IL CIRCOLO ON-LINE

a cura di Giovanna Bosco

I testi qui pubblicati intendono offrire una base di discussione e circolazione di idee.
Possono scrivere i propri commenti e interventi, oltre ai soci, anche altri psicologi,
psicoterapeuti, arteterapeuti,   previa registrazione

Una stanza tutta per lei

Presentazione

Caso emblematico quello di Nina, con una storia traumatica, fatta di maltrattamenti, abusi, rifiuti, fin dalla più tenera età, inviata alla collega Teresa Mutalipassi per una "valutazione delle capacità genitoriali". Adolescente nell’aspetto nonostante i suoi 25 anni, Nina riversa sull’interlocutrice un fiume di parole spezzate e accavallate, spesso incomprensibili, tanto che per cercare di capire il “groviglio spaventoso di spaventi ed abbandoni” bisogna “ascoltare e guardare anche altro” : il suo corpo minuto, cresciuto a stento, cui sembra affidare il compito di parlare per lei attraverso i tatuaggi infantili, i colori sgargianti dei capelli, le tensioni ed i dolori,  quel suo muoversi continuamente sulla sedia che evoca il “corpicino di un neonato lasciato in uno spazio vuoto, esposto e non contenuto”, e così via. “Lasciare spazio alle immagini, ai suoni e alle emozioni associate a questi è stato l’unico modo per capire qualcosa di lei e del suo mondo” ci dice Teresa.  E dopo aver segnalato che non vede per Nina la possibilità di una terapia “canonica”, si pone e pone al lettore molte importanti domande.  Si tratta dunque di uno scritto fortemente interlocutorio, che ben si presta, partendo da un’esperienza vissuta e fortemente “sentita”, a favorire l’immedesimazione e la circolazione di sensazioni, immagini, riflessioni. Ci auguriamo dunque che i lettori siano stimolati a contribuire, attraverso i  loro commenti  sul caso di Nina, allo sviluppo della riflessione sull’”indicibile” che da tempo ci vede impegnati come Associazione.

Giovanna Bosco

UNA STANZA TUTTA PER LEI

di Teresa Mutalipassi

Nel seminario del 15 ottobre 2016, dedicato alle Immagini, durante la presentazione del tema e i diversi contributi che sono venuti dai partecipanti, nella mia mente e di fronte ai miei occhi continuava ad insistere un'immagine, quella di una giovane donna che ho incontrato e rivisto per un percorso di valutazione delle capacità genitoriali. Non era un ambito terapeutico, non avevo il compito né la possibilità di avviare una relazione di cura con lei, ma i nostri incontri sono stati molto intensi e emotivamente impegnativi. Con lei mi sono sentita spesso disorientata e talvolta “sprovvista di mezzi” nel comprendere e comunicare, quando le sue parole si facevano incomprensibili e vuote e invece di spiegare mi confondevano.
Nina ha 25 anni ed è madre di un bimbo di poco più di un anno. Nina è una ragazzina, non una giovane donna anche madre. E’ piccola, minuta e il suo look è quello di un’adolescente. I capelli rasati, con un grande ciuffo che le scende sugli occhi, ogni settimana cambiano colore ma prevale il rosa, i piercing sul viso e i tatuaggi lungo il corpo, colorati e ispirati ai più classici personaggi dei film di Disney.
Nina ha avuto un’infanzia terribile, fatta di maltrattamenti anche fisici, soprattutto da parte della madre, fatta di rifiuti, di spostamenti fra la casa del padre e quella della madre, perché ingombrante, non voluta. Una bambina bistrattata e svalorizzata, a quanto pare anche oggetto di abusi sessuali in tenera età. Nina è cresciuta lo stesso, difendendosi come ha potuto da tanta sopraffazione, facendosi forza sulle sole sue forze e risorse.
Ma Nina non sa parlare. Non che non ne abbia facoltà, anzi, lei parla, anche tanto a volte, ma il suo linguaggio talvolta è incomprensibile, un fiume di parole che si spezzano e che si accavallano l’una sull’altra, fatto di espressioni gergali da adolescente e di improvvise accelerazioni seguite da sospensioni del discorso. Nina parla e allo stesso tempo si mangia le parole, spesso non si riesce a seguire il filo dei racconti, non c’è tempo e soprattutto non c’è filo, bisognerebbe continuamente fermarla per chiedere di chi sta parlando in quel momento, quando è successa quella cosa, dove era… L’ho fatto sistematicamente, per cercare di raccapezzarmi in quella folla di parole smozzicate, poi ho capito che non era sufficiente la mia attenzione minuziosa per comprendere il senso del suo parlare, avevo bisogno di ascoltare e guardare anche altro, nella trama delle parole, nelle immagini e nei sentimenti che si affollavano davanti ai miei occhi e nella mente.
Nina è il corpo che parla, un corpo che vive a fatica, diventato grande a stento, che ti rimanda un senso di fragilità e preoccupazione, che ti fa sentire sull’orlo di un baratro e ti fa pronunciare parole silenzios: come fa? come si regge in piedi, come la sua mente non è trascinata nella follia? Durante i colloqui si muove continuamente sulla sedia, si stira, si contrae, con smorfie di dolore che a volte cela dietro un sorriso falsamente divertito. Ha tanti dolori Nina, la schiena le fa male, il collo è duro, le braccia non trovano una posizione comoda, tutto si muove, come il corpicino di un neonato lasciato in uno spazio vuoto, esposto e non contenuto, incapace, da solo, di ricomporre se stesso e le sue membra e così una tensione a volte molto forte, lo pervade. Io vedo questo nella ragazza seduta di fronte a me. Non a caso, sentirei il bisogno di abbracciarla, di raccoglierla, come protezione e per darle calore. Un cucciolo impaurito, come uno dei cagnolini tatuati sulla gamba. Nina effettivamente ha problemi fisici, tanti dolori ossei, si ammala facilmente e soffre di crisi definite epilettiche, anche se mai è stata diagnosticata davvero questa patologia.
Lei racconta a modo suo un dramma di vita, dove la mancanza di uno spazio di relazione affettivo e protettivo non ha permesso di sperimentare l’incontro con l’altro come vitale ed evolutivo. Nina non riesce facilmente a comunicare con le parole perché i suoi vissuti esperienziali sono un groviglio doloroso di spaventi ed abbandoni. Come si fa a parlare di questo? La traduzione in parole rischia di rendere tutto ancora più orrendo e rinnova, presentifica quello che è stato e i sentimenti correlati. E poi, come si fa a fidarsi, a lasciarsi andare nelle braccia di un altro, quando dalle braccia dell'altro mille volte si è caduti?
Nina gioca con gli sguardi, seducenti e imbronciati, chiede aiuto e allo stesso tempo mostra di non avere bisogno di niente. Non lo dice, lo vedo. Come il giorno che arriva all’appuntamento sotto una pioggia scrosciante, senza ombrello, con il cappuccio della felpa sugli occhi, grondante di acqua. Quando apro, il suo sguardo mi dice che lei non vale neanche la precauzione di prendere un ombrello per ripararsi, che manca qualcuno che si prenda cura di lei, che pensi a cosa è meglio per lei, che anticipi i bisogni e i rischi della vita, aiutandola a conoscerli per poi gestirli da sola. Ma per Nina non è mai stato così.
Ogni tanto racconta qualche episodio delle violenze subite, come quella volta che la madre le ha spaccato un vaso in testa. Il racconto allora diventa minuzioso, ricco di particolari che colpiscono chi ascolta, ti senti sgomento e vergognoso per quella violenza di aduli incapaci e malati. Ma nei discorsi di Nina, posso per lo più ascoltare, non c’è intenzione di dialogo, né porte aperte sui sentimenti. Il racconto avviene tutto di un fiato, non c’è possibilità di inserirsi e io sento che è un copione consolidato, probabilmente già raccontato a molti altri prima di me. Non è falso ciò che racconta, però è come se l’avesse emotivamente ingabbiato in una sequenza, sempre la stessa, delle stesse parole. In questo modo può domare il dolore, aprire e velocemente chiudere una finestra sul baratro, lasciandoti impotente.
Mi sono chiesta ripetutamente quale spazio ci può essere per una relazione autentica con Nina, quale è il piano in cui può esserci un eventuale incontro con lei che possa, forse, lenire e riparare qualche ferita e aprire una possibilità “rigenerativa”, a partire proprio dal suo corpo dolente. Qui le parole dicono e non dicono, a volte vanno prese come suoni e trasmettitori di segnali più che per il loro significato letterale
Lasciare spazio alle immagini, ai suoni e alle emozioni associate a questi è stato l'unico modo per capire qualcosa di lei e del suo mondo. Io per Nina non vedo la possibilità di una terapia, per il significato canonico che diamo a questo termine. Io immagino o forse sarebbe meglio dire che sogno “una stanza dei giochi tutta per lei”, uso il termine sognare perché non è facile trovare un contesto terapeutico di questo tipo, si tratterebbe di attivare una funzione di “holding” come Winnicott l'ha indicata, una funzione materna di contenitore e sostegno,  attraverso cui provare a ri-avvicinare e accarezzare il corpo sofferente (con cautela!), tradurre quei tatuaggi in fantasia, utilizzare quei colori sgargianti che indossa per ri-provare a disegnare la sua persona.
Chi è stato così profondamente violato, spaventato e deluso nella relazione con l'altro, dove non ha trovato parole che dessero senso all'esperienza e riconoscimento alla sua persona quanto e come è avvicinabile, quanto e come potrà provare ad affidarsi per accedere alla dimensione dell'affetto e della speranza?
Per me la stanza dei giochi è prima di tutto un contenitore, uno spazio relazionale tutto da inventare. E quindi, come lo si potrebbe caratterizzare questo spazio e in quale posizione e con quale ruolo si troverebbe un terapeuta? Cosa può diventare setting che protegge e aiuta a riconoscere e quali i linguaggi e gli strumenti per avvicinare e comunicare?   Certo c'è molto su cui immaginare…..

