IL CIRCOLO ON-LINE

a cura di Giovanna Bosco

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IL LAVORO NELLE ISTITUZIONI: contributo di Giovanna Bosco al Seminario E-spèira del 23 febbraio ’18

 

Alle radici di un ossimoro

Ogni volta che mi soffermo a ripensare le mie esperienze nelle istituzioni, o che ascolto un gruppo di colleghi parlare delle istituzioni in cui lavorano, ho la sensazione di addentrarmi in un luogo pieno di contrasti e contraddizioni, di luci e di ombre, che solo degli ossimori possono  racchiudere e tenere insieme:  gusto dolceamaro? chiarezza tenebrosa? espansione vincolata? 

Le istituzioni sono oggetti complessi, e non è facile conoscerle,  non solo per il rapporto ambivalente che spesso abbiamo con le forme di organizzazione sociale fondate su norme e consuetudini vincolanti, ma anche per la intrinseca  contradditorietà delle istituzioni. A seconda dell’aspetto su cui dirigiamo il fascio di luce, esse ci appaiono protettive in quanto regolano, salvaguardano e rendono possibile lo sviluppo della vita comune, oppure al contrario restrittive dell’espressione dei singoli.  

L’ istituzione nutre, legittima, offre strumenti per pensare ed operare, permettendoci di fare esperienze, concepire  e realizzare cose che da soli ci sarebbero precluse. Ma può avere anche aspetti mortiferi e tossici, quando, perdendo di vista le finalità per cui è nata, rigetta ogni fermento innovativo, si svuota di funzioni vitali, per ripiegarsi sull’autoriproduzione cristallizzata di se stessa.

Le istituzioni, intese qui nel senso più comune (istituzioni sanitarie, assistenziali, educative, ecc.), oltre ad essere luoghi fisici sono abitate  da persone che si relazionano con altre persone (i cosiddetti “utenti”), portatrici di aspettative, bisogni, desideri, sofferenze. Ma sono anche un insieme di valori, idee su cos’è buono o cattivo, mansioni, gerarchie, regole e routines, che solo in parte sono visibili e dichiarate. Ogni istituzione, infatti, ha una dimensione  implicita, invisibile, inconsapevole.

Raccontava tempo fa un collega di aver notato che nell’atrio del servizio in cui lavorava c’era una targa con i nomi dei vari responsabili. Ma non si trattava dei nomi degli effettivi dirigenti e coordinatori, bensì di personaggi che avevano lasciato ormai da molto tempo il servizio.  Il racconto si concluse con queste parole: “ ci mancavano solo i lumini!” Questa vivace immagine condensava e rendeva riconoscibile ciò che era implicito, aprendo a possibili donazioni di senso. Un senso peraltro non univoco: “noi siamo qui in rappresentanza degli antenati, non ci prendiamo responsabilità, non abbiamo progetti nostri”…  ma anche “antenati proteggeteci voi”

  

Istituzioni interne e istituzioni esterne – il ‘senso del Noi’

Il modo di sentire e pensare il rapporto con le istituzioni può essere diverso per ciascuno di noi, e questo può dipendere da vari fattori, in primo luogo dal fatto che i nostri vissuti rispetto ai contesti istituzionali di cui entriamo professionalmente a fare parte sono influenzati dalle nostreistituzioni interne”.

Se nel linguaggio comune il termine istituzioni indica gli organismi  fondati (“istituiti”) per realizzare funzioni di interesse pubblico – come l'istruzione, la sanità, l’educazione – per le scienze sociali esso ha un senso più ampio: sono  istituzioni tutti i modelli  che regolano stabilmente vari aspetti delle relazioni sociali, e che come tali sono riconosciuti da una collettività  (famiglia,  scuola, religione, sistemi economici e giuridici, e così via).

La psicoanalisi e la gruppoanalisi sottolineano in particolare  il rapporto tra istituzioni esterne e istituzioni interne. Portiamo  dentro  di noi, più o meno consapevolmente, le varie istituzioni nella quali siamo  transitati, (famiglia, parrocchie, scout,  WWF,  sindacato, associazioni di volontariato), comprese le Scuole in cui è avvenuta la nostra  formazione professionale:  un complesso di reti relazionali  di cui abbiamo fatto esperienza e in cui siamo diventati ciò che siamo oggi. Queste  istituzioni interne influenzano il modo soggettivo di sentire e vedere i contesti istituzionali di cui entriamo professionalmente a far parte.

Così ad esempio, spesso ci si aspetta che le équipes e i gruppi di lavoro confermino la bontà, a volte la superiorità, della nostra formazione.  Talvolta chi inizia un tirocinio in un contesto istituzionale prova disagio per non riuscire a far comprendere il valore del  modello teorico della scuola in cui sta svolgendo la formazione.  Un sentimento normale all’inizio ( i bambini idealizzano i genitori) tuttavia diventa poi difficile ‘uscire di casa’ e, nei luoghi di lavoro, incontrare l’Altro con curiosità e provare interesse per punti di vista diversi dal proprio, se i formatori non aiutano a ridimensionare l’idealizzazione delle proprie appartenenze e a sviluppare un senso del Noi basato non solo sulla coesione e sugli aspetti identitari che fanno sentire simili, ma anche e soprattutto sulla collaborazione tra diversità.  

L’importanza del senso del Noi l’ho compresa attraverso le esperienze che, pur tra difficoltà e passaggi critici, ho avuto la fortuna di poter fare dapprima nei servizi pubblici  poi nelle attività di formazione e supervisione.  Un fragile senso del Noi può portare spesso a sentirsi schiacciati dall’Istituzione come se fosse un Moloch maligno di fronte al quale si è totalmente impotenti.

Ma se viceversa abbiamo dentro di noi la dimensione gruppale (e può trattarsi di un gruppo di cui facciamo parte al momento, ma anche di qualcosa di cui abbiamo potuto fare esperienza e che resta in noi come fonte di condivisione e nutrimento affettivo anche quando nella realtà  siamo soli ad affrontare esperienze raggelanti), ci è più facile  “vedere” con gli occhi dell’anima, sotto la coltre di gelo, i germi di nuova vita.

Successivamente le mie riflessioni sul senso del Noi hanno trovato un riscontro anche in elaborazioni teoriche sviluppate in ambito gruppoanalitico (si veda il concetto di Nos, Tom Ormway, 2011).

 

L’interdipendenza tra la dimensione macrosociale e quella intrapsichica e interpsichica. 

Sottolineando il rapporto tra istituzioni interne e istituzioni esterne, penso ad un rapporto di interdipendenza, di tipo bidirezionale.  Non intendo infatti liquidare le difficoltà ed i disagi che si sperimentano oggi nelle istituzioni come se fossero qualcosa di meramente fantasmatico, come proiezioni del nostro mondo interno sulla realtà esterna. Così come il disagio nostro e dei nostri pazienti non può essere desoggettivato, interpretandolo in modo univoco come pura e semplice conseguenza dei “mali della società”. Penso piuttosto che ci sia un rapporto di interdipendenza tra la domanda che investe i servizi alla persona, i disagi degli operatori, i mutamenti dei contesti istituzionali avvenuti negli ultimi anni e più in generale il “disagio della civiltà” contemporanea.

