispetto al futuro e quando  il senso della propria identità personale o collettiva è minacciato  e che possono avere sbocco diverso a seconda della personalità e delle condotte dei leader. Ho accennato a fenomeni quali la de-individualizzazione e la trasformazione dei diversi in capri espiatori,  tenendo  conto sia degli studi e delle riflessioni di chi si è occupato in modo specifico delle psicodinamiche dei  grandi gruppi  e, dal punto di vista sociologico,  dei fenomeni legati alla globalizzazione, sia della specificità della  situazione  che stiamo vivendo nel nostro paese.

Nell’accingermi a rivedere le mie comunicazioni  introduttive per la pubblicazione,  ho evitato, per non tradire il clima dell’incontro, di ampliare le considerazioni di tipo teorico, e mi sono astenuta dal  trasformare in un lessico specialistico ciò che a voce avevo cercato di dire con un linguaggio accessibile.  Mi sono limitata a piccole modifiche,  che mi pareva necessarie per la comprensione del testo scritto.  Accade infatti, nel passaggio dall'esposizione orale alla scritttura, che ciò che era affidato alla comunicazione corporea vada perso e debba essere integrato.

Ho anche aggiunto una breve bibliografia,  per chi volesse approfondire.

 

INTRODUZIONE- parte 1° 

 Giovanna Bosco

E’ per me motivo di particolare interesse che all’invito a mettere in comune emozioni e riflessioni "per restare mani",  abbiano  risposto sia colleghi che per professione si occupano delle relazioni e della cura del benessere psichico,  sia cittadini che desiderano mantenere viva la capacità di riflessione su questo tema, in un tempo in cui proprio il senso dell’umano e la capacità di un pensiero complesso, non rozzamente semplificatore, rischiano di smarrirsi.

Penso che tra coloro che sono qui oggi nessuno nutra sentimenti grossolani di odio, disprezzo o  cinica indifferenza verso i  migranti, e in genere verso i portatori di una differenza o di handicap o di una fragilità.  Tuttavia in tutti noi c’è una zona d’ombra, un lato oscuro, che in certe circostanze può emergere spiazzandoci, perché non corrisponde ai nostri principi.  Io stessa talvolta ho avvertito in me un senso di inquietudine, e ho provato almeno per un attimo cosa vuol dire sentirsi invasi. 

E’ successo ad esempio  quando mi sono accorta  che nella zona dove vivo  gli extracomunitari non si limitavano a venire alla mattina e andar via alla sera, dopo aver prestato la loro opera nelle nostre case come badanti o domestici, oppure  nei negozi, ma qualcuno incominciava a prendere casa in zona, a diventare residente.   Certo, poi ho iniziato a interrogarmi : “perché  ti disturba l’idea che un giorno non lontano potresti anche tu avere un vicino di casa non italiano né europeo, sei proprio sicura che gli extracomunitari quanto a cultura e umanità siano inferiori?”

Mi sono allora ricordata che pochi giorni prima una signora dall’aspetto elegante e distinto,  vedendo un nero che normalmente staziona ad un angolo della via, senza assillare nessuno ma gratificando con un bellissimo sorriso chi si fermava e gli dava qualcosa, si era messa gridare parole rabbiose: “basta con questi negri!” (aveva usato proprio questo termine spregiativo). Nella realtà sono solamente tre o quattro, sparsi in diversi punti  della zona circostante. Nel sentire quelle grida rabbiose e quel disprezzo, tutto mi era apparso rovesciato: l’uomo nero mi era sembrato civilissimo, un vero Milord; mi è venuto il desiderio di andargli vicino, di offrirgli quel sorriso che il  grido rabbioso aveva spento sul suo volto, di parlargli. Mentre la signora italiana “distinta” mi appariva ora la prova vivente dell’imbarbarimento dei costumi, della perdita di civiltà e umanità che ci sta minacciando. Forse c’era da avere più paura di  tutto questo.

Eppure sia io che la signora che aveva urlato il suo disprezzo e la sua rabbia eravamo partite probabilmente dalla stessa sensazione di pancia: il timore di essere invasi da qualcosa di non familiare, di diverso, di estraneo.

Penso che non ci sia niente di anormale se affiorano in noi sensazioni di questo tipo. Ci può succedere anche se ci troviamo nello spazio ristretto di un ascensore vicino ad un estraneo, ancor più se questa persona ha un handicap che ne deforma il corpo e il viso.  E in tante altre situazioni in cui siamo costretti ad incontrare la “diversità”.   

Ciò che fa la differenza è quello che accade nella nostra mente e nel nostro corpo  da quel momento in poi.  Ci sono due possibilità: 

- Una prima strada è quella che porta a trasformare in modo rapido e immediato la sensazione di disagio e di timore in azione violenta (c’era profonda violenza non solo nelle parole, ma nella voce gridata, nell’espressione del viso, in tutta la corporeità).  E’ qualcosa che la psicoanalisi  chiama  “evacuazione  del pensiero”, “passaggio all’atto”.  C’è un’emozione e c’è un pensiero embrionale (“qui cambia tutto!..”  “cosa succederà?”) che non riesce a svilupparsi perché viene subito trasformato in grido rabbioso, e quindi resta rozzamente semplificatore:  è un pensiero fondato sull’aut/out (“o noi o loro”, o buttiamo a mare loro per salvarci noi, o viceversa).  Chi studia il rapporto tra emozioni, pensiero  e sistema nervoso ci dirà che in questo caso le emozioni seguono un percorso neuronale rapidissimo, di tipo primitivo, che salta il passaggio per la corteccia cerebrale, la parte più evoluta del nostro sistema nervoso, e porta a reazioni rapide e drastiche del tipo amico/nemico, buono/cattivo, analogamente a quanto succede agli animali, che per sopravvivere debbono reagire con grande rapidità scegliendo se lasciarsi avvicinare, oppure fuggire o lottare.

- La seconda strada è quella che incanala le nostre sensazioni ed emozioni in percorsi più lunghi, che, passando per la corteccia cerebrale, ci permettono di fare connessioni, confronti, di sviluppare un pensiero complesso, di tipo riflessivo e autoriflessivo (apro una parentesi per dire che quando parlo di pensiero non penso solamente al pensiero verbale, ma anche ai processi di elaborazione che  avvengono nella sfera del non verbale, trasformando ad esempio la chiusura in apertura, la voce rabbiosa e respingente in voce che crea un ponte). Prendendoci il tempo per riflettere, possiamo allora anche fare collegamenti con altre esperienze, scoprire cosa muove a livello profondo e non consapevole quel senso di pericolo, di minaccia.

Non ignoro che c’è un forte rapporto tra la diffusione dell’odio, del disprezzo, della disumanizzazione di chi percepiamo come diverso, da un lato, e dall’altro la quantità di messaggi terroristici da cui siamo bombardati, che mirano a legittimare i lati più oscuri e egoistici presenti in ciascuno di noi e a trasformare i  “diversi” in capri espiatori del malessere personale e sociale.  Tuttavia vi invito, in questa prima parte del nostro incontro, a mettere tra parentesi le valutazioni di tipo macrosociale,  per concentrarci su cosa avviene in noi nell’incontro con la diversità.

 

DISCUSSIONE DI GRUPPO

sintesi a cura di Giovanna Bosco e Vera De Luca

Si inizia condividendo con il gruppo le sensazioni di disagio e rifiuto che anche lo psicoterapeuta  può provare  nell’incontro con pazienti che hanno tratti di personalità e modalità relazionali troppo difformi rispetto alle proprie aspettative  e a ciò che sentiamo di poter tollerare, e che possono far emergere un pensiero giudicante che inibisce la disposizione all’ascolto e all’accoglienza.

Ci si interroga su cosa rende il nuovo, il non già conosciuto,  pericoloso, quindi “cattivo”, “sporco”, “brutto”, “violento”. 