IMMAGINI: riflessioni sul Seminario del 15 ottobre

di Velia Ranci

Come seguito alle nostre riflessioni sull’indicibile emerse nel Seminario di marzo abbiamo scelto per il Seminario di ottobre il tema dell’immagine.
 Abbiamo fatto questa scelta perché il nostro lavoro ci ha fatto toccare con mano quanto possa essere importante un’immagine, nei momenti in cui la relazione  si fa emotivamente impegnativa e difficile. Un’immagine che ci si presenta alla mente e che riusciamo a condividere, col paziente o col gruppo, è quella che permette di dare un significato e di imprimere una svolta alla relazione e al processo terapeutico.
 
 Le esperienze evocate nel Seminario del 15 ottobre mi hanno fatto riflettere su quanto le immagini si impongano alla mente; perché si impongono, si sostituiscono al pensiero di parole, in momenti emotivamente impegnativi. Momenti in cui si è dentro all’immagine, ci si immerge nell’immagine. Questa è l’impressione che mi ha suggerito il racconto di Pierluigi.
 Durante un’escursione in montagna Pierluigi si accorge che un masso enorme sta precipitando nella sua direzione. Panico. Riesce a scostarsi all’ultimo momento utile. Negli attimi tragici in cui sente di rischiare la vita, se la rivede tutta in una serie di immagini. Fuori dal tempo e dallo spazio, come in un sogno, anni e luoghi diversi in una manciata di secondi. Mi è sembrata una comunicazione di una potenza travolgente. Di questo è capace  il pensiero quando deve far fronte alla sfida dell’incomprensibile.
 Questa esperienza mi è sembrata  il prototipo di esperienze che facciamo nella vita, quando ci si presenta qualcosa che rifiuta di inserirsi nella cornice nota della nostra esistenza. Allora reagiamo cercando una presa diretta con questo qualcosa. Immedesimandoci.
 Ho visto così la comunicazione del ricordo infantile di Vera. Vera porta un ricordo di lei bambina nei pressi di una palude umida e buia, che cerca, insieme ad altri, un bambino che poi lì sarebbe stato  trovato morto.  “Che cosa può essere successo, dice Vera, “a quello che era un bambino come me?” Come  può pensare un bambino a un altro bambino come lui che scompare in una palude?  Allora sorge l’immagine che include anche lei stessa, lei che è immersa nei suoni, nell’umido della palude. E’ una comprensione quasi fisica, l’unica che viene in soccorso.
 E se necessario l’immagine si ripropone ancora e ancora, per cercare di “rappresentare” qualcosa di cui il nostro sé ha assoluto bisogno: così, nel sogno della bambina adottata, la casa si ripresenta sempre uguale: forse un modo per lei di sentire quella stabilità che le era mancata. Il sogno non è più tornato, ci dice la narratrice, quando è venuto meno questo bisogno di stabilità.
 E se questo qualcosa di misterioso ci si presenta caricato dal divieto, ce lo teniamo gelosamente contemplato dentro di noi, come un tesoro che forse un giorno potremo scoprire. Così il racconto dello “stagno della strega” di Giovanna.
 Giovanna racconta che vicino alla cascina dove è nata c’era un grande stagno circondato da un’alta e fitta vegetazione a cui le era proibito avvicinarsi perché, le diceva sua nonna “lì c’è una strega”.  Giovanna torna da adulta a cercare il “suo” stagno, che in realtà, le viene detto, era solo una pozzanghera (1)

Mi piace pensare che le immagini siano come le radici del pensiero.
 Penso agli alfabeti (cinese, egiziano…) che cercano di comunicare attraverso l’immagine della cosa o del concetto. Poi, nel tempo, gli ideogrammi si sono semplificati, come per esempio nel mandarino, quando il linguaggio scritto è diventato patrimonio di molti, e la comunicazione poteva e doveva andare più lontano. Il segno grafico ha perso allora il legame percettivo con la cosa che vuole comunicare. L’immagine ha bisogno di una certa intimità per essere comunicata. Quando si è lontani nel tempo, nello spazio, nel modo di vivere, bisogna ricorrere al racconto; affidare a tante parole il compito di suscitare nell’altro le immagini che gli sono proprie, perché anche nella sua mente cresca un pensiero che si possa riconoscere nel nostro.
 Quando si è vicini, quando c’è una buona circolarità di emozioni, come accade per esempio nella relazione terapeutica, nei gruppi terapeutici e di formazione, o nel nostro seminario, le immagini  nascono più fluide, si possono  condividere, e diventano nutrimento prezioso per tutti.