Senza addentrarmi in un’analisi sociologica che non mi compete, mi limito ad accennare ad alcuni fenomeni e concetti che fanno ormai parte del sapere comune: a) la globalizzazione, che ha radicalmente modificato l’organizzazione del lavoro e della società ; b) la modernità liquida, un concetto sviluppato sul finire del secolo scorso da un sociologo e filosofo polacco (Z. Baumann, 2000 ) per sottolineare che  le forme di organizzazione della società sono diventate molto instabili, appaiono e scompaiono così rapidamente che il mondo appare sempre più imprevedibile e capriccioso. Di qui l’ansia, l’insicurezza rispetto al futuro, il rifugio difensivo nell’individualismo, l’indebolimento dei legami sociali (famiglia, scuola, e tutte quelle forme di associazione che facevano da mediatori tra individuo e società)

Mi limito a questi pochi cenni perché non è questa la sede per un’analisi approfondita di tipo sociologico  ma mi preme sottolineare che ci sono  punti di intersecazione tra i mutamenti che si sono verificati sul piano macrosociale e la comprensione, con gli strumenti della psicoanalisi e gruppoanalisi, del malessere che investe anche i cosiddetti servizi alla persona. Qualche anno fa ascoltai, in occasione di un Convegno internazionale tenuto a Roma, una relazione sulle ‘nuove’ forme di psicopatologia che approdano allo studio dello psicoanalista. Sintetizzando al massimo (la relazione era molto più ampia e approfondita) i ‘nuovi’ pazienti erano descritti come personalità narcisistiche che vivono in un presente assoluto, prive di passato e futuro. Fu un contributo interessante, tuttavia l’assenza di un confronto con una visione di tipo macrosociale faceva apparire i cambiamenti sul piano intrapsichico e interpsichico come una mutazione genetica nata nel vuoto. Se invece consideriamo anche il livello macrosociale possiamo capire qualcosa di più sul rapporto tra le nuove e sempre più diffuse “patologie” e ciò che accade nella società: è probabile, ad esempio, che ci sia una relazione tra le attuali forme di disagio psichico e lo sgretolamento delle certezze sia rispetto ai doveri che ai diritti, che sottrae la possibilità di proiettarsi nel futuro.

Tornando al nostro tema, tutto questo porta a cercare a livello individuale    risposte tecniche, super specialistiche, in chiave di ripristino delle capacità prestazionali (come sottolineava Franco Merlini nella sua relazione), per ottenere soluzione a problemi sia personali che sociali molto più profondi e complessi. Le richieste che investono i servizi alla persona spesso vanno al di là del compito istituzionale dei servizi stessi. Ne deriva una pressione molto forte nei confronti di tutti i servizi alla persona,  non solo da parte degli utenti, ma anche da parte di  rappresentanti privilegiati della società, come Amministratori locali o Magistrati.

In questo quadro, nasce una domanda: tenendo conto della complessità delle variabili in gioco, come mantenere la nostra funzione trasformativa, senza tuttavia sentirci in dovere di risolvere ogni disagio in nome e per conto della società?

 

I tanti modi di vivere le istituzioni e il bisogno di “sentirsi pensati” dall’istituzione

Oltre alle pressioni esterne, altri motivi di tensione istituzionale hanno a che fare con i diversi modi soggettivi di vivere le vicende istituzionali e di convivere nelle istituzioni.

Le differenze possono essere connesse con la diversità dei ruoli professionali, ma possono anche essere trasversali agli stessi e  fondate, ad esempio, sui vissuti soggettivi rispetto alle regole: per alcuni può essere rassicurante il fatto di compilare moduli, calcolare con precisione l’impiego del tempo proprio o del gruppo di cui si è responsabili, o il numero di “prestazioni” effettuate, mentre altri sentono tutto ciò come un inutile fardello.

Queste diversità possono portare alla formazione di sottogruppi che si guardano con diffidenza o ostilità  Le tensioni che attraversano le istituzioni sono a volte così pervasive che è difficile distinguere se un vissuto è individuale oppure comune, se è generato dal proprio mondo interno oppure dal campo istituzionale. 

Nel considerare come le persone vivono l’istituzione bisogna anche tener conto della posizione che hanno nell’istituzione stessa. Così, ad esempio, è più facile che colleghi e colleghe in una  posizione “precaria” si sentano come fragili vascelli in un mare agitato (anche se non bisogna dare nulla per scontato: qualcuno può anche vivere i rapporti non stabilizzati come opportunità).

Ma pure chi ha un rapporto di lavoro stabile può sentire l’istituzione come una presenza ingombrante: adempimenti burocratici, ricerca ossessiva dell’efficienza a scapito dell’efficacia, direttive che a volte appaiono assurde. Allo stesso tempo l’istituzione è percepita come “assente” quando maggiormente se ne sente bisogno. Chi è quotidianamente a contatto con la sofferenza psichica , con situazioni di handicap grave, con anziani con gravi disabilità fisico-psichiche ha bisogno di “sentirsi pensato”, di non sentirsi solo ad affrontare il mandato istituzionale, che è fatto di rapporto con persone in carne ed ossa e con la loro sofferenza.  E prima ancora c’è il bisogno di “essere visti”, di avere un rispecchiamento.

 

Dispositivi di gruppo per  “pensare l’istituzione” e pensare “nell’istituzione”.

Il bisogno di “essere visti” e “sentirsi pensati”, che talvolta  non trova risposta nella catena gerarchica, può trovarla nella partecipazione ad un gruppo. Come segnala Claudio Neri, il gruppo è un corpo intermedio tra individuo e istituzione, e può svolgere funzioni di accoglienza e nutrimento, cui l’Istituzione, nei suoi aspetti gerarchici, non sempre riesce ad assolvere (C. Neri, 2016)  

Lo  stesso si può dire per la possibilità di “pensare l’istituzione”.  

Vorrei concludere sollecitando una riflessione sui dispositivi di gruppo che possono assolvere queste funzioni.

L’équipe di lavoro.

Come evitare che sia svuotata di funzioni e ridotta a puro strumento burocratico-organizzativo? 

Oltre ad essere, se le cose vanno come dovrebbero, spazio di  condivisione di vissuti e pensiero nell’istituzione (riflessione sui casi e sui problemi che man mano emergono nel corso del lavoro, sviluppo di progetti, e così via), può essere anche spazio di condivisione di sentimenti e sviluppo di pensieri rispetto all’istituzione?.

Il tema è complesso e meriterebbe da solo uno spazio specifico di approfondimento. Qui mi limito a sottolineare un aspetto caratterizzante l’èquipe multiprofessionale.  A differenza di altri gruppi più omogenei  l’èquipe ci espone all’incontro con punti di vista e “saperi” diversi. Riuscire a tollerare il “perturbante” che sempre accompagna l’immersione nel molteplice è il primo passo per contribuire a rendere l’équipe un gruppo vitale che, anche in virtù della visione multipla che consente, potrà riappropriarsi in modo originale delle idee fondanti dell’istituzione: quell’insieme di valori, regole, prassi istituzionali che non possono essere ignorate o demolite, ma che possono invece essere ri-pensate in modo creativo da un gruppo di lavoro.

Ripensare la formazione degli operatori dei servizi

       Possono gli spazi ECM, oggi prevalentemente utilizzati per la trasmissione di “tecniche”, essere ri-pensati alla luce di quanto considerato fino ad ora?