Il focus si concentra poi sull’incontro con i migranti.  Circolano nel gruppo racconti di esperienze che portano al centro dell’attenzione  i vissuti rispetto a una particolare categoria di migranti:  i “neri”.   Si riflette sulla difficoltà a incontrare la diversità negli aspetti corporei ; e sul timore che l’incontro con  i neri provenienti dall’Africa possa far emergere il “primitivo” che è in noi. Si osserva che l’importanza della corporeità, propria delle culture dell’Africa Subsahariana, può essere sentita come minacciosa per la nostra identità culturale, fondata sulla superiorità del verbale rispetto al corporeo.  Rispetto all’associazione tra migrante nero e “bruttezza”,  si osserva che ciò che è “brutto”, e che quindi temiamo, è la povertà, portando esempi di neri di successo nel campo della politica o dello sport, che “se fossero qui con noi non li vedremmo certo brutti”

Quanto all’associazione tra migranti e violenza, l‘immagine di alcune madri nigeriane immigrate, che, per tenere a bada i figli, ripetono loro in una sorta di minacciosa cantilena “I beat you, I beat you”, viene ripresa allargando l’angolo di visuale, e  ci si rende conto  che espressioni simili  esistono anche nella nostra cultura:  a partire  dall’invettiva della madre napoletana  che quando è arrabbiata dice ai figli “io t’ho fatto, io ti disfo”,  vengono rintracciate le diverse varianti regionali, tutte ugualmente riconducibili ad un immaginario materno minaccioso e violento.

Si riflette sul fatto che  la xenofobia – l’avversione nei confronti dell’estraneo – non ha a che fare solo con le differenze tra neri e bianchi , ma c’è anche, all’interno dei  neri, tra diverse etnie, così come c’è  tra i bianchi (anche gli italiani ne hanno patito quando erano migranti). 

Nell’incontro con la diversità, possiamo sentirci minacciati non solo nella nostra identità personale ma anche in quella collettiva, di grande gruppo, fondata su affinità non solo somatiche ma anche culturali, linguistiche e su una storia comune.  Un esempio di differenze culturali che portano a fraintendimenti viene dall’esperienza  di un’operatrice di un centro di accoglienza che aveva interpretato come un segno di evitamento o di  non voler esser-ci il fatto che alcuni ospiti, durante i colloqui con lei, non la guardavano mai negli occhi, mentre aveva poi scoperto che nel loro paese di origine, il Senegal, il non guardare negli occhi è segno di rispetto. Si evidenzia come anche l’interpretazione della comunicazione non verbale possa essere segnata culturalmente.

 

INTRODUZIONE -  parte 2° 

Giovanna Bosco

Vorrei ora portare l’attenzione su come si va accentuando in senso negativo la percezione collettiva dei gruppi che sono portatori di una differenza etnica o religiosa, come migranti, rom, musulmani, ebrei; oppure di una diversità di genere o di orientamento sessuale; o ancora di una fragilità, come malati psichici o portatori di  handicap. 

Ci sono meccanismi ricorrenti che promuovono la percezione negativa di tali gruppi:

- il Gruppo portatore di una diversità viene presentato come un grave pericolo, e c’è un bombardamento modo massiccio di notizie false o deformate.

-viene dato rilievo enorme alle condotte devianti o ai reati commessi da qualche membro del gruppo che si vuole colpire ( l’omicida non è più un determinato individuo, ma tutti i membri del gruppo cui il soggetto appartiene diventano “pericolosi delinquenti”) .  E’ questo il fenomeno della de-individualizzazione,  messo in luce da chi studia le psicodinamiche dei grandi gruppi.

Di fronte ad una minaccia  (non importa che sia reale oppure immaginaria, o creata ad arte) c’è una regressione collettiva in senso narcisistico e paranoico.  Si ricercano dei capri espiatori verso cui si indirizza la paura, trasformata in rabbia, deviandola dalle vere cause di ansia e insicurezza, che sono molteplici. Una fonte di insicurezza ha che fare con le rapide trasformazioni avvenute negli ultimi decenni a livello sociale ed economico. E’ diffusa la paura di non poter mantenere quello status sociale che si considerava parte della propria identità, e prova delle proprie capacità,  si teme di perdere il lavoro e le tutele sociali, e che le cose siano sia ancor più difficili per i  propri figli.  C’è difficoltà a fare qualsiasi previsione per il futuro, in una società globalizzata e “liquida” in cui tutto cambia con grande rapidità, e diventa quasi impossibile individuare  dove e con chi far sentire le proprie ragioni a livello collettivo. Altra fonte di incertezza sono  i processi complessi e contradditori di passaggio ad un’identità sovranazionale come avviene in Europa. 

Tutto questo, che è reale, può  intersecarsi con difficoltà di tipo personale a reggere le frustrazioni, l’insicurezza, l’ansia. 

Questo insieme di fattori interni ed esterni concorre a creare un senso generalizzato di precarietà e angosciosa  insicurezza. Di qui i fenomeni regressivi, e la tendenza a stringersi intorno ad un capo da cui ci si aspetta la salvezza.  Quando  i capi hanno tratti narcisistici o paranoici è probabile che tendano a deviare l’attenzione dai problemi sociali complessi,  di non facile né rapida soluzione, dirottando la rabbia verso dei capri espiatori: è un modo per ricercare o mantenere il consenso. Si crea così una specie di circolo vizioso che porta a  pensare in termini di aut aut (o la nostra salvezza o la loro, non c’è posto per entrambi, quindi chi vuol essere buono nel migliore dei casi è un babbeo, nel peggiore è anch’esso un pericolo perché ci impedisce di salvarci).  E’ la de-umanizzazione dell’Altro, che diventa cosa, numero,  per cui non c’è più compassione, capacità di aiutare, perfino di soccorrere quando è in gioco la vita. Ma in questo modo anche chi si illude di salvarsi non si salva perchè perde la propria essenza umana.    

La questione dei migranti è la più vistosa, anche se non è l’unica,  espressione di questa deriva di civiltà in cui rischiamo di precipitare. Negli articoli del cosiddetto Decreto Sicurezza che riguardano il trattamento dei migranti è già  in atto qualcosa che con altri gruppi potrebbe verificarsi domani.    

 

DISCUSSIONE DI GRUPPO 

sintesi a cura di Giovanna Bosco e Vera De Luca

Alcune colleghe che lavorano in Centri per i migranti portano le forti difficoltà che stanno vivendo nei rispettivi servizi a seguito dell’entrata in vigore del cosiddetto “decreto Sicurezza”.

Il disinvestimento da parte delle Istituzioni rispetto ai progetti di integrazione dei migranti  provoca come  ricaduta sugli operatori un senso di fatica, di impotenza,  di incertezza rispetto al futuro. C’è chi cerca di allontanare da sé il senso di colpa (“non è colpa mia,  prenditela con chi ha fatto questa legge”); chi disinveste rispetto al proprio lavoro, evitando di condividere con i colleghi emozioni e pensieri rispetto alle difficoltà comuni che ci si trova a fronteggiare  e preferendo “parlare d’altro”; chi “cerca di salvare il salvabile” e, attraverso incontri con Amministrazioni comunali, Prefetture, richieste di pareri legali e così via,  va alla ricerca di vie d’uscita e spazi che permettano di mitigare gli effetti devastanti delle nuove norme; chi se ne va, e perfino, se il senso d’impotenza è vissuto come qualcosa di intollerabile,  lascia la  professione che svolge da anni per passare ad altri tipi di lavoro.

Si osserva che solo i minori  sono ancora protetti, anche se il problema per loro è spostato al momento del passaggio alla maggiore  età, quando dovranno misurarsi con il fatto che, nonostante le competenze acquisite ed  i livelli di parziale integrazione sperimentati,  si troveranno privati di prospettive per il futuro.  Un’“assenza di prospettive” che si riverbera anche nel vissuto di molti che per professione sono tenuti ad avere una relazione di cura, aiuto, orientamento nei loro confronti.

Queste comunicazioni trovano ascolto e risonanza nel gruppo. Da parte di chi non ha esperienza diretta di lavoro con i migranti  emerge il desiderio di  comprendere meglio sia le conseguenze delle nuove norme riguardanti la gestione del fenomeno migratorio, sia il loro senso, che per alcuni aspetti sembra corrispondere ad un generico intento di porre ostacoli ad ogni passo che i migranti han bisogno di compiere, rendendo del tutto precaria,  sospesa e senza sbocco la loro condizione, anche se questi non se ne rendono ancora pienamente conto.  