Un ultimo pensiero: riconoscendo la potenza comunicativa dell’immagine, intesa come “conoscenza attraverso i sensi di qualcosa che in quel momento non è presente” secondo la definizione del dizionario, la tecnologia ci inonda di immagini virtuali raffinatissime; un mondo di immagini, capaci di suscitare emozioni e pensieri.
 Come accogliamo questa che chiamerei oggettivazione o ostensione, ma anche distanziamento dell’immagine? Che cosa ne facciamo?  



(1)  Il racconto è riportato nello scritto La formazione delle immagini: Introduzione al Seminario, di Giovanna Bosco, in questo stesso sito.

LA FORMAZINE DELLE IMMAGINI: Introduzione al Seminario del 15 ottobre 2016

        di Giovanna Bosco

L’immagine è come un fiore che va trattato con delicatezza.
Darne un’interpretazione chiusa è come reciderlo dalla pianta,
per metterlo in un bicchiere dove avrà vita breve.
Soggettivare i vissuti che l’immagine suscita in ciascuno di noi
permette a nuovi fiori di sbocciare e nuovi frutti nascere,
dando inizio ad una storia aperta a nuovi sviluppi

 

 

Riporto in questo scritto la Relazione introduttiva da me tenuta il 15 ottobre 2017, integrata, su alcuni punti, da riflessioni stimolate dall’esperienza del Seminario, e sulle prospetttive aperte, su cui sarebbe interessante promuovere nuove occasioni di riflessione e confronto di esperienze

 

Una premessa
Poiché questo Seminario fa parte di un percorso di ricerca iniziato da tempo nell’ambito della nostra Associazione, ed in particolare è la prosecuzione della riflessione comune iniziata con il Seminario del 15 marzo 2016 sui “Processi di elaborazione delle esperienze indicibili”, richiamerò brevemente, tra gli aspetti trattati nel precedente incontro, quelli che fanno da sfondo a quanto esporrò oggi, rinviando chi volesse approfondire, agli scritti sull’argomento già pubblicati su questo stesso sito, e indicati in calce a questo testo:

 le immagini mentali sono il risultato di un’elaborazione non verbale e tuttavia già simbolica di molte informazioni che provengono o sono pervenute in passato dai vari canali sensoriali. Appartengono quindi alla sfera non verbale, analogica. Tuttavia differiscono dai processi di “elaborazione subsimbolica” (come li definisce Wilma Bucci), attraverso cui in modo inconsapevole e non intenzionale viene trattato il flusso continuo di sensazioni e informazioni che provengono dai nostri organi di senso e dall’interno del corpo. Pur non dando luogo a rappresentazioni, i processi “subsimbolici” hanno un grande valore e  sono alla base, tra le altre cose, dell’intuizione, un importante fattore terapeutico ‘nascosto’.

• La formazione di immagini  fa da ponte tra quel mondo sottotraccia che abbiamo definito subsimbolico - in cui vi è un flusso continuo di sensazioni che vengono dal corpo -  e il mondo delle parole, che per la loro radicale estraneità non potrebbero mai  incontrarsi tra loro. Le immagini possono svolgere questa funzione di ‘ponte’ perché da un lato mantengono l’ancoraggio al mondo dei sensi, proprio dei processi “subsimbolici”, ma allo stesso tempo hanno già in comune con le parole l’appartenenza al mondo dei simboli e delle rappresentazioni.

• Si è messo in luce nel precedente seminario che la psicoanalisi contemporanea, trovandosi a far fronte a nuove forme di disagio -  soggetti incapaci di riconoscere le loro emozioni e quelle degli altri, con limitata capacità immaginativa e prevalenza  del pensiero operativo, pratico – si è resa conto che il trattamento analitico classico, fondato sull’interpretazione verbale, con questi soggetti è poco praticabile. Questo  porta a rivalutare tutto ciò che nella relazione passa, più o meno consapevolmente, per il non verbale, in particolare la comunicazione corporea (le espressioni del volto, la voce, il ritmo, i movimenti del corpo, e così via). 

• Si è anche considerato che, nonostante il crescente interesse per la comunicazione corporea, resta la tendenza a restare difensivamente nella trincea dell’osservazione, anzichè riconoscere che anche noi siamo parte in causa, in quanto partecipiamo, per lo più inconsapevolmente, ad un fitto dialogo fatto di espressioni facciali, movimenti del corpo, tono della voce. Questo elemento di riflessione ci riguarda tutti: psicoanalisti e gruppoanalisti, arteterapeuti, formatori. Abbandonando il vertice dell’”osservazione” dell’Altro diventa possibile porci in ascolto – nel flusso delle comunicazioni da corpo a corpo – delle nostre sensazioni. Questa è la premessa perché i segnali che provengono dal nostro corpo possano trasformarsi in immagini. Come ho già segnalato nella mia precedente relazione, molto dipende da come noi riusciamo a porci in ascolto di ciò che sentiamo a livello corporeo, ed a considerare i segnali che vengono dal nostro corpo non come un’interferenza indesiderabile ma come qualcosa di “amichevole”, e, dando loro spazio dentro di noi, lasciamo che questo insieme di sensazioni ed emozioni embrionali si trasformino in immagini (immagini che evocano quelle emozioni non ancora “dicibili” con le parole).


La formazione delle immagini
Venendo al tema di questo incontro, vorrei sfatare alcuni luoghi comuni per poter avere qui tra noi un linguaggio condiviso:

• Le immagini non sono solo visive
Anche se solitamente si pensa che l’immagine sia unicamente di tipo visivo, ci sono immagini relative a tutti i sensi, come ad esempio quelle uditive e tattili. Dal punto di vista statistico, è noto che la maggior parte dei soggetti ha un orientamento prevalentemente “visivo”. Segue, in percentuale minore, quello “uditivo”.   
C’è da chiedersi se le immagini restino ben differenziate secondo il canale sensoriale coinvolto oppure se ci siano immagini complesse, o evolute, frutto dell’elaborazione e sintesi di esperienze che coinvolgono tanti sensi diversi.  Quale immagine si forma nella nostra mente quando pensiamo al fuoco nel camino? Come si è potuto sperimentare in presa diretta  nel seminario, oltre agli aspetti visivi (forma e colore del fuoco), c’è stato chi ha sentito anche l’odore connesso all’immagine, chi il calore che emana dal camino, chi il crepitio del fuoco. E’ nata così un’immagine complessa, comprendente l’elaborazione di elementi connessi a diversi organi di senso, oltre che al contributo di diverse “sensibilità” soggettive.

