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PER NON ARRENDERSI ALL’ANESTESIA EMOTIVA: lettera di una psicoterapeuta di un CAS

Introduzione di Giovanna Bosco

Ci è pervenuta la copia di una lettera accorata scritta da una psicoterapeuta che lavora in un CAS, la quale, a seguito del cosiddetto “Decreto Sicurezza”, si è trovata a sperimentare un profondo conflitto tra la propria identità professionale e umanità e ciò  che veniva chiamata a fare a seguito delle nuove disposizioni sui migranti.  La lettera è indirizzata al Sindaco della sua città, Milano e, oltre a testimoniare il disagio di chi scrive, contiene alcune note di fiducia e speranza nelle doti di umanità ed accoglienza dei Milanesi . Penso comunque che questa lettera abbia motivi di interesse di carattere generale, che vanno  al di là degli aspetti locali.  

Lo scorso luglio pubblicai su questo sito un breve scritto (“Migrazioni e angosce persecutorie nelle popolazioni che ricevono i migranti”), in cui cercavo di dare senso alla marea montante di intolleranza, paure, rabbia, creazione di capri espiatori per il malessere personale e sociale. Oggi appare evidente che i bersagli non sono solo i migranti, ma anche i rom, i malati psichici, in generali i più deboli, quelli che più soffrono.  Ciò che allarma è il fatto che anche persone che rivestono ruoli istituzionali che dovrebbero  indurre a pesare bene ogni loro parola non esitano ad usare quotidianamente e quasi “scientemente” un linguaggio  intriso di cinici luoghi comuni e di disprezzo nei confronti dei più deboli e inermi. E’ un vero e proprio “circolo visiozo”, che alimenta anestesia emotiva, intolleranza e  processi di disumanizzazione tra la popolazione ed è a sua volta alimentato dal consenso che raccoglie.

Sono già molti i colleghi psicoterapeuti, psichiatri e in generale  operatori delle professioni di aiuto che stanno prendendo posizione sulle gravi ripercussioni che tutto ciò ha sulla salute psichica collettiva e sulle relazioni umane.  Antonello Correale, in una lettera pubblicata su  Psychiatryonline  sottolinea che il problema tocca anche noi in quanto  l’indifferenza e l’odio sono la conseguenza  del rifiuto per la debolezza, la solitudine, l’inermità e per il riconoscimento delle nostre mancanze:  “credo che il problema fondamentale non sia il timore dell’invasione (…), e non sia neppure solo il razzismo (…) ma sia l’odio per il povero, per il disperato, per l’inerme, per chi non ha più nulla. (…) L’indigenza causa il pensiero “potrei essere come lui, come lei. E se capitasse a me?” (…). E allora meglio difendersi dal pensiero “intollerabile” della nostra umana fragilità con l’”anestesia emotiva”  e  pensare che “sono pericolosi”,  che “ci sfruttano”, che “se la sono voluta”.

La lettera che segue  è una testimonianza viva del drammatico dilemma in cui si trovano oggi i colleghi che per lavoro di occupano di migranti, ed è scritta con un linguaggio che va dritto al cuore.  Non so se il Sindaco Sala la leggerà e come l’accoglierà, ma in ogni caso mi sembra importante condividerla. Anche questo è un modo per non arrendersi all’”anestesia emotiva” dilagante.

LA  LETTERA

Egregio Giuseppe Sala,

mai avrei pensato di scrivere al Sindaco ma eccomi qui. Forse è perché ho sempre sentito parlare bene di Lei in famiglia (mio padre è stato suo dipendente) e il suo nome mi è noto da molto tempo ormai; penso sia questo che mi ispira fiducia.

Vorrei condividere con Lei un episodio che oggi mi ha molto turbata. Lavoro come psicoterapeuta presso un Centro di Accoglienza Straordinaria per richiedenti asilo di Milano. Oggi ho assistito ad una conseguenza molto tangibile del DL Sicurezza: un 27enne, pakistano, ospitato da un anno e mezzo presso il CAS, ha finalmente ricevuto il Permesso di Soggiorno, ma, ahimé, per motivi umanitari. La conseguenza è che il 31 gennaio dovrà lasciare il CAS e finirà per strada, in un dormitorio per senzatetto, mentre pochi mesi fa avrebbe avuto diritto ad accedere a uno SPRAR.

Come psicoterapeuta, Il mio lavoro è di aiutare l’altra persona a dare un significato a quello che le sta succedendo. Mi sono trovata impreparata oggi a fare ciò, l’istinto era quello di chiedere scusa, il senso di vergogna per essere italiana immenso, la voglia di ospitare il ragazzo a casa mia per dimostrare che l’Italia sa essere accogliente, tanta. Ma non penso sia la soluzione.

Trovo qualcosa di inumano nell’avere di fronte un ragazzo che ha dovuto lasciare il suo Paese a causa di persecuzioni, che è passato dalla Libia dove ha subito violenze inimmaginabili (che ha il coraggio e la forza di raccontare) e che si ritrova a Milano a dover finire per strada, in un asilo notturno per senzatetto. Spiegare questo ad un altro essere umano è impossibile. Viene solo da abbassare lo sguardo perché è una sconfitta per noi in primis.

Oggi mi sono sentita impotente davanti a questa persona; nel mio lavoro ho imparato che è possibile aiutare qualcuno solo se anche l’altro collabora e accetta la mano che gli si tende. In questo caso, si tratta di persone che vorrebbero essere aiutate a ricostruire la loro vita in un nuovo Paese ma non trovano mani tese, o meglio, trovano mani tese inserite però in un contesto che non permette alcun tipo di aiuto, mani legate.

L’unico potere che sento di avere ora è quello di scrivere “ai piani alti”, di denunciare la sofferenza sia degli “stranieri”, spaesati e non protetti in quanto esseri umani, sia degli italiani, consapevoli del fatto che è proprio il loro Paese che sta riducendo queste persone a “senzatetto”. Che differenza c’è quindi tra due persone che soffrono in egual modo per la situazione sociale che condividono? Nessuna. Ognuno di noi potrebbe essere uno “straniero” in un’altra terra e ricevere questo genere di trattamento.

Se non dall’Italia, vorrei essere rappresentata almeno da Milano, città in cui sono nata, che ho scelto come luogo per costruirmi una professione e una vita e in cui decido ogni giorno di stare perché credo nelle sue risorse, soprattutto nella capacità umana di accoglienza. Noi milanesi siamo persone pratiche, efficienti ma non per questo ciniche. Mi piacerebbe che, se non si riuscisse a cambiare alla base, ci si potesse attrezzare in modo da offrire dei luoghi dignitosi per le persone che stanno finendo in strada e che sono qui sperando in qualcosa di meglio. Hanno bisogno di luoghi con persone che si occupino di loro, che insegnino loro l’italiano e li aiutino nel difficile inserimento sociale.

Confido nel fatto che come cittadino con un peso specifico elevato, e come persona, possa fare qualcosa.

Un caro saluto

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