C’è chi osserva che gli effetti devastanti delle nuove scelte politiche si vedranno “davvero” solo tra un po’ di tempo, e ci si interroga su quello che potrà accadere in futuro: conflitti sociali violenti  oppure un aggravamento  della violenza “invisibile” nei confronti dei migranti?  Privati di qualsiasi documento che riconosca il loro esistere come esseri umani, cacciati nell’illegalità,  il cosiddetto Decreto Sicurezza li costringerà, ancor più di quanto già oggi in parte accade,  ad essere sfruttati come schiavi nelle campagne  o a diventare manovalanza al servizio delle mafie e dei trafficanti di droga? 

Viene ripreso, anche se da una prospettiva diversa, il tema delle “paure”, sollecitato dall’esperienza di un’operatrice che in passato lavorava in un centro di accoglienza in cui doveva occuparsi di un gran numero di migranti, tutti uomini. Tale centro era stato collocato, non si sa in base a quale progettualità, in un luogo isolato, nei pressi di un paese abitato prevalentemente da donne anziane. Si inizia a differenziare tra  paure irrazionali, derivanti da angosce persecutorie e modalità inadeguate di gestione collettiva del fenomeno migratorio e la paura come segnale sano e vitale , che permette di prevedere pericoli reali e sollecita a trovare strategie per evitarli.

 

CONCLUSIONI 

Giovanna Bosco

Nella prima parte del workshop abbiamo condiviso il racconto di esperienze in cui l’incontro con la diversità è stato motivo di  turbamento, ed ha suscitato vissuti di disagio, rifiuto o  paura.  Partendo da incontri legati alla pratica professionale di alcuni di noi, in cui l’Altro si presenta con modalità relazionali che eccedono ciò che ci aspettiamo e sentiamo di poter tollerare,  si è via via ristretto il focus dell’attenzione, dapprima alla categoria dei “migranti”, poi, tra questi, ai “neri”.  Questi ultimi  sono sembrati concentrare su di sé i più forti vissuti di pericolosità, e di minaccia al nostro senso di identità.

Partendo dall’Immaginario che vuole le donne e gli uomini dalla pelle nera “brutti” “sporchi” e “violenti”,  abbiamo come gruppo individuato i vissuti più profondi che portano al rifiuto nei loro confronti: la paura che facciano emergere il “primitivo” che è in noi, anche per il loro diverso modo di vivere la corporeità; la paura della “povertà” che li ha spinti a lasciare il loro paese (e che fa parte della nostra storia collettiva), e, vorrei aggiungere, la paura di scoprirci “inermi” in balia di forze naturali, istituzioni  e comunità di persone che si rapportano a noi senza uno sguardo umano.

Quando abbiamo scoperto che si tende a volte ad attribuire ad un particolare gruppo etnico dei comportamenti censurabili, come se fossero una loro specificità, cancellando dalla nostra mente il fatto che comportamenti analoghi  esistono anche tra italiani, è stato per me come vedere in atto qui tra noi un concetto sviluppato da Vamik Volkan, che si è a lungo occupato dei Grandi Gruppi (etnici, religiosi, ecc.) e dei loro conflitti identitari. Mi riferisco al fatto che secondo questo Autore in determinate condizioni ci si sente obbligati a mantenere il “Principio della diseguaglianza”  e ciò ci porta a “cancellare” dalla nostra mente tutto ciò che contrasta con il senso di radicale differenza tra “noi” e “loro”. Questo ci consente di poter continuare a pensare che siamo perfetti mentre il Male è tutto dalla “loro” parte. 

Nella seconda parte del nostro incontro il nostro sguardo, prima rivolto a ciò che si muove dentro di noi, si è allargato al rapporto tra la nostra soggettività e la società di cui facciamo parte,  in cui si sta accentuando in senso negativo la percezione collettiva di tutti i gruppi sociali portatori di una differenza (etnica o religiosa, di genere o di orientamento sessuale, e così via).  Abbiamo considerato alcuni meccanismi che sono alla base di questa percezione negativa, come ad esempio:  il bombardamento continuo di messaggi dalla forte carica emotiva e di informazioni spesso deformate; la de-individualizzazione che porta, tra l’altro, ad estendere ad un intero gruppo o etnia le condotte devianti di qualche suo membro,  di modo che  il gruppo cui appartiene è visto come un unicum indifferenziato in cui tutti diventano “pericolosi delinquenti”.  Si è visto che quando un determinato gruppo etnico o religioso è vissuto come una minaccia – non importa se reale o immaginaria – c’è una regressione collettiva in senso narcisistico e paranoico, che porta a stringersi intorno ad un capo da cui ci si aspetta la salvezza e a ricercare dei capri espiatori verso cui indirizzare i vissuti angosciosi, trasformati in rabbia, deviandoli dalle vere cause di ansia e insicurezza:  l’impossibilità di fare previsioni e progetti per il futuro proprio e dei propri figli  e il timore di perdere il proprio status sociale, in una società globalizzata e “liquida”  in cui tutto cambia con grande rapidità; oppure difficoltà di tipo personale a reggere frustrazioni e insicurezza; o ancora una combinazione di fattori interni ed esterni.  Quando anche i leader concorrono a deviare l’attenzione da problemi sociali complessi, indirizzando il senso di angosciosa insicurezza, trasformato in ostilità, verso dei capri espiatori, nasce un pensiero basato sull’ aut aut (o noi o loro). E’ questo  il presupposto per la de-umanizzazione dell’altro, che può così essere trattato con assoluta indifferenza cosa se fosse una “cosa” anziché un essere umano. 

Abbiamo visto come tutti questi processi siano particolarmente evidenti  rispetto ai migranti, e come le nuove norme che li riguardano mettano in atto ciò che anche con altri gruppi potrebbe verificarsi domani.    

Ascoltando le testimonianze delle colleghe che lavorano nei Centri per i migranti abbiamo condiviso il senso di disagio e difficoltà che stanno vivendo gli operatori: il disinvestimento da parte delle Istituzioni rispetto ai progetti di integrazione e l’introduzione di nuove norme vessatorie nei confronti dei migranti provoca negli operatori un senso di fatica, di impotenza, di incertezza rispetto al futuro, e in taluni disinvestimento rispetto al proprio lavoro.  Si osserva che oggi si cerca di “salvare il salvabile”, e tuttavia gli effetti devastanti delle nuove norme si riveleranno pienamente nel futuro, gettando nell’illegalità  i migranti, diventati  invisibili sans papier.

Condividendo  i vissuti delle operatrici che lavorano a stretto contatto con i migranti, abbiamo potuto comprendere meglio la sofferenza dei  migranti stessi, che dopo aver affrontato pericoli di ogni genere alla ricerca di un nuovo inizio, si trovano in una situazione di penosa incertezza rispetto al proprio futuro, e in prospettiva a  trovare sbarrata ogni strada che non sia quella della marginalità e illegalità. 

Penso che sia importante non lasciare soli colleghi e colleghe che sono costretti a misurarsi ogni giorno con l’alterità,  vivendo la situazione paradossale di chi è chiamato a svolgere una professione di cura e di aiuto proprio mentre socialmente il prendersi cura e l’aiutare è svalutato e ostacolato il nome del pregiudizio che chi aiuta i migranti “toglie agli Italiani”.

PER NON ARRENDERSI ALL’ANESTESIA EMOTIVA: lettera di una psicoterapeuta di un CAS

Introduzione di Giovanna Bosco

Ci è pervenuta la copia di una lettera accorata scritta da una psicoterapeuta che lavora in un CAS, la quale, a seguito del cosiddetto “Decreto Sicurezza”, si è trovata a sperimentare un profondo conflitto tra la propria identità professionale e umanità e ciò  che veniva chiamata a fare a seguito delle nuove disposizioni sui migranti.  La lettera è indirizzata al Sindaco della sua città, Milano e, oltre a testimoniare il disagio di chi scrive, contiene alcune note di fiducia e speranza nelle doti di umanità ed accoglienza dei Milanesi . Penso comunque che questa lettera abbia motivi di interesse di carattere generale, che vanno  al di là degli aspetti locali.  