• L’immagine di ciò che si trova nel nostro campo visivo o uditivo non è semplice copia di ciò che c’è nella realtà fenomenica   Molti esperimenti indicano che anche quando guardiamo o sentiamo qualcosa che è lì, presente nel nostro campo visivo o uditivo, l’immagine mentale che ce ne formiamo coinvolge processi complessi di elaborazione in cui emergono “visioni di mondo” soggettive.  Anche questo dato ‘scientifico’ trova una conferma in esperienze che appartengono alla nostra vita quotidiana. Così ad esempio, i grattacieli  di Citylife, – sorti di recente a poca distanza dalla sede di E-spèira e ben visibili attraverso l’ampia vetrata della stanza in cui si sono tenuti i seminari – hanno dato luogo, a secondo di chi li vedeva,  a immagini assai diverse: belle e ardite opere architettoniche, o, all’opposto, elementi intrusi che chiudono lo spazio e impediscono la vista dell’orizzonte. Ne sono risultate, a seconda di chi guardava, diverse immagini, che non presentavano un carattere statico, ma sembravano piuttosto inserite in una visione funzionale: “sarebbe bello poterci abitare…”, oppure “vorrei che sparissero…”.

• La rievocazione di immagini  comporta processi di rielaborazione e trasformazione radicali. Secondo il  senso comune, quando entra in gioco la memoria, si pensa che le immagini siano qualcosa di simile a una fotografia archiviata, suscettibile di essere richiamata tal quale alla mente. In realtà il processo di rievocazione di immagini memorizzate comporta profonde trasformazioni e rielaborazioni, a volte vere e proprie deformazioni  o ricombinazioni tra loro di più immagini, che danno vita a immagini diverse da quelle originarie. Tuttò ciò ha a che fare con le nostre aspettative, i nostri desideri, scopi, le nostre emozioni,  i vissuti passati e presenti, le esperienze relazionali in cui si iscrivono e tutte le nuove esperienze che nel frattempo abbiamo fatto.

Un mio ricordo : per anni ho avuto il ricordo di un grande stagno che era a lato della cascina in cui sono nata ed ho passato i miei primissimi anni. Lo stagno era circondato da una fitta e alta vegetazione verde cupo che stendeva sull’acqua ombre viola, (“non ti avvicinare” diceva mia nonna, “lì abita una strega”, e questo suscitava in me un misto di paura e curiosità).  Un mio cuginetto appena un po’ più grande (io quattro anni, lui cinque) mi guidava lungo il perimetro dello stagno in un’avventurosa trasgressione, e colpiva la superficie dell’acqua con un ramo, forse per tenere a bada la strega, forse per stanarla. Quando da adulta sono tornata a rivedere la casa, non c’era più traccia dello stagno. Domandai cos’era successo alla nuova proprietaria, che aveva comprato la casa dalla mia famiglia anni prima. “Non c’è mai stato uno stagno”, fu la risposta. “Ma sì che c’era! me lo ricordo!”. “ah beh – concesse la mia interlocutrice – una volta, quando pioveva, lì si formava una pozzanghera”.

• Il terzo tipo di immagini è rappresentato dalle immagini di fantasia: immagini totamente ex novo,  che vanno oltre la semplice rielaborazione di qualcosa che c’è nella memoria. E’ quello che avviene nel sogno, nei sogni ad occhi aperti, nell’attività immaginativa di un artista o scienziato.
Tuttavia il confine tra questa categoria e la precedente secondo me non è sempre facile da stabilire.
Oggi non saprei dire se la mia immagine dello stagno appartiene alla sfera dei ricordi, in quanto rielaborazione soggettiva di un insieme di ricordi, magari legati a luoghi e momenti diversi, oppure se, come diceva la mia interlocutrice, non c’è mai stato uno stagno e la mia può essere considerata un’immagine puramente fantastica. Ho inoltre sperimentato  che ogni volta che ho cercato di rievocarla e condividerla con altri la mia immagine è cambiata un poco. “Chissà che delusione!”, ha commentato empaticamente una collega quando ho finito di raccontare.  Effettivamente avevo provato una cocente delusione  quando avevo scoperto che per la nuova proprietaria della casa il “mio” stagno, che aveva fatto da sfondo ad avventurose trasgressioni infantili, in un misto di paura, curiosità, segretezza, era solo una insignificante pozzanghera che compariva ogni tanto dopo la pioggia. Poi, mano a mano, è stata proprio la diversità di vedute (di immagini) tra me e la persona  che era subentrata nella casa della mia infanzia a diventare l’elemento centrale della storia, l’oggetto di curiosità, come oggetto di curiosità era stata un tempo la ‘strega’ che abitava lo stagno. 
E’ proprio nel momento in cui le nostre immagini vengono mostrate o raccontate ad altri, e dunque si incontrano con le immagini degli altri, che siamo più esposti alla ‘dis-illusione’, ma anche quello in cui possono nascere delle storie dinamiche, aperte e sempre nuovi sviluppi.

A proposito di “cervello destro” e “cervello sinistro”:
Sono diventati molto popolari, anche al di fuori degli ambienti specialistici, i concetti di ‘intelligenza emotiva’ (Goleman) e di ‘cervello emotivo’ (Le Doux). Per sottolineare la differenza funzionale tra i due emisferi, destro e sinistro, si ricorre spesso alle metafore del  “cervello ingegnere” (l’emisfero sinistro, specializzato nel pensiero logico, analitico, pratico e nel linguaggio verbale)  e del “cervello “poeta” (quello destro, specializzato nelle emozioni, nei processi analogici e intuitivi, nella elaborazione delle immagini, ecc.).
Tuttavia questa visione, che nasce da ricerche su pazienti con gravi forme di epilessia, in cui i due emisferi non potevano più comunicare tra loro perché erano stati recisi chirurgicamente i collegamenti tra le due parti, è oggi considerata troppo schematica, anche se si continua a riconoscere che c’è una predominanza di certe funzioni nell’emisfero destro e di altre in quello sinistro.  La ricerca neurobiologica sviluppatasi successivamente ha messo in luce che, se tutto funziona come dovrebbe, e se le fibre del corpo calloso sono integre, c’è un continuo scambio di informazioni tra i due emisferi, il che consente l’integrazione tra ragione ed emozioni, tra immagini e parole, tra pensiero logico e analogico, tra il sentire e il riflettere. L’integrazione tra funzioni cerebrali e modalità di pensiero diverse è fondamentale per lo sviluppo del pensiero creativo.  La mente creativa è vista come un caleidoscopio in cui vengono effettuate sempre nuove combinazioni, sia logiche che fantastiche, dando vita a nuove immagini mentali, ossia a nuovi scenari alternativi a quelli noti.