Il contributo di altri contesti istituzionali  

Le varie Società scientifiche e associazioni che hanno  finalità connesse con la ricerca e lo sviluppo delle professionalità rivolte alla ‘cura’, gli stessi Ordini professionali possono contribuire a mettere in atto dispositivi che consentano di “pensare” le istituzioni in cui si svolge il lavoro della “cura”?  Con il Seminario di questa sera stiamo provando, nell’ambito di E-spèira, a muovere qualche passo in questa direzione. 

I gruppi non formalizzati di colleghi

Claudio Neri (2016) suggerisce che anche “il piccolo gruppo di amici-colleghi”, pur  svolgendo funzioni diverse rispetto a quelle istituzionali, può offrire contenimento emotivo, condivisione, protezione, quando l’Istituzione è carente da questo punto di vista.  Se ripenso ai miei percorsi di lavoro nelle Istituzioni, mi tornano alla mente esperienze in parte simili, anche se non coincidenti, fatte in un tempo in cui tali gruppi si collocavano dinamicamente tra il polo dell’informalità  e quello della formalizzazione.  Il collante iniziale non era l’amicizia (anche se il condividere esperienze significative ha nel corso del tempo favorito la nascita di rapporti amicali), ma il desiderio comune di partecipare allo sviluppo di nuovi progetti istituzionali o di rivitalizzare quelli esistenti.  Un percorso che iniziava solitamente in modo informale, ma che tuttavia, se la partecipazione era significativa e se si verificava un riconoscimento  del contributo dato dal gruppo in termini progettuali, poteva portare ad una parziale formalizzazione del gruppo stesso nel contesto dell’Istituzione.   

IL LAVORO NELLE ISTITUZIONI – contributo di Franco Merlini al Seminario E-speira del 23 febbraio ’18

 

Pubblichiamo qui di seguito il contributo di Franco Merlini al Seminario organizzato dall'Associazione E-spèira  il 23 febbraio 2018, dal titolo IL LAVORO NELLE ISTITUZIONI: PARLIAMONE 

 

Introduzione

Vi propongo una domanda: “Il bravo operatore è colui che si è ben formato, o colui che è abbastanza guarito?”

Sappiamo che curare e prendersi cura di sé, non è mai un’operazione dissociabile, soprattutto nel nostro mestiere (questa scelta infatti permette a qualcuno di continuare a curarsi e a qualcuno di non farlo mai). Non possiamo dimenticare che il nostro è un mestiere fondato sulla complessità e sulla soggettività, che per definizione non comportano tecniche d’intervento certe e ripetibili; e questo già introduce nel nostro lavoro di tutti i giorni una dimensione di incertezza.

Nella pratica clinica, la differenza  la fa,  la diversa capacità con cui l’operatore  riesce a stare col paziente senza manipolare la relazione: espediente universale per non sostare con l’altro sull’incerto. Tant’è che la formazione, nel nostro ambito, dovrebbe aiutare a tollerare i dubbi piuttosto che illudere di eliminarli.

Che cosa distingue un operatore con una certa esperienza da un giovane che ha appena incominciato questo lavoro? Un sapere in più, l’acquisizione di un maggior numero di tecniche? Sì, forse, ma soprattutto direi la sua maggior resistenza a sopportare di non sapere.

A proposito di certi approcci teoretici nell’area della salute mentale, dice Pier Francesco Galli: “Certe verità dottrinali sono spesso una maniglia del tram attaccata al nulla: ritieni che sia il tuo sostegno e ti accorgi che la tieni sollevata tu”  (P.F.Galli “Psicoanalisi in trincea” F. Angeli 2012)

La pratica clinica, lo sostiene una certa psichiatria di indirizzo fenomenologico, non meno che la psicoanalisi e la psicologia umanistica, si “appoggia”, in ultima analisi,  su dimensioni etico-esistenziali dell’esperienza umana e in fondo ciò che la identifica come relazione d’aiuto è il particolare e specifico setting (ruoli compresi) nel quale avviene l’incontro col paziente.

In psicoanalisi, ad esempio, con la rinuncia a certe pretese di verità sull’inconscio del paziente, con il superamento del mito dell’analista-specchio, con la revisione di talune “archeologie” e “idrauliche”, e soprattutto dovendoci occupare di pazienti gravi, si è già di fatto introdotto nella pratica clinica un nuovo e più coerente paradigma etico-esistenziale che concepisce la cura come un’interazione continua e reciproca tra analista e paziente, in una logica in cui osservatore e osservato si influenzano reciprocamente.

 

Veniamo alle nostre istituzioni

La risposta è la disgrazia della domanda” …, recita un simpatico poster appeso sul muro dello studio di un caro collega al CPS!  E’ un frase di un certo Maurice Blanchot, filosofo e critico letterario, nato nel 1907 e morto nel 2003.  E già questa affermazione farebbe preoccupare tanti nostri amministratori: ma come può essere che una risposta sia la disgrazia di una domanda?

Nel contesto dei Servizi e nell’area della Salute Mentale, forse Wilfred Bion ci può aiutare. L’affermazione “Senza memoria e senza desiderio” è piuttosto nota; Bion ci consiglia di ascoltare il paziente nella maniera più libera possibile da condizionamenti interni ed esterni. Non è soltanto una indicazione per noi psicoanalisti, essa propone un principio che può ritenersi valido per qualsiasi relazione di cura che abbia a che fare con la soggettività dell’altro. In particolare l’operatore viene sollecitato a non trovarsi con delle “intenzioni” a priori nei confronti del paziente. Addirittura, dice Bion,  occorrerebbe riuscire a dimenticare ogni altra informazione relativa al paziente, biografia, storia clinica, diagnosi ecc.

Anche se è un invito a scegliere di “accecarci”, questo non vuol dire affatto “non vedere” il paziente, anzi! tutt’altro come ben sappiamo. Semplicemente, un certo “materiale”,  non dovrebbe servire all’operatore per orientarsi nella relazione col paziente e per trovare spiegazioni al suo comportamento. Questo cosa significa? Cercare di cogliere “l’attimo presente” nel qui e ora della relazione e cercare di proporsi come contenitore della mente del paziente.

È ovvio che bisogna quindi saper tollerare l’incertezza, il vuoto, l’insaturo; Bion sa quanto è difficile raggiungere questa posizione, ma sa anche quanto le nostre menti sovraccariche di dati e condizionate da essi,  distorcono ciò che si osserva.

Si tratta quindi di imparare a sopportare nel rapporto col paziente una determinata “assenza” (di giudizio, di conoscenza, di risposte), che però, in quanto espressione di autentico interesse verso l’altro, risulta essere il fondamento di ciò che possiamo chiamare autenticamente “presenza”. Bion a questo proposito fa riferimento a una sorta di “capacità negativa” come presupposto a questo tipo di accoglimento. Il termine non a caso viene ripreso dal poeta John Keats che cogliendo nel dramma Shakespiriano, l’elemento distintivo degli uomini “saggi e illuminati di stare nella incertezza della vita, nei misteri, nei dubbi, senza cercare fatti e ragioni”, ne decreta e ne esalta la rara capacità.

Questa prerogativa sembra dunque consentire di tollerare il non-sapere permettendo così di rivolgere la nostra attenzione ad aspetti dell’incontro col paziente che altrimenti verrebbero trascurati. E infatti, diamo più attenzione a ciò che viene taciuto o liquidato troppo in fretta piuttosto che a ciò che viene raccontato con chiarezza e ordinatamente.

 

Accogliere la mancanza

Medard Boss, psichiatra e psicoanalista di Zurigo, vissuto ai tempi di Freud, raccomandava di iniziare l’analisi con questa consegna al paziente: “Si manifesti!”.