Lo scorso luglio pubblicai su questo sito un breve scritto (“Migrazioni e angosce persecutorie nelle popolazioni che ricevono i migranti”), in cui cercavo di dare senso alla marea montante di intolleranza, paure, rabbia, creazione di capri espiatori per il malessere personale e sociale. Oggi appare evidente che i bersagli non sono solo i migranti, ma anche i rom, i malati psichici, in generali i più deboli, quelli che più soffrono.  Ciò che allarma è il fatto che anche persone che rivestono ruoli istituzionali che dovrebbero  indurre a pesare bene ogni loro parola non esitano ad usare quotidianamente e quasi “scientemente” un linguaggio  intriso di cinici luoghi comuni e di disprezzo nei confronti dei più deboli e inermi. E’ un vero e proprio “circolo visiozo”, che alimenta anestesia emotiva, intolleranza e  processi di disumanizzazione tra la popolazione ed è a sua volta alimentato dal consenso che raccoglie.

Sono già molti i colleghi psicoterapeuti, psichiatri e in generale  operatori delle professioni di aiuto che stanno prendendo posizione sulle gravi ripercussioni che tutto ciò ha sulla salute psichica collettiva e sulle relazioni umane.  Antonello Correale, in una lettera pubblicata su  Psychiatryonline  sottolinea che il problema tocca anche noi in quanto  l’indifferenza e l’odio sono la conseguenza  del rifiuto per la debolezza, la solitudine, l’inermità e per il riconoscimento delle nostre mancanze:  “credo che il problema fondamentale non sia il timore dell’invasione (…), e non sia neppure solo il razzismo (…) ma sia l’odio per il povero, per il disperato, per l’inerme, per chi non ha più nulla. (…) L’indigenza causa il pensiero “potrei essere come lui, come lei. E se capitasse a me?” (…). E allora meglio difendersi dal pensiero “intollerabile” della nostra umana fragilità con l’”anestesia emotiva”  e  pensare che “sono pericolosi”,  che “ci sfruttano”, che “se la sono voluta”.

La lettera che segue  è una testimonianza viva del drammatico dilemma in cui si trovano oggi i colleghi che per lavoro di occupano di migranti, ed è scritta con un linguaggio che va dritto al cuore.  Non so se il Sindaco Sala la leggerà e come l’accoglierà, ma in ogni caso mi sembra importante condividerla. Anche questo è un modo per non arrendersi all’”anestesia emotiva” dilagante.

LA  LETTERA

Egregio Giuseppe Sala,

mai avrei pensato di scrivere al Sindaco ma eccomi qui. Forse è perché ho sempre sentito parlare bene di Lei in famiglia (mio padre è stato suo dipendente) e il suo nome mi è noto da molto tempo ormai; penso sia questo che mi ispira fiducia.

Vorrei condividere con Lei un episodio che oggi mi ha molto turbata. Lavoro come psicoterapeuta presso un Centro di Accoglienza Straordinaria per richiedenti asilo di Milano. Oggi ho assistito ad una conseguenza molto tangibile del DL Sicurezza: un 27enne, pakistano, ospitato da un anno e mezzo presso il CAS, ha finalmente ricevuto il Permesso di Soggiorno, ma, ahimé, per motivi umanitari. La conseguenza è che il 31 gennaio dovrà lasciare il CAS e finirà per strada, in un dormitorio per senzatetto, mentre pochi mesi fa avrebbe avuto diritto ad accedere a uno SPRAR.

Come psicoterapeuta, Il mio lavoro è di aiutare l’altra persona a dare un significato a quello che le sta succedendo. Mi sono trovata impreparata oggi a fare ciò, l’istinto era quello di chiedere scusa, il senso di vergogna per essere italiana immenso, la voglia di ospitare il ragazzo a casa mia per dimostrare che l’Italia sa essere accogliente, tanta. Ma non penso sia la soluzione.

Trovo qualcosa di inumano nell’avere di fronte un ragazzo che ha dovuto lasciare il suo Paese a causa di persecuzioni, che è passato dalla Libia dove ha subito violenze inimmaginabili (che ha il coraggio e la forza di raccontare) e che si ritrova a Milano a dover finire per strada, in un asilo notturno per senzatetto. Spiegare questo ad un altro essere umano è impossibile. Viene solo da abbassare lo sguardo perché è una sconfitta per noi in primis.

Oggi mi sono sentita impotente davanti a questa persona; nel mio lavoro ho imparato che è possibile aiutare qualcuno solo se anche l’altro collabora e accetta la mano che gli si tende. In questo caso, si tratta di persone che vorrebbero essere aiutate a ricostruire la loro vita in un nuovo Paese ma non trovano mani tese, o meglio, trovano mani tese inserite però in un contesto che non permette alcun tipo di aiuto, mani legate.

L’unico potere che sento di avere ora è quello di scrivere “ai piani alti”, di denunciare la sofferenza sia degli “stranieri”, spaesati e non protetti in quanto esseri umani, sia degli italiani, consapevoli del fatto che è proprio il loro Paese che sta riducendo queste persone a “senzatetto”. Che differenza c’è quindi tra due persone che soffrono in egual modo per la situazione sociale che condividono? Nessuna. Ognuno di noi potrebbe essere uno “straniero” in un’altra terra e ricevere questo genere di trattamento.

Se non dall’Italia, vorrei essere rappresentata almeno da Milano, città in cui sono nata, che ho scelto come luogo per costruirmi una professione e una vita e in cui decido ogni giorno di stare perché credo nelle sue risorse, soprattutto nella capacità umana di accoglienza. Noi milanesi siamo persone pratiche, efficienti ma non per questo ciniche. Mi piacerebbe che, se non si riuscisse a cambiare alla base, ci si potesse attrezzare in modo da offrire dei luoghi dignitosi per le persone che stanno finendo in strada e che sono qui sperando in qualcosa di meglio. Hanno bisogno di luoghi con persone che si occupino di loro, che insegnino loro l’italiano e li aiutino nel difficile inserimento sociale.

Confido nel fatto che come cittadino con un peso specifico elevato, e come persona, possa fare qualcosa.

Un caro saluto

MIGRAZIONI E ANGOSCE PERSECUTORIE nelle popolazioni che ricevono i migranti

di Giovanna Bosco

Come professionisti della salute non possiamo ignorare i danni alla salute collettiva che la narrazione Salviniana sulle migrazioni sta causando: de-umanizzazione dell’Altro da sé; creazione di capri espiatori cui addossare stabilmente la colpa di ogni malessere personale e sociale, con conseguente perdita di contatto con il proprio Sé e la propria essenza umana.

Chi fa il nostro lavoro si rende conto  che non è sufficiente contrapporre informazioni e dati di realtà alla narrazione deformante sulle migrazioni o sulla presenza di gruppi etnici come i Rom. E’ una narrazione il cui appeal sta proprio nel ridurre fenomeni complessi sia sul piano politico-sociale che sul piano emozionale a spiegazioni semplificatrici e banalizzanti, che esonerano dalla fatica di pensare e riconoscere la propria e altrui umana fragilità (da cui discende il bisogno reciproco, che ci chiama a con-vivere con le differenze), creando l’illusione che basti affidarsi ad un leader carismatico ed alle sue “ricette semplici”: basta chiudere i porti, respingere i migranti,  demolire senza tanti riguardi i campi Rom, battere il pugno sul tavolo, far sentire il tintinnio delle manette.  E tutto si risolverà magicamente, e la nostra illusione di autosufficienza onnipotente sarà restaurata. 

I fenomeni di gruppo indicati da Bion con il nome di  “assunti di base” sembrerebbero trovare nel presente la loro massima espressione a livello macrosociale.  Bion, attraverso le sue esperienze di lavoro con i gruppi, osservò che spesso la capacità del gruppo di pensare e relazionarsi  in modo costruttivo è oscurata da fenomeni, da lui considerati fortemente patologici e regressivi, che portano  a vivere una dimensione illusionale, in cui le differenze individuali e le imperfezioni vengono azzerate e il gruppo attribuisce ad un leader carismatico (solitamente il conduttore) poteri salvifici o di protezione dalle minacce esterne (che altro non sono che l’esternalizzazione della propria rabbia e delle proprie tendenze distruttive).