Questa è la situazione per così dire ideale. Poi, in pratica, a seconda dei soggetti, e, nella stessa persona, del momento e del contesto, vengono privilegiate modalità di pensiero analitiche e logiche, oppure globali, emozionali, immaginifiche, intuitive.

Il rapporto tra le immagini e alcune forme di disagio psichico
Entrando nel campo della sofferenza psichica o psicologica – ciò con cui la nostra professione ci porta a misurarci ogni giorno – vorrei accennare al rapporto tra le immagini e due forme di patologia:

• i soggetti cosiddetti alessitimici hanno difficoltà a riconoscere le loro emozioni e quelle degli altri (nei casi più severi sono incapaci di provare emozioni), tendono a somatizzare, hanno anche una capacità immaginativa limitata se non assente, e una prevalenza  del pensiero operativo, pratico. Quando la capacità immaginativa è spenta, come favorirne il risveglio? 

• quanto alla psicosi, nelle crisi acute le immagini perdono ogni caratteristica simbolica e vengono fatte coincidere con la realtà, diventano  qualcosa di concreto, di sensoriale.  
D’altronde anche l’allucinazione dello psicotico ci rimanda  a qualcosa che è realmente accaduto nella sua vita. Lui non lo sa, ma forse possiamo cercare di intuirlo. Così l’allucinazione che porta uno psicotico a vedere, come se fossero davvero lì, nella realtà, delle presenza ostili, degli invasori che entrano in casa sua e lo minacciano, forse rimanda a relazioni intrusive, a esperienze minacciose per la sua integrità, a qualcosa che ha realmente sperimentato, non esattamente in quei termini ma con lo stesso senso di pericolo.  E’ una metafora che lui non riconosce come metafora, per lui è la Cosa, terribilmente concreta e reale. Quando non è in fase acuta le allucinazioni possono trasformarsi in immagini o rappresentazioni di mondo fisse, che lo portano ad esempio a vedere come figura minacciosa il postino che suona alla porta di casa.  Anche nei disegni queste immagini fisse possono essere ricorrenti.
Come recuperare il valore simbolico delle immagini, il loro collegamento con il sentire e il riflettere, le loro trasformazioni all’interno di una relazione di cura?

Anche grazie alla presenza, in questo seminario, di diverse professionalità, possiamo cercare insieme di riflettere su queste questioni, e di cogliere punti di contatto e differenze tra la formazione delle immagini nel sogno, nella vita diurna, nel lavoro psicoterapeutico, nella formazione, nelle artiterapie.
Un altro punto cruciale da approfondire è il passaggio dalle immagini alle parole,
tenendo presente che ci sono specificità nei vari campi.  Così, ad esempio,  nelle artiterapie, come pure quando si ricorre al disegno nel lavoro psicoterapeutico o formativo, le immagini vengono create con mezzi materiali, non sono puramente immagini mentali, interne, ma diventano presenti anche nel mondo esterno, e questo permette, almeno in parte, di condividerle anche senza ricorrere alla descrizione verbale. Consente inoltre all’autore o autrice di ri-guardarle. L’interrogativo che attraversa il mondo variegato delle arti terapie è se sia necessario anche parlarne, e in quale modo. Negli altri contesti le immagini (i sogni, le immagini che si affacciano alla mente nella vita diurna, quelle connesse a ricordi del passato, e così via) possono essere condivise solo mettendole in parole, raccontandole, e questo ci pone da subito molti interrogativi sulle modalità del passaggio dal mondo delle immagini al il mondo delle parole. Mi auguro che potremo riprendere questi punti aperti e queste domande nel corso del nostro incontro.

Riflessioni sul seminario e prospettive aperte
Riflettendo a posteriori su come si è sviluppata nel seminario la comunicazione dopo la relazione introduttiva, mi sono resa conto che, oltre ad interrogarsi sulla natura delle proprie immagini mnestiche, c’è stato un forte desiderio di condividere immagini che rimandavano a eventi del passato (le immagini di un sogno ricorrente, oppure connesse a ricordi emotivamente intensi o ad avvenimenti traumatici e così via). Del resto raccontare ad altri è anche un modo per raccontare a sé stessi, o raccontare nuovamente a sé stessi, per arricchire di nuovo senso la propria storia, o per poter meglio elaborare vicende emotivamente impegnative. E’ anche nata, ed è stata ripresa e fatta circolare nel gruppo, un’immagine “nuova”, che da un lato aveva il suo fondamento percettivo nella realtà fenomenica presente (un piccolo fiore rosso, che nonostante la stagione, la nebbia ed il freddo, era rimasto tenacemente attaccato ad un oleandro visibile al di là della finestra),  ma allo stesso tempo assumeva una forte connotazione simbolica, emozionale e relazionale rispetto a quanto andava emergendo nella discussione di gruppo.

Restano comunque aperte le domande sul modo in cui lo psicoterapeuta, o il conduttore di un gruppo, può favorire lo sviluppo della capacità immaginativa, dove questa è spenta, oppure, nel caso della psicosi, il recupero del valore simbolico delle immagini.
Per quanto riguarda i soggetti in cui la capacità immaginativa è assente o impoverita, a mio parere molto dipende da come noi riusciamo a porci in ascolto di ciò che sentiamo a livello corporeo, lasciamo che questo insieme di sensazioni ed emozioni embrionali si trasformino in immagini ed immettiamo queste immagini nella relazione stessa, lasciando all’altro o agli altri la possibilità di “giocare” con le nostre immagini. Nella mia esperienza clinica ho potuto constatare che favorire la possibilità di giocare con le immagini che noi abbiamo messo a disposizione è un passaggio importante perché i pazienti possano iniziare a creare immagini proprie. Sarebbe interessante, in futuro, mettere a confronto esperienze e riflessioni su queste questioni.

Un altro aspetto che mi pare meriti un approfondimento è il modo in cui si accolgono le immagini, sia nel caso del paziente che ci porta un sogno, magari con l’aspettativa implicita che ne “spieghiamo” il significato, oppure quando ci viene  comunicata a parole un’immagine mentale, o ancora quando siamo di fronte ad un disegno. La questione cruciale è se noi ci sentiamo depositari del “sapere” (o sentiamo il bisogno, in un determinato momento, di affermare il nostro “sapere”), nel qual caso tenderemo a dare interpretazioni chiuse ed assertive; oppure se ci poniamo in una posizione dialogica, esprimendo cosa fa risuonare in noi soggettivamente, nel qui ed ora, quell’immagine o quel sogno, quali sensazioni, immagini, pensieri suscita in noi, e favorendo nuove connessioni con altre comunicazioni.
Quanto ai gruppi di arteterapia una funzione del conduttore, quando si ri-guardano insieme le immagine create dai vari partecipanti, è quella di promuovere, oltre ad un clima non giudicante, la consapevolezza che i pensieri, le emozioni, i ricordi che ogni partecipante esprime rappresentano semplicemente quello che in lui o lei il contatto con quell’immagine ha suscitato, e che probabilmente sarà diverso da quello che suscita in altri, favorendo così la possibilità di accogliere sensibilità e punti di vista diversi.