Per Freud, addirittura, l’analisi cominciava con l’ingresso del paziente in casa propria, cioè ancora prima di entrare in studio. Ai miei studenti, oggi, mi capita di far loro osservare che la terapia inizia dal cellulare con cui talvolta il paziente chiama il terapeuta …!  

Qual è lo scopo di tali raccomandazioni? Ovviamente invitare l’operatore ad osservare fin dall’inizio come il paziente si pone, cosa dice spontaneamente e per prima cosa, e vedere cosa fa, quasi ancor prima di entrare in relazione con noi: insomma che si manifesti come vuole, come può. Non è eccesso di buonismo ma un modo molto diretto e facile per far sentire al paziente che è lui che viene da noi ed è lui che chiede qualcosa e ne è responsabile! Più elegantemente potrei dire che in tal modo si cerca di affermare il principio dell'asimmetria della relazione e la differenza dei ruoli.

Già da subito la nostra accoglienza risulterà quindi un po’ scomoda, inusuale ma anche il paziente coglierà la nostra massima disponibilità ad accettarlo così com’è. Lui grazie al nostro invito a "semplicemente essere" verrà stimolato a prendersi una piccola quota di responsabilità, e forse ad esporsi. Non ci dovrebbe interessare di raccogliere un’anamnesi o inquadrare immediatamente il paziente in una diagnosi, ci dovrebbe interessare di far emergere da subito la sua soggettività, meglio, la sua mancanza.

Chi si rivolge ai Servizi, oggi, non pensa più che la sua sofferenza, i suoi sintomi, siano causati da qualcosa che non va nel cervello, le nuove sofferenze psichiche, nel vissuto degli utenti hanno origine (e qui si vede quanto la cultura dell’omologazione rinforzi certe difese) da condizioni socio-economiche disagiate e da eventi relazionali stressanti: è come se dicessero "so che c’è qualche cosa che non va, ma non è dentro…è fuori!” Ovviamente sappiamo che non è così ma l’utente quando arriva, supponiamo per un disturbo d'ansia, per un disturbo ossessivo compulsivo, una depressione, è perché ciò gli causa una sorta di perdita di performance sociale che deve essere subito riacquisita. Verrà da noi come potrebbe andare da un personal trainer aspettandosi che in breve tempo lo si riporterà alla forma mentale-sociale desiderata, senza scombinarlo troppo.

Oggi la psicoterapia, ha decisamente superato quell’immaginario che la relegava in un ambito di utenza borghese e un po’chic quali erano le pazienti del primo novecento che si rivolgevano a Freud, Bleur, Jung ecc., ma contemporaneamente rischia di diventare un po’ un oggetto di consumo a cui ricorrere in caso di "necessità".  

Per certi utenti che si rivolgono ai Servizi di salute mentale (pazienti borderline, narcisisti, autistici ad alto funzionamento …che sono poi quasi la maggioranza dei pazienti) la terapia psicologica rientra in una sorta di prestazione a cui si ha diritto, è pretesa più che domandata. Pretesa, che qualche volta è inconsapevolmente rinforzata da un invio psichiatrico di tipo procedurale (la classica prescrizione farmacologica + ciclo di sedute di terapia cognitiva-comportamentale).

Il diritto alla psicoterapia è anche poi rinforzato da una politica sanitaria che considera l’utente, prima che un ammalato, uno stakeholder, cioè un “portatore di interesse”, quindi un soggetto politico che può esigere quanto gli spetta.

 

Il malato psichiatrico e la risposta delle istituzioni

Il malato psichico, soprattutto se psichiatrico, oggi, può far conto su una cultura della tolleranza che prima di Basaglia era certamente ignorata, in compenso oggi è portatore di un ideale di conformismo e di desiderio di normalità, immaginata come salute, spesso altrettanto patogene. 

Il vantaggio è fuori discussione e il concetto di disturbo psichico sembra essersi liberato dai suoi antagonisti naturali quali malattia, patologia, afflizione, ma forse anche come  sostiene Ivan Illich “la ricerca della salute è diventata essa stessa un fattore patogeno prevalente [nella eziopatogenesi della malattia]”.  (“Nemesi medica” Illich 1976).

Attenzione, non serve credere di essere “Napoleone” per rivolgersi ai Servizi, oggi, basta sentirsi “non come gli altri”; i giovani ovviamente sono i più esposti: i disturbi di personalità narcisistici, i disturbi alimentari, le nuove addiction, le dismorfofobie  ma anche il salutismo, le diete esasperate, la palestra e la cura dell’immagine, lo testimoniano.   

Se per per gli psicoanalisti il cosiddetto “mondo pulsionale” ha sempre dovuto fare i conti con il “disagio della civiltà”, da cui i pazienti di Freud si sentivano schiacciati e pagavano il conflitto con lo sviluppo di sintomi isterici; oggi sembra quasi che la dinamica si sia rovesciata: il soggetto sembra volersi liberare del proprio mondo interno per adattarsi meglio al mondo esterno, il prezzo che paga è il disturbo di personalità.

La psicopatologia (lo sappiamo) è per noi terapeuti, sostanzialmente “mancanza di soggettivazione”: ahimè, osservo che la cura proposta dai Servizi è spesso una risposta altrettanto desoggettivante. Nel senso che, l’istituzione, il sistema, oggi non risponde più in maniera custodialistica, come si diceva allora, ma per certi aspetti è ancora una risposta alienante perché risponde al sintomo ma non alla sofferenza (alla soggettività ferita): il sintomo quindi è certamente curato  ma non interrogato.

In genere i Servizi rispondono prontamente ai bisogni dei pazienti, ai loro sintomi, alle loro necessità sociali; come si dice in gergo, vengono “presi in carico” subito ma, sintomi, bisogni, domande non vengono interrogate: in genere si dà ciò che viene chiesto.

In una logica di causalistica, questo è quello che “vogliono” i pazienti (e le loro famiglie) e  questo è ciò che il "sistema" vuole.

Molti degli sforzi terapeutici che vengono profusi in psichiatria, ad esempio, vanno nella direzione di far accettare la diagnosi ma non la malattia, che è tutt’altra cosa!

Quest’ultima ovviamente ha a che fare con il desiderio, ma per l’appunto, questo è ingombrante e spesso disfunzionante per il Servizio.         Prendersene cura, “aprire” sulla soggettività, sul desiderio dell’altro, mettere in gioco il proprio, è un peso talvolta troppo faticoso da sopportare, manca il tempo per farlo, non c’è il personale, e poi non è nemmeno remunerativo dal punto di vista dei processi di aziendalizzazione nel sistema Sanità.

Qualche volta il paziente, a modo suo, inconsapevolmente, cerca di resistere a certi meccanismi automatici (e alienanti) di risposta e allora si dice che non è collaborativo, non fa compliance (guarda caso è spesso anche famacoresistente); spesso inizia fra il Servizio e il paziente un sottile braccio di ferro perché si faccia curare, ovviamente non si ricorre più a pratiche violente, ma ugualmente è un vero peccato perché interrogare invece la resistenza ai trattamenti proposti, potrebbe essere un buon inizio per far emergere un vero desidero di cura.