 E’ stato osservato che non necessariamente e non in tutti i gruppi si manifestano con tanta radicalità gli “assunti di base” bioniani.  Pierluigi Sommaruga (1) ad esempio, avanza l’ipotesi che questi fenomeni abbiano a che fare, nei gruppi clinici, con la personalità del conduttore e con il contesto. In effetti le esperienze di Bion con i gruppi si sono svolte in un contesto militare con reduci traumatizzati dalla partecipazione alla seconda guerra mondiale, e Bion, oltre ad essere uno psicoanalista e psichiatra, era un ufficiale dell’esercito, aveva una figura alta e imponente, in sostanza poteva facilmente essere vissuto come Autorità cui affidarsi ponendosi in un rapporto di completa dipendenza.   Se è così, possiamo capire come l’avere una veste istituzionale realmente potente, come avviene oggi in varie parti del mondo dove leader politici dalle limitate competenze progettuali ma dal forte carisma sono diventati capi di stato o  membri influenti del governo, può facilmente creare le condizioni per riprodurre a livello macrosociale i fenomeni descritti da Bion.

Mentre in un gruppo terapeutico il conduttore ha cura di valorizzare gli aspetti di “stato nascente” che accompagnano la fase illusionale, senza tuttavia compiacersi del forte investimento nei suoi confronti, ma al contrario accompagna il gruppo verso assetti più evoluti,  i leader politici carismatici, che non sono ovviamente mossi  da intenti di “cura” ma piuttosto di conservazione e rafforzamento del proprio potere, che si compiacciono di avere molti seguaci, e che attraverso la loro presenza quotidiana sui social media hanno un potere di influenzamento enorme, tendono ad alimentare continuamente ed a sfruttare a proprio vantaggio  la paura dello straniero e del diverso da sé.  Gli adoratori del leader carismatico abdicano ad ogni capacità critica e riflessiva, aderiscono ad un gioco perverso di rovesciamento del vero e del falso, e di inversione dei criteri etici, pur di non aprire falle nelle fitta rete dei pre-giudizi che definiscono la propria appartenenza.   

Così l’incapacità di riconoscere la sofferenza causata all’Altro, che nella sua diversità è visto come  presenza perturbante, potenzialmente “infetta”, da respingere per escluderla dal proprio orizzonte psichico oltre che fisico e geografico, è il primo passo su un  terreno inclinato che ci può far scivolare verso qualcosa che oggi sembra impensabile:  quella “banalità del male”, di cui scrisse Hannah Arendt  nel tentativo di comprendere le immani crudeltà commesse con indifferenza e precisione ragionieristica dai gerarchi nazisti nel secolo scorso, mentre i più giravano la testa dall’altra parte.

Forse solo la narrazione poetica può riaprire varchi di umanità, mitigando le  angosce persecutorie che i fenomeni migratori inevitabilmente suscitano in chi si trova a ricevere i migranti, ma che oggi vengono, non solo nel nostro paese, alimentate e usate ad arte da una cinica narrazione politica.

Per questo riproponiamo qui di seguito un emozionante e poetico testo di  Ugo Giansiracusa, scritto e pubblicato nel 2009, ma ancora oggi tremendamente attuale. 

1)  Sommaruga P. “Le dinamiche di gruppo”, in Quaderni E-spèira n. 1, 1999

Amed: storia di un viaggio senza approdo

di Ugo Giansiracusa

Riproponiamo qui, per gentile concessione dell'autore, un  testo di Ugo Giansiracusa, scritto e pubblicato nel 2009, ma ancor oggi attuale. Non solo per i suoi contenuti, ma per la qualità poetica della scrittura, che trascende i significati convenzionali del linguaggio scritto per farsi

"parola piena", emozione, immagine. Per noi che da tempo ci occupiamo  dell'indicibile, è forse questo l'unico modo per riaprire varchi di

umanità là dove si agitano i vessilli della paura e del disprezzo.

 

AMED, STORIA DI UN VIAGGIO SENZA APPRODO

Prendiamo a prestito un nome. Prendiamo a prestito una storia. Una storia di ieri. Una storia che comincia domani. L’intreccio e la trama di questa storia non sono altro che destini che sfuggono al nostro controllo. Il finale, quello, l’abbiamo già scritto.

Amed viveva nel suo villaggio in un paese dell’Africa. Ogni giorno una lotta per la sopravvivenza. Ma come suo padre e suo nonno Amed aveva imparato a evitare la morte e rispettarla. Almeno fino a quando della gente non è arrivata al villaggio mentre lui era a pascolare le sue vacche. Quella gente doveva essere posseduta dai demoni perchè hanno ucciso tutti nel villaggio. Che fossero uomini o bambini o donne o anziani, li hanno uccisi tutti. Quando Amed è tornato a casa la sua mente è stata spazzata da una follia nera e impastata. Lo trovarono in mezzo all’erba che urlava come un animale divorato mentre era vivo.

Passò molto tempo prima che la mente di Amed tornasse limpida come acqua. E lui imparò che gli uomini con i demoni dentro erano di un altro popolo. Che questo popolo era diventato potente. Imparò che lui e quello che restava della sua gente doveva scappare se non voleva essere uccisa. E Amed partì. Verso il deserto. Con altri disperati come lui.

Ma il deserto non ha morale. Il deserto è feroce senza dover far nulla. E chi era debole moriva. E insieme a loro un pezzo di Amed. Morivano di fame. Di sete. Di caldo. O semplicemente perchè non avevano più la forza di vivere. Ma nelle notti intorno al fuoco ci si faceva coraggio. Si parlava di una terra dove c’era sempre erba verde. Dove l’acqua scorre dentro le case. Dove non c’è fame. L’ultimo giorno prima di arrivare al mare Amed contò i suoi compagni intorno al fuoco. Erano partiti quaranta e ora c’erano solo quindici ombre sulla sabbia.

Il giorno dopo Amed mischiava all’acqua salata del mare quella dei suoi occhi. Mentre le dita delle mani stringevano la sabbia bagnata fino a farla scricchiolare. Ma non era ancora arrivato. Dopo il deserto bisognava attraversare il mare. E nascondersi. Si, nascondersi. Se lo trovavano in quel paese straniero lo rimandavano indietro sui camion. E allora tutto sarebbe stato inutile. Per mesi interi Amed lavorò. I lavori più duri. I lavori più schifosi. Quelli più pericolosi. Ciò che non serviva per sopravvivere veniva messo da parte. Bisognava pagare un posto in una barca. E quel posto valeva molti soldi. Valeva una speranza. Una vita.

Passarono i mesi. E ancora altri mesi. Paura e ricordi che non facevano dormire e quella inspiegabile voglia di vivere. Di restare vivo. Forse perchè Dio aveva voluto così e Amed non faceva altro che obbedire a chi aveva scritto il suo destino. E quando i soldi furono abbastanza Amed si mise insieme ad altri uomini e donne in riva al mare, dove gli avevano detto, ad aspettare. Giorni e notti ad attendere guardando le onde e la gente raccontava. Gli uomini con i demoni dentro erano ovunque. Amed ascoltava e imparava che per quanto fosse grande il mondo le storie erano uguali. Imparava nomi di persone morte e li ripeteva per farli vivere. La sua preghiera del mattino erano nomi. La sua preghiera della sera erano nomi. E in mezzo il proprio, per non dimenticarlo, per non farlo scappare.

E fu la mattina della partenza. Cinquanta persone in una nave di dieci metri. Solo lo spazio per sedersi. Niente di più. Il sole, il rumore delle onde e del motore e la terra che si allontava. La sua terra. Nessuna scelta se non la vita o la morte. Nessuna scelta per Amed.

Il mare è come un deserto, scoprì Amed. Una donna poco lontano con il suo bambino. Ma non c’è latte nei suoi seni e da giorni il bambino stringe mammelle vuote. Il primo giorno piangeva forte. Il secondo giorno piangeva. E quando ci fu silenzio la donna cullava un corpo senza vita. Nessuno trovava coraggio di toglierlo dal petto e lasciarlo scivolare in mare. Lo fece Amed. E la sua anima rimase negli occhi vuoti della donna. Un’altro nome nelle sue preghiere. Ancora un’altro nome.