L’assertività del conduttore, invece, quando non produce compiacenza, suscita una speculare assertività e tendenza alla contrapposizione. 
L’immagine è come un fiore che va trattato con delicatezza. Darne un’interpretazione assertiva e chiusa è un po’ come reciderlo dalla pianta, per metterlo in un bicchiere dove avrà vita breve, mentre soggettivare i pensieri e i vissuti che l’immagine suscita in ciascuno di noi è dare inizio ad una storia aperta a nuovi sviluppi, creare le premesse perché nuovi fiori possano sbocciare e nuovi frutti nascere.


 
Per approfondimenti su quanto sintetizzato nella Premessa si rimanda ai seguenti testi pubblicati su questo stesso sito:
- I processi di elaborazione di esperienze indicibili, parte 1°, di Giovanna Bosco, 6 luglio 2015
- I processi di elaborazione di esperienze indicibili, parte  2°, di Giovanna Bosco, 12 novembre 2015
- Seminario 12 marzo: “Elaborare l’indicibile: i materiali”, a cura dell’Associazione E-spèira, 8 giugno 2016

Seminario 12 marzo – Elaborare l’indicibile: I MATERIALI

Pubblichiamo, a cura dell’Associazione E-spèira, i materiali del Seminario del 12 marzo 2016, dal titolo: “Elaborare l’indicibile”. In questo testo il lettore potrà trovare:
-la sintesi della relazione introduttiva di Giovanna Bosco e degli interventi di Velia Ranci e Pierluigi Sommaruga
- la sintesi della discussione e delle comunicazioni che sono circolate ‘nel’ Seminario, e dei contributi scritti nati ‘dal’ Seminario e messi a disposizione da alcuni tra i partecipanti: Christian Colautti, Vera De Luca, Chiara Marazzini, Luciana Monzi, Teresa Mutalipassi.
- proposte e desideri di approfondimento
Lanciando uno sguardo verso il futuro, pensiamo di continuare la riflessione, organizzando  un secondo incontro sullo stesso tema dopo l’estate. La pubblicazione di questi materiali ha anche lo scopo di permettere a chi fosse interessato ad approfondire la questione dell’ “indicibile”, di potersi inserire in questo percorso di ricerca, e di partecipare al prossimo  incontro. 

 

Sintesi della relazione introduttiva di Giovanna Bosco

La relatrice introduce il tema del seminario segnalando due immagini – tratte dalla propria esperienza clinica, dall’attività di supervisione e dalla letteratura, che rappresentano un disagio riguardante continua a leggere…

I processi di elaborazione di esperienze ‘indicibili’ (parte 2°)

  di Giovanna Bosco

 

In questa seconda parte dell'articolo (la prima è stata pubblicata su questo sito nel luglio 2015) prendo in considerazione i contributi della Infant Research e le implicazioni per la psicoanalisi e gruppoanalisi della scoperta dei 'neuroni specchio'. Vengono poi discussi i concetti di emozione e di empatia in un’ottica di complessità, e viene messa in luce l’interdipendenza tra lo sviluppo del sistema nervoso e la qualità delle esperienze emozionali intersoggettive.

Tutto ciò ha a che fare con quell’area dell’esperienza umana che è ‘indicibile’. La stessa psicoanalisi va sempre più riconoscendo l’importanza dei ‘fattori terapeutici nascosti’, che hanno a che fare con l‘insieme di  comunicazioni non intenzionali e spesso non consapevoli, veicolate dagli aspetti prosodici del linguaggio parlato e dalle espressioni del viso e del corpo. Prendo poi in esame il concetto di ‘schema emozionale dissociato’ (W.Bucci), e faccio dei collegamenti con la mia esperienza terapeutica, esponendo due casi clinici in cui le tracce di eventi traumatici del passato, affidate ad un solo canale sensoriale, erano inizialmente esiliate in “isole di non senso”.

Nell’ultima  parte dell’articolo propongo degli elementi di riflessione, corredati da vignette cliniche, sui processi di elaborazione delle esperienze indicibili nel contesto psicoanalitico, e mi ricollego ad una domanda di Antonio Imbasciati sul posto che ha, nella formazione dell’analista, la comunicazione non verbale.  Porto infine l’attenzione sulla specificità dei processi di elaborazione nelle terapie a mediazione artistica e nelle artiterapie.

 

La scoperta dei neuroni specchio: implicazioni per la psicoanalisi e la gruppoanalisi

Si parla sempre più spesso di empatia come di un fattore fondamentale, oltreché nella relazione madre-bambino e nelle relazioni umane in genere, nel rapporto terapeutico.  La scoperta dei neuroni specchio da parte di Rizzolatti e altri (1996) toglie un po’ dell’alone mistico che ha sempre circondato questo concetto. Più in generale, tracciando nuove linee di collegamento tra fenomeni biologici e fenomeni psichici, contribuisce al superamento del pensiero dicotomizzato che per secoli l’essere umano ha avuto su se stesso, per lo meno nella cultura  occidentale, continua a leggere…

I processi di elaborazione di esperienze ‘indicibili’ – parte 1°

di Giovanna Bosco

In questo articolo parto dalla constatazione che l’esistenza e l’importanza delle esperienze emotive “indicibili”, e l’accumularsi di nuove conoscenze provenienti dalle scienze neurologiche e dalla Infant Research, oltre che dalle esperienze cliniche, impongono  una revisione rispetto alla tradizionale visione gerarchica del rapporto tra verbale e non verbale, tanto che anche all’interno della stessa Psicoanalisi la concezione del processo terapeutico come “talking cure” (cura attraverso la parola) è ormai oggetto di interrogativi e ripensamenti.
In questa prima parte, dopo aver esaminato il contributo di Wilma Bucci  alla comprensione del rapporto tra verbale e non verbale, si mette in luce come sia importante non solo riconoscere la complessa rete di comunicazioni non verbali che, indipendentemente dalla tecnica e dai codici comunicativi  adottati, passano, in modo spesso non intenzionale e inconsapevole, tra terapeuta e paziente o tra i membri di un gruppo, ma anche distanziarsi dall’idea che “elaborazione” e “verbalizzazione” vadano di pari passo. Evitando sia la sopravvalutazione della parola, poco adatta a comunicare le emozioni, sia una visione “mistica” ed autosufficiente del non verbale, il lavoro terapeutico porta a cimentarsi con la co-invenzione, con ogni paziente o gruppo,  di un “particolare” linguaggio che connetta i diversi sistemi comunicativi, che consenta di includere ed elaborare le esperienze “indicibili”, e che sia abbastanza flessibile da modificarsi nel corso del tempo. Quest'ultimo punto verrà ripreso e sviluppato nella seconda parte, in corso di preparazione.