Sia ben chiaro non sto affatto sostenendo che gli operatori trascurino i pazienti, se ne disinteressino, siano freddi o addirittura ostili, anzi, in genere ci “mettono l’anima”, si dedicano intensamente ai loro pazienti, talvolta li “inseguono”, e fin troppo nelle loro bizzarrie; molto spesso soffrono nel vedere che i loro sforzi non producono i risultati attesi, ma, la “logica” del rispondere alla domanda invece che sulla domanda,  ovvero, intervenire su il paziente invece che incontrasi con il paziente, sembra dominare la scena di tante Istituzioni.

E’ ovvio che i pazienti, tutti i pazienti, vorrebbero che noi, in un modo o nell’altro, riparassimo quei torti, quelle disattenzioni, quelle mancanze patite, magari già a partire dalla primissima infanzia. Ma questo non lo possiamo fare. Come diceva Anna Freud: “Noi non  possiamo riparare ciò che è stato fatto all’Io ma soltanto ciò che l’Io ha fatto a se stesso”.                                                                                          

Concludendo, al netto quindi della necessità di poter contare su maggiori risorse (personale, momenti di supervisione, luoghi idonei all’incontro); su una formazione che non sia quella barbaramente coincidente coi i crediti ECM; un atteggiamento professionale che incominciasse a mettere in questione mandati sociali e richieste politiche-amministrative, sarebbe certamente la ricetta per la cura delle istituzioni (e quindi dei pazienti); ma, ciò, occorre dirlo, risulterebbe assai impopolare e sicuramente all’inizio anche deludente.

La morale è che, come ben sappiamo, riconoscersi ammalati, è il primo passo verso la salute! Ma questo è proprio quello che il “sistema” (come si diceva nel 68) avversa.

L’INCONTRO CON IL TRAUMA: riflessioni su “Una stanza tutta per lei”

di Giovanna Bosco

Premessa
Dopo uno dei seminari tenuti presso la nostra sede sul tema dell’ “indicibile”,  in cui era emersa la potenza comunicativa delle immagini mentali, particolarmente quando la relazione si fa emotivamente impegnativa, Teresa Mutalipassi ci ha inviato un interessante scritto, pubblicato all’inizio di settembre,  in cui torna con il ricordo al caso di Nina, una giovane donna con una storia di abusi e maltrattamenti alle spalle, inviata a lei per una valutazione delle sue capacità genitoriali.  Lo scritto, coinvolgente, interlocutorio e generoso nel rivelare sensazioni, difficoltà, immagini, desideri, pensieri suscitati da quell’incontro, aveva stimolato due brevi ma significativi Commenti da parte di  Luciana Monzi e Vera De Luca.
Rileggendo quello scritto a distanza di un po’ di tempo insieme ai Commenti, son stata sollecitata a riflettere su varie questioni, in particolare:

- le difficoltà emotive e relazionali cui siamo esposti quando ci viene richiesta una valutazione delle capacità genitoriali rispetto a soggetti che, prima di diventare genitori,  sono stati bambini  maltrattati o abusati e che quindi arrivano a noi con un carico di sofferenze indicibili ma inscritte nel corpo, se sappiamo ascoltarlo. Chi vediamo di fronte a noi?  Una madre inadeguata? O che va sostenuta e aiutata a svolgere le funzioni materne?  O una ragazzina mal-trattata da proteggere?  Con chi ci identifichiamo e con chi empatizziamo?  Con il figlio? Con la madre? Con la bambina segnata da mille spaventi, abbandoni e abusi che è in lei? continua a leggere…

Una stanza tutta per lei

Presentazione

Caso emblematico quello di Nina, con una storia traumatica  fatta di maltrattamenti, abusi, rifiuti fin dalla più tenera età, inviata alla collega Teresa Mutalipassi per una "valutazione delle capacità genitoriali". Adolescente nell’aspetto nonostante i suoi 25 anni, Nina riversa sull’interlocutrice un fiume di parole spezzate e accavallate, spesso incomprensibili, tanto che per cercare di capire il “groviglio spaventoso di spaventi ed abbandoni” bisogna “ascoltare e guardare anche altro” : il suo corpo minuto, cresciuto a stento, cui sembra affidare il compito di parlare per lei attraverso i tatuaggi infantili, i colori sgargianti dei capelli, le tensioni ed i dolori,  quel suo muoversi continuamente sulla sedia che evoca il “corpicino di un neonato lasciato in uno spazio vuoto, esposto e non contenuto”, e così via. “Lasciare spazio alle immagini, ai suoni e alle emozioni associate a questi è stato l’unico modo per capire qualcosa di lei e del suo mondo” ci dice Teresa.  E dopo aver segnalato che non vede per Nina la possibilità di una terapia “canonica”, si pone e pone al lettore molte importanti domande.  Si tratta dunque di uno scritto fortemente interlocutorio, continua a leggere…

IMMAGINI: riflessioni sul Seminario del 15 ottobre

di Velia Ranci

Come seguito alle nostre riflessioni sull’indicibile emerse nel Seminario di marzo abbiamo scelto per il Seminario di ottobre il tema dell’immagine.
Abbiamo fatto questa scelta perché il nostro lavoro ci ha fatto toccare con mano quanto possa essere importante un’immagine, nei momenti in cui la relazione  si fa emotivamente impegnativa e difficile. Un’immagine che ci si presenta alla mente e che riusciamo a condividere, col paziente o col gruppo, è quella che permette di dare un significato e di imprimere una svolta alla relazione e al processo terapeutico.
 
 Le esperienze evocate nel Seminario del 15 ottobre mi hanno fatto riflettere su quanto le immagini si impongano alla mente; perché si impongono, si sostituiscono al pensiero di parole, in momenti emotivamente impegnativi.  Momenti in cui si è dentro all’immagine, ci si immerge nell’immagine. Questa è l’impressione che mi ha suggerito il racconto di Pierluigi.
 Durante un’escursione in montagna Pierluigi si accorge che un masso enorme sta precipitando nella sua direzione. continua a leggere…

LA FORMAZIONE DELLE IMMAGINI: Introduzione al Seminario del 15 ottobre 2016

        di Giovanna Bosco

L’immagine è come un fiore che va trattato con delicatezza.
Darne un’interpretazione chiusa è come reciderlo dalla pianta,
per metterlo in un bicchiere dove avrà vita breve.
Soggettivare i vissuti che l’immagine suscita in ciascuno di noi
permette a nuovi fiori di sbocciare e nuovi frutti nascere,
dando inizio ad una storia aperta a nuovi sviluppi

 

 

Riporto in questo scritto la Relazione introduttiva da me tenuta il 15 ottobre 2017, integrata su alcuni punti da riflessioni successive stimolate dall’esperienza del Seminario. 

 

Una premessa
Poiché questo incontro di oggi  è la prosecuzione della riflessione comune iniziata con il Seminario del 15 marzo 2016 sui “Processi di elaborazione delle esperienze indicibili”, richiamerò brevemente, tra gli aspetti trattati nel precedente incontro, quelli che fanno da sfondo a quanto esporrò oggi, rinviando chi volesse approfondire agli scritti sull’argomento già pubblicati su questo stesso sito, e indicati in calce a questo testo:

 le immagini mentali sono il risultato di un’elaborazione non verbale e tuttavia già simbolica di molte informazioni che provengono o sono pervenute in passato dai vari canali sensoriali. Appartengono quindi alla sfera non verbale, analogica. Tuttavia differiscono dai processi di “elaborazione subsimbolica” (come li definisce Wilma Bucci), attraverso cui in modo inconsapevole e non intenzionale viene trattato il flusso continuo di sensazioni e informazioni che provengono dai nostri organi di senso e dall’interno del corpo. Pur non dando luogo a rappresentazioni, i processi “subsimbolici” hanno un grande valore e  sono alla base, tra le altre cose, dell’intuizione, un importante fattore terapeutico ‘nascosto’.