Quando la nave grigia di ferro si avvicina tutti si alzano. Una festa triste tra gli uomini e le donne che hanno resistito. Una festa che dura poco. Fanno scendere bottiglie di acqua e cibo. Fanno cambiare la rotta alla nave. Fanno tornare Amed e gli altri da dove sono venuti. Da quella terra senza scelta. Una bandiera con dei bei colori sulla nave grigia. Il bianco come i denti della sua amata quando rideva. Il rosso come il sole che tramonta e il verde dell’erba. Bei colori su quella bandiera che riporta Amed alla sua terra senza scelta

IL LAVORO NELLE ISTITUZIONI: contributo di Giovanna Bosco al Seminario E-spèira del 23 febbraio ’18

 

Alle radici di un ossimoro

Ogni volta che mi soffermo a ripensare le mie esperienze nelle istituzioni, o che ascolto un gruppo di colleghi parlare delle istituzioni in cui lavorano, ho la sensazione di addentrarmi in un luogo pieno di contrasti e contraddizioni, di luci e di ombre, che solo degli ossimori possono  racchiudere e tenere insieme:  gusto dolceamaro? chiarezza tenebrosa? espansione vincolata? 

Le istituzioni sono oggetti complessi, e non è facile conoscerle,  non solo per il rapporto ambivalente che spesso abbiamo con le forme di organizzazione sociale fondate su norme e consuetudini vincolanti, ma anche per la intrinseca  contradditorietà delle istituzioni. continua a leggere…

L’INCONTRO CON IL TRAUMA: riflessioni su “Una stanza tutta per lei”

di Giovanna Bosco

Premessa
Dopo uno dei seminari tenuti presso la nostra sede sul tema dell’ “indicibile”,  in cui era emersa la potenza comunicativa delle immagini mentali, particolarmente quando la relazione si fa emotivamente impegnativa, Teresa Mutalipassi ci ha inviato un interessante scritto, pubblicato all’inizio di settembre,  in cui torna con il ricordo al caso di Nina, una giovane donna con una storia di abusi e maltrattamenti alle spalle, inviata a lei per una valutazione delle sue capacità genitoriali.  Lo scritto, coinvolgente, interlocutorio e generoso nel rivelare sensazioni, difficoltà, immagini, desideri, pensieri suscitati da quell’incontro, aveva stimolato due brevi ma significativi Commenti da parte di  Luciana Monzi e Vera De Luca.
Rileggendo quello scritto a distanza di un po’ di tempo insieme ai Commenti, son stata sollecitata a riflettere su varie questioni, in particolare:

- le difficoltà emotive e relazionali cui siamo esposti quando ci viene richiesta una valutazione delle capacità genitoriali rispetto a soggetti che, prima di diventare genitori,  sono stati bambini  maltrattati o abusati e che quindi arrivano a noi con un carico di sofferenze indicibili ma inscritte nel corpo, se sappiamo ascoltarlo. Chi vediamo di fronte a noi?  Una madre inadeguata? O che va sostenuta e aiutata a svolgere le funzioni materne?  O una ragazzina mal-trattata da proteggere?  Con chi ci identifichiamo e con chi empatizziamo?  Con il figlio? Con la madre? Con la bambina segnata da mille spaventi, abbandoni e abusi che è in lei? continua a leggere…

LA FORMAZIONE DELLE IMMAGINI: Introduzione al Seminario del 15 ottobre 2016

        di Giovanna Bosco

L’immagine è come un fiore che va trattato con delicatezza.
Darne un’interpretazione chiusa è come reciderlo dalla pianta,
per metterlo in un bicchiere dove avrà vita breve.
Soggettivare i vissuti che l’immagine suscita in ciascuno di noi
permette a nuovi fiori di sbocciare e nuovi frutti nascere,
dando inizio ad una storia aperta a nuovi sviluppi

 

 

Riporto in questo scritto la Relazione introduttiva da me tenuta il 15 ottobre 2017, integrata su alcuni punti da riflessioni successive stimolate dall’esperienza del Seminario. 

 

Una premessa
Poiché questo incontro di oggi  è la prosecuzione della riflessione comune iniziata con il Seminario del 15 marzo 2016 sui “Processi di elaborazione delle esperienze indicibili”, richiamerò brevemente, tra gli aspetti trattati nel precedente incontro, quelli che fanno da sfondo a quanto esporrò oggi, rinviando chi volesse approfondire agli scritti sull’argomento già pubblicati su questo stesso sito, e indicati in calce a questo testo:

 le immagini mentali sono il risultato di un’elaborazione non verbale e tuttavia già simbolica di molte informazioni che provengono o sono pervenute in passato dai vari canali sensoriali. Appartengono quindi alla sfera non verbale, analogica. Tuttavia differiscono dai processi di “elaborazione subsimbolica” (come li definisce Wilma Bucci), attraverso cui in modo inconsapevole e non intenzionale viene trattato il flusso continuo di sensazioni e informazioni che provengono dai nostri organi di senso e dall’interno del corpo. Pur non dando luogo a rappresentazioni, i processi “subsimbolici” hanno un grande valore e  sono alla base, tra le altre cose, dell’intuizione, un importante fattore terapeutico ‘nascosto’.

• La formazione di immagini  fa da ponte tra quel mondo sottotraccia che abbiamo definito subsimbolico - in cui vi è un flusso continuo di sensazioni che vengono dal corpo -  e il mondo delle parole, che per la loro radicale estraneità non potrebbero mai  incontrarsi tra loro. Le immagini possono svolgere questa funzione di ‘ponte’ perché da un lato mantengono l’ancoraggio al mondo dei sensi, proprio dei processi “subsimbolici”, ma allo stesso tempo hanno già in comune con le parole l’appartenenza al mondo dei simboli e delle rappresentazioni.

• Si è messo in luce nel precedente seminario che la psicoanalisi contemporanea, trovandosi a far fronte a nuove forme di disagio -  soggetti incapaci di riconoscere le loro emozioni e quelle degli altri, con limitata capacità immaginativa e prevalenza  del pensiero operativo, pratico – si è resa conto che il trattamento analitico classico, fondato sull’interpretazione verbale, con questi soggetti è poco praticabile. Questo  porta a rivalutare tutto ciò che nella relazione passa, più o meno consapevolmente, per il non verbale, in particolare la comunicazione corporea (le espressioni del volto, la voce, il ritmo, i movimenti del corpo, e così via). 

• Si è anche considerato che, nonostante il crescente interesse per la comunicazione corporea, resta la tendenza a restare difensivamente nella trincea dell’osservazione, anzichè riconoscere che anche noi siamo parte in causa, in quanto partecipiamo, per lo più inconsapevolmente, ad un fitto dialogo fatto di espressioni facciali, movimenti del corpo, tono della voce. Questo elemento di riflessione ci riguarda tutti: psicoanalisti e gruppoanalisti, arteterapeuti, formatori. Abbandonando il vertice dell’”osservazione” dell’Altro diventa possibile porci in ascolto – nel flusso delle comunicazioni da corpo a corpo – delle nostre sensazioni. Questa è la premessa perché i segnali che provengono dal nostro corpo possano trasformarsi in immagini. continua a leggere…

I processi di elaborazione di esperienze ‘indicibili’ (parte 2°)

  di Giovanna Bosco

 

In questa seconda parte dell'articolo (la prima è stata pubblicata su questo sito nel luglio 2015) prendo in considerazione i contributi della Infant Research e le implicazioni per la psicoanalisi e gruppoanalisi della scoperta dei 'neuroni specchio'. Vengono poi discussi i concetti di emozione e di empatia in un’ottica di complessità, e viene messa in luce l’interdipendenza tra lo sviluppo del sistema nervoso e la qualità delle esperienze emozionali intersoggettive.

Tutto ciò ha a che fare con quell’area dell’esperienza umana che è ‘indicibile’. La stessa psicoanalisi va sempre più riconoscendo l’importanza dei ‘fattori terapeutici nascosti’, che hanno a che fare con l‘insieme di  comunicazioni non intenzionali e spesso non consapevoli, veicolate dagli aspetti prosodici del linguaggio parlato e dalle espressioni del viso e del corpo. Prendo poi in esame il concetto di ‘schema emozionale dissociato’ (W.Bucci), e faccio dei collegamenti con la mia esperienza terapeutica, esponendo due casi clinici in cui le tracce di eventi traumatici del passato, affidate ad un solo canale sensoriale, erano inizialmente esiliate in “isole di non senso”.

