Archivi del mese: luglio 2018

MIGRAZIONI E ANGOSCE PERSECUTORIE nelle popolazioni che ricevono i migranti

di Giovanna Bosco

Come professionisti della salute non possiamo ignorare i danni alla salute collettiva che la narrazione Salviniana sulle migrazioni sta causando: de-umanizzazione dell’Altro da sé; creazione di capri espiatori cui addossare stabilmente la colpa di ogni malessere personale e sociale, con conseguente perdita di contatto con il proprio Sé e la propria essenza umana.

Chi fa il nostro lavoro si rende conto  che non è sufficiente contrapporre informazioni e dati di realtà alla narrazione deformante sulle migrazioni o sulla presenza di gruppi etnici come i Rom. E’ una narrazione il cui appeal sta proprio nel ridurre fenomeni complessi sia sul piano politico-sociale che sul piano emozionale a spiegazioni semplificatrici e banalizzanti, che esonerano dalla fatica di pensare e riconoscere la propria e altrui umana fragilità (da cui discende il bisogno reciproco, che ci chiama a con-vivere con le differenze), creando l’illusione che basti affidarsi ad un leader carismatico ed alle sue “ricette semplici”: basta chiudere i porti, respingere i migranti,  demolire senza tanti riguardi i campi Rom, battere il pugno sul tavolo, far sentire il tintinnio delle manette.  E tutto si risolverà magicamente, e la nostra illusione di autosufficienza onnipotente sarà restaurata. 

I fenomeni di gruppo indicati da Bion con il nome di  “assunti di base” sembrerebbero trovare nel presente la loro massima espressione a livello macrosociale.  Bion, attraverso le sue esperienze di lavoro con i gruppi, osservò che spesso la capacità del gruppo di pensare e relazionarsi  in modo costruttivo è oscurata da fenomeni, da lui considerati fortemente patologici e regressivi, che portano  a vivere una dimensione illusionale, in cui le differenze individuali e le imperfezioni vengono azzerate e il gruppo attribuisce ad un leader carismatico (solitamente il conduttore) poteri salvifici o di protezione dalle minacce esterne (che altro non sono che l’esternalizzazione della propria rabbia e delle proprie tendenze distruttive).

 E’ stato osservato che non necessariamente e non in tutti i gruppi si manifestano con tanta radicalità gli “assunti di base” bioniani.  Pierluigi Sommaruga (1) ad esempio, avanza l’ipotesi che questi fenomeni abbiano a che fare, nei gruppi clinici, con la personalità del conduttore e con il contesto. In effetti le esperienze di Bion con i gruppi si sono svolte in un contesto militare con reduci traumatizzati dalla partecipazione alla seconda guerra mondiale, e Bion, oltre ad essere uno psicoanalista e psichiatra, era un ufficiale dell’esercito, aveva una figura alta e imponente, in sostanza poteva facilmente essere vissuto come Autorità cui affidarsi ponendosi in un rapporto di completa dipendenza.   Se è così, possiamo capire come l’avere una veste istituzionale realmente potente, come avviene oggi in varie parti del mondo dove leader politici dalle limitate competenze progettuali ma dal forte carisma sono diventati capi di stato o  membri influenti del governo, può facilmente creare le condizioni per riprodurre a livello macrosociale i fenomeni descritti da Bion.

Mentre in un gruppo terapeutico il conduttore ha cura di valorizzare gli aspetti di “stato nascente” che accompagnano la fase illusionale, senza tuttavia compiacersi del forte investimento nei suoi confronti, ma al contrario accompagna il gruppo verso assetti più evoluti,  i leader politici carismatici, che non sono ovviamente mossi  da intenti di “cura” ma piuttosto di conservazione e rafforzamento del proprio potere, che si compiacciono di avere molti seguaci, e che attraverso la loro presenza quotidiana sui social media hanno un potere di influenzamento enorme, tendono ad alimentare continuamente ed a sfruttare a proprio vantaggio  la paura dello straniero e del diverso da sé.  Gli adoratori del leader carismatico abdicano ad ogni capacità critica e riflessiva, aderiscono ad un gioco perverso di rovesciamento del vero e del falso, e di inversione dei criteri etici, pur di non aprire falle nelle fitta rete dei pre-giudizi che definiscono la propria appartenenza.   

Così l’incapacità di riconoscere la sofferenza causata all’Altro, che nella sua diversità è visto come  presenza perturbante, potenzialmente “infetta”, da respingere per escluderla dal proprio orizzonte psichico oltre che fisico e geografico, è il primo passo su un  terreno inclinato che ci può far scivolare verso qualcosa che oggi sembra impensabile:  quella “banalità del male”, di cui scrisse Hannah Arendt  nel tentativo di comprendere le immani crudeltà commesse con indifferenza e precisione ragionieristica dai gerarchi nazisti nel secolo scorso, mentre i più giravano la testa dall’altra parte.

Forse solo la narrazione poetica può riaprire varchi di umanità, mitigando le  angosce persecutorie che i fenomeni migratori inevitabilmente suscitano in chi si trova a ricevere i migranti, ma che oggi vengono, non solo nel nostro paese, alimentate e usate ad arte da una cinica narrazione politica.

Per questo riproponiamo qui di seguito un emozionante e poetico testo di  Ugo Giansiracusa, scritto e pubblicato nel 2009, ma ancora oggi tremendamente attuale. 