• La formazione di immagini  fa da ponte tra quel mondo sottotraccia che abbiamo definito subsimbolico - in cui vi è un flusso continuo di sensazioni che vengono dal corpo -  e il mondo delle parole, che per la loro radicale estraneità non potrebbero mai  incontrarsi tra loro. Le immagini possono svolgere questa funzione di ‘ponte’ perché da un lato mantengono l’ancoraggio al mondo dei sensi, proprio dei processi “subsimbolici”, ma allo stesso tempo hanno già in comune con le parole l’appartenenza al mondo dei simboli e delle rappresentazioni.

• Si è messo in luce nel precedente seminario che la psicoanalisi contemporanea, trovandosi a far fronte a nuove forme di disagio -  soggetti incapaci di riconoscere le loro emozioni e quelle degli altri, con limitata capacità immaginativa e prevalenza  del pensiero operativo, pratico – si è resa conto che il trattamento analitico classico, fondato sull’interpretazione verbale, con questi soggetti è poco praticabile. Questo  porta a rivalutare tutto ciò che nella relazione passa, più o meno consapevolmente, per il non verbale, in particolare la comunicazione corporea (le espressioni del volto, la voce, il ritmo, i movimenti del corpo, e così via). 

• Si è anche considerato che, nonostante il crescente interesse per la comunicazione corporea, resta la tendenza a restare difensivamente nella trincea dell’osservazione, anzichè riconoscere che anche noi siamo parte in causa, in quanto partecipiamo, per lo più inconsapevolmente, ad un fitto dialogo fatto di espressioni facciali, movimenti del corpo, tono della voce. Questo elemento di riflessione ci riguarda tutti: psicoanalisti e gruppoanalisti, arteterapeuti, formatori. Abbandonando il vertice dell’”osservazione” dell’Altro diventa possibile porci in ascolto – nel flusso delle comunicazioni da corpo a corpo – delle nostre sensazioni. Questa è la premessa perché i segnali che provengono dal nostro corpo possano trasformarsi in immagini. continua a leggere…

Seminario 12 marzo – Elaborare l’indicibile: I MATERIALI

Pubblichiamo, a cura dell’Associazione E-spèira, i materiali del Seminario del 12 marzo 2016, dal titolo: “Elaborare l’indicibile”. In questo testo il lettore potrà trovare:
-la sintesi della relazione introduttiva di Giovanna Bosco e degli interventi di Velia Ranci e Pierluigi Sommaruga
- la sintesi della discussione e delle comunicazioni che sono circolate ‘nel’ Seminario, e dei contributi scritti nati ‘dal’ Seminario e messi a disposizione da alcuni tra i partecipanti: Christian Colautti, Vera De Luca, Chiara Marazzini, Luciana Monzi, Teresa Mutalipassi.
- proposte e desideri di approfondimento
Lanciando uno sguardo verso il futuro, pensiamo di continuare la riflessione, organizzando  un secondo incontro sullo stesso tema dopo l’estate. La pubblicazione di questi materiali ha anche lo scopo di permettere a chi fosse interessato ad approfondire la questione dell’ “indicibile”, di potersi inserire in questo percorso di ricerca, e di partecipare al prossimo  incontro. 

 

Sintesi della relazione introduttiva di Giovanna Bosco

La relatrice introduce il tema del seminario segnalando due immagini – tratte dalla propria esperienza clinica, dall’attività di supervisione e dalla letteratura, che rappresentano un disagio riguardante continua a leggere…

I processi di elaborazione di esperienze ‘indicibili’ (parte 2°)

  di Giovanna Bosco

 

In questa seconda parte dell'articolo (la prima è stata pubblicata su questo sito nel luglio 2015) prendo in considerazione i contributi della Infant Research e le implicazioni per la psicoanalisi e gruppoanalisi della scoperta dei 'neuroni specchio'. Vengono poi discussi i concetti di emozione e di empatia in un’ottica di complessità, e viene messa in luce l’interdipendenza tra lo sviluppo del sistema nervoso e la qualità delle esperienze emozionali intersoggettive.

Tutto ciò ha a che fare con quell’area dell’esperienza umana che è ‘indicibile’. La stessa psicoanalisi va sempre più riconoscendo l’importanza dei ‘fattori terapeutici nascosti’, che hanno a che fare con l‘insieme di  comunicazioni non intenzionali e spesso non consapevoli, veicolate dagli aspetti prosodici del linguaggio parlato e dalle espressioni del viso e del corpo. Prendo poi in esame il concetto di ‘schema emozionale dissociato’ (W.Bucci), e faccio dei collegamenti con la mia esperienza terapeutica, esponendo due casi clinici in cui le tracce di eventi traumatici del passato, affidate ad un solo canale sensoriale, erano inizialmente esiliate in “isole di non senso”.

Nell’ultima  parte dell’articolo propongo degli elementi di riflessione, corredati da vignette cliniche, sui processi di elaborazione delle esperienze indicibili nel contesto psicoanalitico, e mi ricollego ad una domanda di Antonio Imbasciati sul posto che ha, nella formazione dell’analista, la comunicazione non verbale.  Porto infine l’attenzione sulla specificità dei processi di elaborazione nelle terapie a mediazione artistica e nelle artiterapie.

 

La scoperta dei neuroni specchio: implicazioni per la psicoanalisi e la gruppoanalisi

Si parla sempre più spesso di empatia come di un fattore fondamentale, oltreché nella relazione madre-bambino e nelle relazioni umane in genere, nel rapporto terapeutico.  La scoperta dei neuroni specchio da parte di Rizzolatti e altri (1996) toglie un po’ dell’alone mistico che ha sempre circondato questo concetto. Più in generale, tracciando nuove linee di collegamento tra fenomeni biologici e fenomeni psichici, contribuisce al superamento del pensiero dicotomizzato che per secoli l’essere umano ha avuto su se stesso, per lo meno nella cultura  occidentale, continua a leggere…

I processi di elaborazione di esperienze ‘indicibili’ – parte 1°

di Giovanna Bosco

In questo articolo parto dalla constatazione che l’esistenza e l’importanza delle esperienze emotive “indicibili”, e l’accumularsi di nuove conoscenze provenienti dalle scienze neurologiche e dalla Infant Research, oltre che dalle esperienze cliniche, impongono  una revisione rispetto alla tradizionale visione gerarchica del rapporto tra verbale e non verbale, tanto che anche all’interno della stessa Psicoanalisi la concezione del processo terapeutico come “talking cure” (cura attraverso la parola) è ormai oggetto di interrogativi e ripensamenti.
In questa prima parte, dopo aver esaminato il contributo di Wilma Bucci  alla comprensione del rapporto tra verbale e non verbale, si mette in luce come sia importante non solo riconoscere la complessa rete di comunicazioni non verbali che, indipendentemente dalla tecnica e dai codici comunicativi  adottati, passano, in modo spesso non intenzionale e inconsapevole, tra terapeuta e paziente o tra i membri di un gruppo, ma anche distanziarsi dall’idea che “elaborazione” e “verbalizzazione” vadano di pari passo. Evitando sia la sopravvalutazione della parola, poco adatta a comunicare le emozioni, sia una visione “mistica” ed autosufficiente del non verbale, il lavoro terapeutico porta a cimentarsi con la co-invenzione, con ogni paziente o gruppo,  di un “particolare” linguaggio che connetta i diversi sistemi comunicativi, che consenta di includere ed elaborare le esperienze “indicibili”, e che sia abbastanza flessibile da modificarsi nel corso del tempo. Quest'ultimo punto verrà ripreso e sviluppato nella seconda parte, in corso di preparazione.