Nell’ultima  parte dell’articolo propongo degli elementi di riflessione, corredati da vignette cliniche, sui processi di elaborazione delle esperienze indicibili nel contesto psicoanalitico, e mi ricollego ad una domanda di Antonio Imbasciati sul posto che ha, nella formazione dell’analista, la comunicazione non verbale.  Porto infine l’attenzione sulla specificità dei processi di elaborazione nelle terapie a mediazione artistica e nelle artiterapie.

 

La scoperta dei neuroni specchio: implicazioni per la psicoanalisi e la gruppoanalisi

Si parla sempre più spesso di empatia come di un fattore fondamentale, oltreché nella relazione madre-bambino e nelle relazioni umane in genere, nel rapporto terapeutico.  La scoperta dei neuroni specchio da parte di Rizzolatti e altri (1996) toglie un po’ dell’alone mistico che ha sempre circondato questo concetto. Più in generale, tracciando nuove linee di collegamento tra fenomeni biologici e fenomeni psichici, contribuisce al superamento del pensiero dicotomizzato che per secoli l’essere umano ha avuto su se stesso, per lo meno nella cultura  occidentale, continua a leggere…

I processi di elaborazione di esperienze ‘indicibili’ – parte 1°

di Giovanna Bosco

In questo articolo parto dalla constatazione che l’esistenza e l’importanza delle esperienze emotive “indicibili”, e l’accumularsi di nuove conoscenze provenienti dalle scienze neurologiche e dalla Infant Research, oltre che dalle esperienze cliniche, impongono  una revisione rispetto alla tradizionale visione gerarchica del rapporto tra verbale e non verbale, tanto che anche all’interno della stessa Psicoanalisi la concezione del processo terapeutico come “talking cure” (cura attraverso la parola) è ormai oggetto di interrogativi e ripensamenti.
In questa prima parte, dopo aver esaminato il contributo di Wilma Bucci  alla comprensione del rapporto tra verbale e non verbale, si mette in luce come sia importante non solo riconoscere la complessa rete di comunicazioni non verbali che, indipendentemente dalla tecnica e dai codici comunicativi  adottati, passano, in modo spesso non intenzionale e inconsapevole, tra terapeuta e paziente o tra i membri di un gruppo, ma anche distanziarsi dall’idea che “elaborazione” e “verbalizzazione” vadano di pari passo. Evitando sia la sopravvalutazione della parola, poco adatta a comunicare le emozioni, sia una visione “mistica” ed autosufficiente del non verbale, il lavoro terapeutico porta a cimentarsi con la co-invenzione, con ogni paziente o gruppo,  di un “particolare” linguaggio che connetta i diversi sistemi comunicativi, che consenta di includere ed elaborare le esperienze “indicibili”, e che sia abbastanza flessibile da modificarsi nel corso del tempo. Quest'ultimo punto verrà ripreso e sviluppato nella seconda parte, in corso di preparazione.


Rileggendo gli articoli con i quali ho contribuito al Circolo on-line ed i Commenti che hanno suscitato, mi sono sentita nuovamente sollecitata a riflettere su ciò che scriveva un anno fa Luisa Salvietti a proposito del mio scritto su Corpo e Voce nell’esperienza psicoanalitica.  Con molto garbo la collega mi faceva notare che il mio scritto aveva suscitato in lei ammirazione per “la semplicità sapiente” che traspariva dalle mie parole, in particolare dai casi clinici, ma che lo sentiva carente sul piano esplicativo. continua a leggere…

Tra Psicodramma e Drammaterapia

di Giovanna Bosco

In questo scritto prendo in esame alcuni aspetti di cruciale importanza per chi utilizza il teatro nel lavoro con i gruppi – siano essi terapeutici o esperienziali o formativi – come i nodi teorico-metodoligici che riguardano l‘agire’ e il ‘gioco’, ed  espongo  alcuni tratti salienti di un metodo che nasce dall’integrazione dei contributi  a mio avviso più fecondi  provenienti da diversi approcci:   psicodramma Moreniano, psicodramma analitico e drammaterapia.      Segue la narrazione di una sessione di un gruppo esperienziale in cui si è utilizzato il teatro – inteso come spazio ludico dove ciò che avviene è sentito come profondamento’ vero’ pur essendo ‘per finta’  – per favorire il riconoscimento della ‘scena di gruppo’ e dei copioni ‘interni’ e la loro trasformazione.

 

  Nel teatro troviamo una sintesi di tutte – o quasi tutte – le forme espressive, sia verbali che extraverbali, ed è per questo che, quando in un gruppo si ricorre alla drammatizzazione, l’esperienza che ne deriva è particolarmente trasformativa, coinvolgendo contemporaneamente una molteplicità di funzioni psichiche e di aree dell’esperienza.  La drammatizzazione si fonda su un paradosso: ciò che vi avviene è profondamente vero pur essendo per finta. continua a leggere…

Psicoterapia gruppoanalitica del trauma (2° parte)

di Werner Knauss

La prima parte di questo articolo, ricevuto da Werner Knauss, è stata tradotta in italiano e pubblicata su questo sito il 28 giugno 2014. Facciamo ora seguire la seconda parte dello stesso articolo. 

La traduzione del testo è di Giovanna Bosco

 

 

Passerò ora ad un esempio clinico per illustrare come le vittime ed i responsabili di abusi sessuali possono elaborare in un gruppo misto il loro traumi derivanti dall’aver abusato sessualmente o dall’aver subito abusi.

 

6. Le vicissitudini dei processi di identificazione nella Psicoterapia Gruppoanalitica con un gruppo misto in cui sono co-presenti responsabili e vittime di abusi sessuali

La mia esperienza clinica e la Foulkes Lecture tenuta da Estela Welldon su come adeguare il trattamento al crimine (1997) mi hanno incoraggiato a intraprendere un processo inusuale. Decisi di creare, nell’ambito della mia attività professionale privata, un gruppo misto ad orientamento gruppoanalitico, che si incontrava due volte alla settimana ed era formato da nove pazienti, inclusi due responsabili e due vittime di abusi sessuali. Vi invito a seguire questi quattro pazienti ed i loro processi di identificazione – su cui mi concentrerò in questo lavoro – attraverso un percorso di psicoterapia gruppoanalitica che è durato in media due anni e mezzo.

Prima di correre il rischio di includere sia vittime che abusanti nello stesso gruppo ho preso in esame la letteratura significativa su questo argomento. La maggior parte di essa si riferiva a gruppi omogenei di vittime di abusi sessuali. Ho trovato solo due colleghi, Estela Welldon (1997) e Mathias Hirsch (2004), che riportavano processi molto promettenti realizzati in gruppi formati sia da vittime che da abusanti.

L’esperienza clinica che avevo potuto sviluppare supervisionando un’équipe che lavorava in una struttura psichiatrica forense con pazienti interni, ed inoltre facendo la supervisione ad un collega che conduceva, con una seduta settimanale, un gruppo omogeneo di pazienti esterni che erano tutti responsabili di abusi sessuali, aveva confermato il punto di vista dei miei due colleghi che i gruppi omogenei di abusanti o di vittime favoriscono meccanismi di difesa omogenei che ne limitano i risultati. Earl Hopper riferiva esperienze analoghe in un suo lavoro clinico riguardante un gruppo di sopravvissuti alla Shoah (Earl Hopper, Traumatic experiences in the unconscious life of groups).