Rileggendo gli articoli con i quali ho contribuito al Circolo on-line ed i Commenti che hanno suscitato, mi sono sentita nuovamente sollecitata a riflettere su ciò che scriveva un anno fa Luisa Salvietti a proposito del mio scritto su Corpo e Voce nell’esperienza psicoanalitica.  Con molto garbo la collega mi faceva notare che il mio scritto aveva suscitato in lei ammirazione per “la semplicità sapiente” che traspariva dalle mie parole, in particolare dai casi clinici, ma che lo sentiva carente sul piano esplicativo. continua a leggere…

Tra Psicodramma e Drammaterapia

di Giovanna Bosco

In questo scritto prendo in esame alcuni aspetti di cruciale importanza per chi utilizza il teatro nel lavoro con i gruppi – siano essi terapeutici o esperienziali o formativi – come i nodi teorico-metodoligici che riguardano l‘agire’ e il ‘gioco’, ed  espongo  alcuni tratti salienti di un metodo che nasce dall’integrazione dei contributi  a mio avviso più fecondi  provenienti da diversi approcci:   psicodramma Moreniano, psicodramma analitico e drammaterapia.      Segue la narrazione di una sessione di un gruppo esperienziale in cui si è utilizzato il teatro – inteso come spazio ludico dove ciò che avviene è sentito come profondamento’ vero’ pur essendo ‘per finta’  – per favorire il riconoscimento della ‘scena di gruppo’ e dei copioni ‘interni’ e la loro trasformazione.

 

  Nel teatro troviamo una sintesi di tutte – o quasi tutte – le forme espressive, sia verbali che extraverbali, ed è per questo che, quando in un gruppo si ricorre alla drammatizzazione, l’esperienza che ne deriva è particolarmente trasformativa, coinvolgendo contemporaneamente una molteplicità di funzioni psichiche e di aree dell’esperienza.  La drammatizzazione si fonda su un paradosso: ciò che vi avviene è profondamente vero pur essendo per finta. continua a leggere…

Psicoterapia gruppoanalitica del trauma (2° parte)

di Werner Knauss

La prima parte di questo articolo, ricevuto da Werner Knauss, è stata tradotta in italiano e pubblicata su questo sito il 28 giugno 2014. Facciamo ora seguire la seconda parte dello stesso articolo. 

La traduzione del testo è di Giovanna Bosco

 

 

Passerò ora ad un esempio clinico per illustrare come le vittime ed i responsabili di abusi sessuali possono elaborare in un gruppo misto il loro traumi derivanti dall’aver abusato sessualmente o dall’aver subito abusi.

 

6. Le vicissitudini dei processi di identificazione nella Psicoterapia Gruppoanalitica con un gruppo misto in cui sono co-presenti responsabili e vittime di abusi sessuali

La mia esperienza clinica e la Foulkes Lecture tenuta da Estela Welldon su come adeguare il trattamento al crimine (1997) mi hanno incoraggiato a intraprendere un processo inusuale. Decisi di creare, nell’ambito della mia attività professionale privata, un gruppo misto ad orientamento gruppoanalitico, che si incontrava due volte alla settimana ed era formato da nove pazienti, inclusi due responsabili e due vittime di abusi sessuali. Vi invito a seguire questi quattro pazienti ed i loro processi di identificazione – su cui mi concentrerò in questo lavoro – attraverso un percorso di psicoterapia gruppoanalitica che è durato in media due anni e mezzo.

Prima di correre il rischio di includere sia vittime che abusanti nello stesso gruppo ho preso in esame la letteratura significativa su questo argomento. La maggior parte di essa si riferiva a gruppi omogenei di vittime di abusi sessuali. Ho trovato solo due colleghi, Estela Welldon (1997) e Mathias Hirsch (2004), che riportavano processi molto promettenti realizzati in gruppi formati sia da vittime che da abusanti.

L’esperienza clinica che avevo potuto sviluppare supervisionando un’équipe che lavorava in una struttura psichiatrica forense con pazienti interni, ed inoltre facendo la supervisione ad un collega che conduceva, con una seduta settimanale, un gruppo omogeneo di pazienti esterni che erano tutti responsabili di abusi sessuali, aveva confermato il punto di vista dei miei due colleghi che i gruppi omogenei di abusanti o di vittime favoriscono meccanismi di difesa omogenei che ne limitano i risultati. Earl Hopper riferiva esperienze analoghe in un suo lavoro clinico riguardante un gruppo di sopravvissuti alla Shoah (Earl Hopper, Traumatic experiences in the unconscious life of groups).

Avevo iniziato la supervisione dell’équipe psichiatrica forense dopo un tragico incidente: continua a leggere…

Psicoterapia gruppoanalitica del trauma (1° parte)

di Werner Knauss

Pubblichiamo qui la prima parte di un articolo, scritto in inglese, ricevuto da Werner Knauss, già Presidente della Group Analytic Society (International),  

La seconda parte verrà pubblicata dopo l'estate 

La traduzione del testo è di Giovanna Bosco

 

 

1.  La Darkroom

In una performance di danza dal titolo“the Darkroom” (N.d.T.: “camera oscura” per sviluppare le pellicole, ma anche stanza oscurata di certi club privè dove si svolgono pratiche sessuali trasgressive) il protagonista assume il ruolo dello spettatore che osserva standosene in disparte. Egli desidera entrare in un gruppo di ragazzi che “vanno forte” ed è gradatamente attirato in una banda di giovani che hanno sviluppato un terribile rituale per il week-end. Con l’ausilio delle droghe e dell’alcol seducono gruppi di giovani donne in una Darkroom poi obbligano le donne ad avere rapporti sessuali con ciascuno di loro.

Pian piano il protagonista lascia la posizione dell’osservatore e viene attirato dentro il gruppo. Egli viene attaccato fisicamente, sminuito e umiliato perché è innamorato di una ragazza straniera, che viene dall’Inghilterra. Lentamente, entra in un rapporto di collusione con la banda. Infine assume il ruolo del cameraman e riprende le scene, che saranno poi vendute.

Questa performance riesce efficacemente a far sì che il pubblico assuma il ruolo, con cui la maggior parte degli spettatori si identifica, di chi osserva, stando in disparte, le terribili scene traumatiche che vengono sperimentate sulla scena e che hanno luogo tra la gang dei ragazzi e il gruppo delle ragazze. Tutti sono traumatizzati: gli autori delle violenze, le vittime e, indirettamente, il pubblico.

Durante la discussione che si svolge al termine della performance emerge chiaramente che il pubblico oscilla tra due posizioni: la rabbia suscitata dalle scene traumatiche: “perché sono costretto a guardare queste cose?” e la dissociazione espressa sotto forma di negazione: “tutto questo non ha nessun senso”. Alla fine sono sconvolti da ciò che hanno visto. Si identificano con gli autori delle violenze e con le vittime, soffrendo di controllo onnipotente, terribile ansia, impotenza e speranza che tutto ciò finisca e che i responsabili siano puniti.