Rileggendo gli articoli con i quali ho contribuito al Circolo on-line ed i Commenti che hanno suscitato, mi sono sentita nuovamente sollecitata a riflettere su ciò che scriveva un anno fa Luisa Salvietti a proposito del mio scritto su Corpo e Voce nell’esperienza psicoanalitica.  Con molto garbo la collega mi faceva notare che il mio scritto aveva suscitato in lei ammirazione per “la semplicità sapiente” che traspariva dalle mie parole, in particolare dai casi clinici, ma che lo sentiva carente sul piano esplicativo. continua a leggere…

Tra Psicodramma e Drammaterapia

di Giovanna Bosco

In questo scritto prendo in esame alcuni aspetti di cruciale importanza per chi utilizza il teatro nel lavoro con i gruppi – siano essi terapeutici o esperienziali o formativi – come i nodi teorico-metodoligici che riguardano l‘agire’ e il ‘gioco’, ed  espongo  alcuni tratti salienti di un metodo che nasce dall’integrazione dei contributi  a mio avviso più fecondi  provenienti da diversi approcci:   psicodramma Moreniano, psicodramma analitico e drammaterapia.      Segue la narrazione di una sessione di un gruppo esperienziale in cui si è utilizzato il teatro – inteso come spazio ludico dove ciò che avviene è sentito come profondamento’ vero’ pur essendo ‘per finta’  – per favorire il riconoscimento della ‘scena di gruppo’ e dei copioni ‘interni’ e la loro trasformazione.

 

  Nel teatro troviamo una sintesi di tutte – o quasi tutte – le forme espressive, sia verbali che extraverbali, ed è per questo che, quando in un gruppo si ricorre alla drammatizzazione, l’esperienza che ne deriva è particolarmente trasformativa, coinvolgendo contemporaneamente una molteplicità di funzioni psichiche e di aree dell’esperienza.  La drammatizzazione si fonda su un paradosso: ciò che vi avviene è profondamente vero pur essendo per finta. continua a leggere…

Psicoterapia gruppoanalitica del trauma (2° parte)

di Werner Knauss

La prima parte di questo articolo, ricevuto da Werner Knauss, è stata tradotta in italiano e pubblicata su questo sito il 28 giugno 2014. Facciamo ora seguire la seconda parte dello stesso articolo. 

La traduzione del testo è di Giovanna Bosco

 

 

Passerò ora ad un esempio clinico per illustrare come le vittime ed i responsabili di abusi sessuali possono elaborare in un gruppo misto il loro traumi derivanti dall’aver abusato sessualmente o dall’aver subito abusi.

 

6. Le vicissitudini dei processi di identificazione nella Psicoterapia Gruppoanalitica con un gruppo misto in cui sono co-presenti responsabili e vittime di abusi sessuali

La mia esperienza clinica e la Foulkes Lecture tenuta da Estela Welldon su come adeguare il trattamento al crimine (1997) mi hanno incoraggiato a intraprendere un processo inusuale. Decisi di creare, nell’ambito della mia attività professionale privata, un gruppo misto ad orientamento gruppoanalitico, che si incontrava due volte alla settimana ed era formato da nove pazienti, inclusi due responsabili e due vittime di abusi sessuali. Vi invito a seguire questi quattro pazienti ed i loro processi di identificazione – su cui mi concentrerò in questo lavoro – attraverso un percorso di psicoterapia gruppoanalitica che è durato in media due anni e mezzo.

Prima di correre il rischio di includere sia vittime che abusanti nello stesso gruppo ho preso in esame la letteratura significativa su questo argomento. La maggior parte di essa si riferiva a gruppi omogenei di vittime di abusi sessuali. Ho trovato solo due colleghi, Estela Welldon (1997) e Mathias Hirsch (2004), che riportavano processi molto promettenti realizzati in gruppi formati sia da vittime che da abusanti.

L’esperienza clinica che avevo potuto sviluppare supervisionando un’équipe che lavorava in una struttura psichiatrica forense con pazienti interni, ed inoltre facendo la supervisione ad un collega che conduceva, con una seduta settimanale, un gruppo omogeneo di pazienti esterni che erano tutti responsabili di abusi sessuali, aveva confermato il punto di vista dei miei due colleghi che i gruppi omogenei di abusanti o di vittime favoriscono meccanismi di difesa omogenei che ne limitano i risultati. Earl Hopper riferiva esperienze analoghe in un suo lavoro clinico riguardante un gruppo di sopravvissuti alla Shoah (Earl Hopper, Traumatic experiences in the unconscious life of groups).

Avevo iniziato la supervisione dell’équipe psichiatrica forense dopo un tragico incidente: continua a leggere…

Psicoterapia gruppoanalitica del trauma (1° parte)

di Werner Knauss

Pubblichiamo qui la prima parte di un articolo, scritto in inglese, ricevuto da Werner Knauss, già Presidente della Group Analytic Society (International),  

La seconda parte verrà pubblicata dopo l'estate 

La traduzione del testo è di Giovanna Bosco

 

 

1.  La Darkroom

In una performance di danza dal titolo“the Darkroom” (N.d.T.: “camera oscura” per sviluppare le pellicole, ma anche stanza oscurata di certi club privè dove si svolgono pratiche sessuali trasgressive) il protagonista assume il ruolo dello spettatore che osserva standosene in disparte. Egli desidera entrare in un gruppo di ragazzi che “vanno forte” ed è gradatamente attirato in una banda di giovani che hanno sviluppato un terribile rituale per il week-end. Con l’ausilio delle droghe e dell’alcol seducono gruppi di giovani donne in una Darkroom poi obbligano le donne ad avere rapporti sessuali con ciascuno di loro.

Pian piano il protagonista lascia la posizione dell’osservatore e viene attirato dentro il gruppo. Egli viene attaccato fisicamente, sminuito e umiliato perché è innamorato di una ragazza straniera, che viene dall’Inghilterra. Lentamente, entra in un rapporto di collusione con la banda. Infine assume il ruolo del cameraman e riprende le scene, che saranno poi vendute.

Questa performance riesce efficacemente a far sì che il pubblico assuma il ruolo, con cui la maggior parte degli spettatori si identifica, di chi osserva, stando in disparte, le terribili scene traumatiche che vengono sperimentate sulla scena e che hanno luogo tra la gang dei ragazzi e il gruppo delle ragazze. Tutti sono traumatizzati: gli autori delle violenze, le vittime e, indirettamente, il pubblico.

Durante la discussione che si svolge al termine della performance emerge chiaramente che il pubblico oscilla tra due posizioni: la rabbia suscitata dalle scene traumatiche: “perché sono costretto a guardare queste cose?” e la dissociazione espressa sotto forma di negazione: “tutto questo non ha nessun senso”. Alla fine sono sconvolti da ciò che hanno visto. Si identificano con gli autori delle violenze e con le vittime, soffrendo di controllo onnipotente, terribile ansia, impotenza e speranza che tutto ciò finisca e che i responsabili siano puniti.