Avevo iniziato la supervisione dell’équipe psichiatrica forense dopo un tragico incidente: continua a leggere…

Psicoterapia gruppoanalitica del trauma (1° parte)

di Werner Knauss

Pubblichiamo qui la prima parte di un articolo, scritto in inglese, ricevuto da Werner Knauss, già Presidente della Group Analytic Society (International),  

La seconda parte verrà pubblicata dopo l'estate 

La traduzione del testo è di Giovanna Bosco

 

 

1.  La Darkroom

In una performance di danza dal titolo“the Darkroom” (N.d.T.: “camera oscura” per sviluppare le pellicole, ma anche stanza oscurata di certi club privè dove si svolgono pratiche sessuali trasgressive) il protagonista assume il ruolo dello spettatore che osserva standosene in disparte. Egli desidera entrare in un gruppo di ragazzi che “vanno forte” ed è gradatamente attirato in una banda di giovani che hanno sviluppato un terribile rituale per il week-end. Con l’ausilio delle droghe e dell’alcol seducono gruppi di giovani donne in una Darkroom poi obbligano le donne ad avere rapporti sessuali con ciascuno di loro.

Pian piano il protagonista lascia la posizione dell’osservatore e viene attirato dentro il gruppo. Egli viene attaccato fisicamente, sminuito e umiliato perché è innamorato di una ragazza straniera, che viene dall’Inghilterra. Lentamente, entra in un rapporto di collusione con la banda. Infine assume il ruolo del cameraman e riprende le scene, che saranno poi vendute.

Questa performance riesce efficacemente a far sì che il pubblico assuma il ruolo, con cui la maggior parte degli spettatori si identifica, di chi osserva, stando in disparte, le terribili scene traumatiche che vengono sperimentate sulla scena e che hanno luogo tra la gang dei ragazzi e il gruppo delle ragazze. Tutti sono traumatizzati: gli autori delle violenze, le vittime e, indirettamente, il pubblico.

Durante la discussione che si svolge al termine della performance emerge chiaramente che il pubblico oscilla tra due posizioni: la rabbia suscitata dalle scene traumatiche: “perché sono costretto a guardare queste cose?” e la dissociazione espressa sotto forma di negazione: “tutto questo non ha nessun senso”. Alla fine sono sconvolti da ciò che hanno visto. Si identificano con gli autori delle violenze e con le vittime, soffrendo di controllo onnipotente, terribile ansia, impotenza e speranza che tutto ciò finisca e che i responsabili siano puniti.

E’ questo il nostro ruolo in un gruppo analitico quando uno dei pazienti descrive un trauma che ha provato. Quali sono le precondizioni per elaborare le esperienze traumatiche individuali e collettive? Quale potrebbe essere il compito di un gruppoanalista nel creare una situazione gruppoanalitica intesa come spazio sicuro in cui il trauma possa essere ricordato, descritto in ogni dettaglio ed elaborato? continua a leggere…

Corpo e voce nell’esperienza psicoanalitica

di Giovanna Bosco

Anche se nella tradizione psicoanalitica non manca l’attenzione ai fenomeni extra-verbali, fino ad ora la psicoanalisi ha per lo più ritenuto che tutto ciò che viene espresso con modalità diverse dalla parola rappresenti una regressione ai livelli primitivi (in quanto precedenti la nascita del linguaggio) dello sviluppo psichico. Da qui la tendenza a considerare il corpo del paziente – con le sue posture, la sua mimica, il gesti ripetitivi, le somatizzazioni – principalmente come oggetto di ‘osservazione’ da cui trarre indizi sui contenuti psichici ‘pre-verbali’, per poterli recuperare alla coscienza attraverso la parola.

Si tratta di un nodo problematico non più eludibile, con radici antiche nel pensiero occidentale, che richiede una profonda ri-considerazione.  La scissione corpo-mente, che pervade la nostra cultura, può essere fatta risalire a Platone. Affermando che la vera realtà è rappresentata dal mondo “ideale”, Platone stabilisce la matrice filosofica da cui deriverà la svalutazione di tutto ciò che è legato all’esperienza sensoriale, alla materia, al corpo (il mondo “sensibile”) che sarà poi ripresa dal Cristianesimo con Agostino, e successivamente da Kant.  Eppure il termine “sensibile” ha un doppio significato: si riferisce non solo a ciò che viene percepito attraverso i sensi, ma anche alla capacità di comprendere gli stati d’animo e le emozioni, proprie e altrui, il mondo della natura e dell’arte. E’ dunque presente, nel sentire comune, la connessione tra l’essere ‘radicati nel corpo’ e la capacità di provare emozioni e di conoscere l’Altro emozionalmente. continua a leggere…

Andar per gruppi

di Giovanna Bosco

Non ho saputo resistere alla tentazione di prendere a prestito da Lo Verso (1998) l’espressione “andar per gruppi”, perché questa immagine è fortemente evocativa.

Anzitutto ha suscitato in me il pensiero che la nostra stessa vita è un “andar per gruppi”: dal gruppo familiare in cui abbiamo fatto le nostre prime esperienze sin dal momento in cui ci siamo affacciati al mondo, a tutti gli altri gruppi di cui abbiamo via via fatto parte, diventando ciò che ora siamo.

Pensando poi al gruppo come strumento di intervento nell’ambito della psicoterapia, delle artiterapie, della formazione, ecc. “andar per gruppi” ci parla del fatto che chi intende lavorare nel setting di gruppo deve sapersi muovere e orientare tra una vasta gamma di gruppi.
Ci sono gruppi aperti e gruppi chiusi; gruppi di breve o media durata e gruppi in cui i componenti possono restare finché ne sentono il bisogno ed il desiderio; gruppi “di parola” e gruppi che ricorrono in modo prevalente a forme di espressione e comunicazione non verbale; gruppi dalla composizione diversificata e gruppi omogenei. L’elenco dei possibili gruppi omogenei è pressochè infinito: adolescenti, donne, genitori, oppure soggetti che hanno in comune un passaggio critico della vita, come la menopausa, o una specifica problematica o sofferenza, come nel caso di una particolare malattia o di un lutto o della dipendenza da droga, fumo o alcool.  

Il contesto non è solo e necessariamente quello terapeutico. Come del resto metteva in luce già Foulkes (1975), riconosciuto come il fondatore della Gruppoanalisi europea, i principi gruppoanalitici possono essere applicati non solo ai gruppi terapeutici ma anche a molti altri tipi di gruppi continua a leggere…

Dal tramonto dei modelli intrapsichici all’orientamento relazionale

di Giovanna Bosco

1. Una domanda che riguarda non solo la psicoanalisi e la gruppoanalisi ma anche gli operatori delle relazioni d’aiuto e gli arteterapeuti

      Alcune constatazioni fatte recentemente mi hanno indotta a riprendere qui oggi una questione che da tempo, come E-spèira, consideriamo fondamentale  per la nostra navigazione: cosa comporta per il mondo della psicoanalisi il passaggio dai modelli intrapsichici ad un nuovo orientamento di carattere relazionale, e quale conseguenza questi due diversi approcci hanno anche per altri operatori delle professioni di aiuto e per chi si occupa di artiterapie?
      Recentemente, facendo una piccola ricerca su Internet, mi sono resa conto che le espressioni “relazionale” o “orientamento relazionale”, oltre ad essere le chiavi di accesso ai siti di  Associazioni con chiare basi teorico-metodologiche, in alcuni casi vengono utilizzate disinvoltamente come biglietto di presentazione per attività dai riferimenti molto incerti o fortemente contradditori (tanto da includere il bio-feedback e altre procedure di stampo comportamentista).  Ho anche scoperto, con una certa sorpresa, che c’è pure chi, dopo aver affermato di occuparsi di ‘arteterapia ad orientamento relazionale’, per spiegare di che si tratta  attinge a man bassa, e in modo pressoché esclusivo, ad una mia pubblicazione del 2001 , senza citare neppure una volta la fonte.  A volte l’etichetta “relazionale” sembra essere utilizzata come una sorta di passe-partout o come copertura per l’assenza di un chiaro e consapevole orientamento teorico-clinico.  

      Parlando di orientamento relazionale in psicoanalisi, non si intende genericamente un approccio simpatico e accattivante in quanto “nuovo”, ma si fa riferimento ad un vero e proprio cambiamento paradigmatico che ha portato settori sempre più ampi della psicoanalisi ad abbandonare l’originaria visione intrapsichica a favore di una visione relazionale dell’essere umano e del processo terapeutico. Una visione diversa ma non priva di profondità e di coerenze interne.
      Seguendo questo fil rouge, che connette tra loro più modelli teorici, cercherò di ripercorrere brevemente continua a leggere…

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