1)  Sommaruga P. “Le dinamiche di gruppo”, in Quaderni E-spèira n. 1, 1999

Amed: storia di un viaggio senza approdo

di Ugo Giansiracusa

Riproponiamo qui, per gentile concessione dell'autore, un  testo di Ugo Giansiracusa, scritto e pubblicato nel 2009, ma ancor oggi attuale. Non solo per i suoi contenuti, ma per la qualità poetica della scrittura, che trascende i significati convenzionali del linguaggio scritto per farsi

"parola piena", emozione, immagine. Per noi che da tempo ci occupiamo  dell'indicibile, è forse questo l'unico modo per riaprire varchi di

umanità là dove si agitano i vessilli della paura e del disprezzo.

 

AMED, STORIA DI UN VIAGGIO SENZA APPRODO

Prendiamo a prestito un nome. Prendiamo a prestito una storia. Una storia di ieri. Una storia che comincia domani. L’intreccio e la trama di questa storia non sono altro che destini che sfuggono al nostro controllo. Il finale, quello, l’abbiamo già scritto.

Amed viveva nel suo villaggio in un paese dell’Africa. Ogni giorno una lotta per la sopravvivenza. Ma come suo padre e suo nonno Amed aveva imparato a evitare la morte e rispettarla. Almeno fino a quando della gente non è arrivata al villaggio mentre lui era a pascolare le sue vacche. Quella gente doveva essere posseduta dai demoni perchè hanno ucciso tutti nel villaggio. Che fossero uomini o bambini o donne o anziani, li hanno uccisi tutti. Quando Amed è tornato a casa la sua mente è stata spazzata da una follia nera e impastata. Lo trovarono in mezzo all’erba che urlava come un animale divorato mentre era vivo.

Passò molto tempo prima che la mente di Amed tornasse limpida come acqua. E lui imparò che gli uomini con i demoni dentro erano di un altro popolo. Che questo popolo era diventato potente. Imparò che lui e quello che restava della sua gente doveva scappare se non voleva essere uccisa. E Amed partì. Verso il deserto. Con altri disperati come lui.

Ma il deserto non ha morale. Il deserto è feroce senza dover far nulla. E chi era debole moriva. E insieme a loro un pezzo di Amed. Morivano di fame. Di sete. Di caldo. O semplicemente perchè non avevano più la forza di vivere. Ma nelle notti intorno al fuoco ci si faceva coraggio. Si parlava di una terra dove c’era sempre erba verde. Dove l’acqua scorre dentro le case. Dove non c’è fame. L’ultimo giorno prima di arrivare al mare Amed contò i suoi compagni intorno al fuoco. Erano partiti quaranta e ora c’erano solo quindici ombre sulla sabbia.

Il giorno dopo Amed mischiava all’acqua salata del mare quella dei suoi occhi. Mentre le dita delle mani stringevano la sabbia bagnata fino a farla scricchiolare. Ma non era ancora arrivato. Dopo il deserto bisognava attraversare il mare. E nascondersi. Si, nascondersi. Se lo trovavano in quel paese straniero lo rimandavano indietro sui camion. E allora tutto sarebbe stato inutile. Per mesi interi Amed lavorò. I lavori più duri. I lavori più schifosi. Quelli più pericolosi. Ciò che non serviva per sopravvivere veniva messo da parte. Bisognava pagare un posto in una barca. E quel posto valeva molti soldi. Valeva una speranza. Una vita.

Passarono i mesi. E ancora altri mesi. Paura e ricordi che non facevano dormire e quella inspiegabile voglia di vivere. Di restare vivo. Forse perchè Dio aveva voluto così e Amed non faceva altro che obbedire a chi aveva scritto il suo destino. E quando i soldi furono abbastanza Amed si mise insieme ad altri uomini e donne in riva al mare, dove gli avevano detto, ad aspettare. Giorni e notti ad attendere guardando le onde e la gente raccontava. Gli uomini con i demoni dentro erano ovunque. Amed ascoltava e imparava che per quanto fosse grande il mondo le storie erano uguali. Imparava nomi di persone morte e li ripeteva per farli vivere. La sua preghiera del mattino erano nomi. La sua preghiera della sera erano nomi. E in mezzo il proprio, per non dimenticarlo, per non farlo scappare.

E fu la mattina della partenza. Cinquanta persone in una nave di dieci metri. Solo lo spazio per sedersi. Niente di più. Il sole, il rumore delle onde e del motore e la terra che si allontava. La sua terra. Nessuna scelta se non la vita o la morte. Nessuna scelta per Amed.

Il mare è come un deserto, scoprì Amed. Una donna poco lontano con il suo bambino. Ma non c’è latte nei suoi seni e da giorni il bambino stringe mammelle vuote. Il primo giorno piangeva forte. Il secondo giorno piangeva. E quando ci fu silenzio la donna cullava un corpo senza vita. Nessuno trovava coraggio di toglierlo dal petto e lasciarlo scivolare in mare. Lo fece Amed. E la sua anima rimase negli occhi vuoti della donna. Un’altro nome nelle sue preghiere. Ancora un’altro nome.

Quando la nave grigia di ferro si avvicina tutti si alzano. Una festa triste tra gli uomini e le donne che hanno resistito. Una festa che dura poco. Fanno scendere bottiglie di acqua e cibo. Fanno cambiare la rotta alla nave. Fanno tornare Amed e gli altri da dove sono venuti. Da quella terra senza scelta. Una bandiera con dei bei colori sulla nave grigia. Il bianco come i denti della sua amata quando rideva. Il rosso come il sole che tramonta e il verde dell’erba. Bei colori su quella bandiera che riporta Amed alla sua terra senza scelta

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