E’ questo il nostro ruolo in un gruppo analitico quando uno dei pazienti descrive un trauma che ha provato. Quali sono le precondizioni per elaborare le esperienze traumatiche individuali e collettive? Quale potrebbe essere il compito di un gruppoanalista nel creare una situazione gruppoanalitica intesa come spazio sicuro in cui il trauma possa essere ricordato, descritto in ogni dettaglio ed elaborato? continua a leggere…

Corpo e voce nell’esperienza psicoanalitica

di Giovanna Bosco

Anche se nella tradizione psicoanalitica non manca l’attenzione ai fenomeni extra-verbali, fino ad ora la psicoanalisi ha per lo più ritenuto che tutto ciò che viene espresso con modalità diverse dalla parola rappresenti una regressione ai livelli primitivi (in quanto precedenti la nascita del linguaggio) dello sviluppo psichico. Da qui la tendenza a considerare il corpo del paziente – con le sue posture, la sua mimica, il gesti ripetitivi, le somatizzazioni – principalmente come oggetto di ‘osservazione’ da cui trarre indizi sui contenuti psichici ‘pre-verbali’, per poterli recuperare alla coscienza attraverso la parola.

Si tratta di un nodo problematico non più eludibile, con radici antiche nel pensiero occidentale, che richiede una profonda ri-considerazione.  La scissione corpo-mente, che pervade la nostra cultura, può essere fatta risalire a Platone. Affermando che la vera realtà è rappresentata dal mondo “ideale”, Platone stabilisce la matrice filosofica da cui deriverà la svalutazione di tutto ciò che è legato all’esperienza sensoriale, alla materia, al corpo (il mondo “sensibile”) che sarà poi ripresa dal Cristianesimo con Agostino, e successivamente da Kant.  Eppure il termine “sensibile” ha un doppio significato: si riferisce non solo a ciò che viene percepito attraverso i sensi, ma anche alla capacità di comprendere gli stati d’animo e le emozioni, proprie e altrui, il mondo della natura e dell’arte. E’ dunque presente, nel sentire comune, la connessione tra l’essere ‘radicati nel corpo’ e la capacità di provare emozioni e di conoscere l’Altro emozionalmente. continua a leggere…

L’abisso del vuoto, il tumulto del pieno

di Gloria Santone Marti

Introduzione di Giovanna Bosco
Riproponiamo qui, nel Circolo on-line, questo scritto di Gloria Santone Marti, già pubblicato nella sezione Esperienze del Bollettino E-spèira n.2. Il testo descrive due percorsi psicoterapeutici in cui si è scelto di introdurre il disegno partendo da due problemi opposti ma speculari: nel primo caso la difficoltà del paziente a comunicare con le parole, nel secondo una verbosità incessante e tumultuosa. Un 'vuoto' di cui non si intravvede il fondo e un 'troppo pieno',  che sono entrambi sentiti dalla terapeuta come rischio di sterilità, impedimento allo sviluppo di un processo realmente trasformativo.

Gloria era una psicoterapeuta che faceva parte dell’Associazione E-spèira e che aveva coraggiosamente imboccato, già alcuni anni prima della sua prematura scomparsa avvenuta alla fine del 2009, percorsi nuovi e creativi. Sono proprio i processi creativi a lanciare un ponte che può mettere in comunicazione il mondo della Psicoanalisi con quello dell’Arte, consentendo un incontro fecondo, generativo di nuove forme terapeutiche. Si potrebbe definire il lavoro che Gloria Santone Marti presenta in questo suo scritto una Psicoterapia a mediazione artistica. Si potrebbe anche parlare di Arteterapia , se non fosse che l’originalità del suo lavoro sta proprio nel fatto che esso travalica sia i canoni tradizionali della Psicoterapia ad orientamento analitico che quelli dell’Arteterapia.

Solitamente l’Arteterapia afferma di bandire dal suo orizzonte l’attività ‘interpretativa’ per focalizzarsi  soprattutto sullo sviluppo delle cosiddette risorse 'sane' del paziente, mentre in questo lavoro di Gloria Santone non si rinuncia a 'dare senso' a tutto ciò che avviene nel campo relazionale, compreso ciò che di 'inaridito' o 'sterilmente ripetitivo" emerge attraverso l’espressione grafica. Ma con una differenza sostanziale rispetto all’'ortodossia' psicoanalitica: la psicoterapeuta non si pone qui come ‘osservatrice neutrale’ che interpreta ciò che il paziente esprime sulla base di un determinato modello esplicativo della Psiche da cui discende un 'sapere già saputo'. La sua formazione, orientata in senso 'relazionale intersoggettivo' la porta invece a mettersi in gioco, a partecipare allo sviluppo di una relazione dialogica in cui entrambi i co-protagonisti si comunicano reciprocamente i loro vissuti e danno 'nuovo senso' alle rispettive espressioni grafiche.

Così ad esempio scrive l’autrice: “Andrea mi fa notare che il mio albero ha una chioma molto colorata, mentre il tronco è talmente nero da sembrare carbonizzato. Mentre disegnavo non mi ero accorta di quel contrasto: sotto qualcosa di inaridito e sopra tanta vita.  Notiamo che il disegno di Andrea è l’opposto: sotto la vita e sopra rami secchi. Nella nostra relazione è nato un primo momento di condivisione, in entrambi i disegni c’è una parte arida e una vitale (…)”  continua a leggere…

L’interpretazione nella prospettiva gruppoanalitica: il processo di “traslazione”

di Jaime Ondarza Linares

Giovanna Bosco ha voluto essere così gentile da invitarmi a scrivere un articolo in seguito al mio commento apparso su Espeira (11- VII-13) illustrandolo con esempi clinici tratti da un gruppo analitico che conduco nel mio studio.

E’ un gruppo che conduco da circa 10 anni: “slow open” nel setting gruppoanalitico sta ad indicare un gruppo inizialmente formato da 8-9 persone che man mano che finiscono la loro esperienza terapeutica vengono sostituite da nuovi membri. Tale caratteristica richiama essenzialmente il processo del “gruppo famigliare primario”, un po’ aperto alla partenza e all’arrivo di nuovi membri;  essendo tale fenomeno gruppale-esistenziale  (inizio, partenza, anche interruzione) un’esperienza da elaborare del processo terapeutico medesimo… Tornando al nostro gruppo clinico, nel momento presente non rimane alcun membro del gruppo iniziale, tranne me medesimo come terapeuta.  E’ composto attualmente da sette membri di cui riferiremo opportunamente nella seconda parte dell’articolo, esponendo  alcuni particolari clinici e cambiamenti, con particolare riferimento al Processo di Traslazione (Traslation Process) che diciamo ‘tout court’ é l’equivalente gruppoanalitico dell’interpretazione nel processo psicoanalitico duale.

La mia presente esposizione si articola col precedente mio commento fatto alla suggestiva richiesta di Giovanna Bosco, che intitolava “Dal tramonto dei modelli intrapsichici all’orientamento relazionale”, domandandosi cosa è veramente l’interpretazione nella contemporanea psicoterapia  e delineando alla fine un “confronto tra orientamento intrapsichico e orientamento relazionale”.

Sottolineo che personalmente cerco di affrontare l’argomento dalla mia posizione di gruppoanalista, continua a leggere…

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