E’ questo il nostro ruolo in un gruppo analitico quando uno dei pazienti descrive un trauma che ha provato. Quali sono le precondizioni per elaborare le esperienze traumatiche individuali e collettive? Quale potrebbe essere il compito di un gruppoanalista nel creare una situazione gruppoanalitica intesa come spazio sicuro in cui il trauma possa essere ricordato, descritto in ogni dettaglio ed elaborato? continua a leggere…

Corpo e voce nell’esperienza psicoanalitica

di Giovanna Bosco

Anche se nella tradizione psicoanalitica non manca l’attenzione ai fenomeni extra-verbali, fino ad ora la psicoanalisi ha per lo più ritenuto che tutto ciò che viene espresso con modalità diverse dalla parola rappresenti una regressione ai livelli primitivi (in quanto precedenti la nascita del linguaggio) dello sviluppo psichico. Da qui la tendenza a considerare il corpo del paziente – con le sue posture, la sua mimica, il gesti ripetitivi, le somatizzazioni – principalmente come oggetto di ‘osservazione’ da cui trarre indizi sui contenuti psichici ‘pre-verbali’, per poterli recuperare alla coscienza attraverso la parola.

Si tratta di un nodo problematico non più eludibile, con radici antiche nel pensiero occidentale, che richiede una profonda ri-considerazione.  La scissione corpo-mente, che pervade la nostra cultura, può essere fatta risalire a Platone. Affermando che la vera realtà è rappresentata dal mondo “ideale”, Platone stabilisce la matrice filosofica da cui deriverà la svalutazione di tutto ciò che è legato all’esperienza sensoriale, alla materia, al corpo (il mondo “sensibile”) che sarà poi ripresa dal Cristianesimo con Agostino, e successivamente da Kant.  Eppure il termine “sensibile” ha un doppio significato: si riferisce non solo a ciò che viene percepito attraverso i sensi, ma anche alla capacità di comprendere gli stati d’animo e le emozioni, proprie e altrui, il mondo della natura e dell’arte. E’ dunque presente, nel sentire comune, la connessione tra l’essere ‘radicati nel corpo’ e la capacità di provare emozioni e di conoscere l’Altro emozionalmente. continua a leggere…

L’abisso del vuoto, il tumulto del pieno

di Gloria Santone Marti

Introduzione di Giovanna Bosco
Riproponiamo qui, nel Circolo on-line, questo scritto di Gloria Santone Marti, già pubblicato nella sezione Esperienze del Bollettino E-spèira n.2. Il testo descrive due percorsi psicoterapeutici in cui si è scelto di introdurre il disegno partendo da due problemi opposti ma speculari: nel primo caso la difficoltà del paziente a comunicare con le parole, nel secondo una verbosità incessante e tumultuosa. Un 'vuoto' di cui non si intravvede il fondo e un 'troppo pieno',  che sono entrambi sentiti dalla terapeuta come rischio di sterilità, impedimento allo sviluppo di un processo realmente trasformativo.

Gloria era una psicoterapeuta che faceva parte dell’Associazione E-spèira e che aveva coraggiosamente imboccato, già alcuni anni prima della sua prematura scomparsa avvenuta alla fine del 2009, percorsi nuovi e creativi. Sono proprio i processi creativi a lanciare un ponte che può mettere in comunicazione il mondo della Psicoanalisi con quello dell’Arte, consentendo un incontro fecondo, generativo di nuove forme terapeutiche. Si potrebbe definire il lavoro che Gloria Santone Marti presenta in questo suo scritto una Psicoterapia a mediazione artistica. Si potrebbe anche parlare di Arteterapia , se non fosse che l’originalità del suo lavoro sta proprio nel fatto che esso travalica sia i canoni tradizionali della Psicoterapia ad orientamento analitico che quelli dell’Arteterapia.

Solitamente l’Arteterapia afferma di bandire dal suo orizzonte l’attività ‘interpretativa’ per focalizzarsi  soprattutto sullo sviluppo delle cosiddette risorse 'sane' del paziente, mentre in questo lavoro di Gloria Santone non si rinuncia a 'dare senso' a tutto ciò che avviene nel campo relazionale, compreso ciò che di 'inaridito' o 'sterilmente ripetitivo" emerge attraverso l’espressione grafica. Ma con una differenza sostanziale rispetto all’'ortodossia' psicoanalitica: la psicoterapeuta non si pone qui come ‘osservatrice neutrale’ che interpreta ciò che il paziente esprime sulla base di un determinato modello esplicativo della Psiche da cui discende un 'sapere già saputo'. La sua formazione, orientata in senso 'relazionale intersoggettivo' la porta invece a mettersi in gioco, a partecipare allo sviluppo di una relazione dialogica in cui entrambi i co-protagonisti si comunicano reciprocamente i loro vissuti e danno 'nuovo senso' alle rispettive espressioni grafiche.

Così ad esempio scrive l’autrice: “Andrea mi fa notare che il mio albero ha una chioma molto colorata, mentre il tronco è talmente nero da sembrare carbonizzato. Mentre disegnavo non mi ero accorta di quel contrasto: sotto qualcosa di inaridito e sopra tanta vita.  Notiamo che il disegno di Andrea è l’opposto: sotto la vita e sopra rami secchi. Nella nostra relazione è nato un primo momento di condivisione, in entrambi i disegni c’è una parte arida e una vitale (…)”  continua a leggere…

L’interpretazione nella prospettiva gruppoanalitica: il processo di “traslazione”

di Jaime Ondarza Linares

Giovanna Bosco ha voluto essere così gentile da invitarmi a scrivere un articolo in seguito al mio commento apparso su Espeira (11- VII-13) illustrandolo con esempi clinici tratti da un gruppo analitico che conduco nel mio studio.

E’ un gruppo che conduco da circa 10 anni: “slow open” nel setting gruppoanalitico sta ad indicare un gruppo inizialmente formato da 8-9 persone che man mano che finiscono la loro esperienza terapeutica vengono sostituite da nuovi membri. Tale caratteristica richiama essenzialmente il processo del “gruppo famigliare primario”, un po’ aperto alla partenza e all’arrivo di nuovi membri;  essendo tale fenomeno gruppale-esistenziale  (inizio, partenza, anche interruzione) un’esperienza da elaborare del processo terapeutico medesimo… Tornando al nostro gruppo clinico, nel momento presente non rimane alcun membro del gruppo iniziale, tranne me medesimo come terapeuta.  E’ composto attualmente da sette membri di cui riferiremo opportunamente nella seconda parte dell’articolo, esponendo  alcuni particolari clinici e cambiamenti, con particolare riferimento al Processo di Traslazione (Traslation Process) che diciamo ‘tout court’ é l’equivalente gruppoanalitico dell’interpretazione nel processo psicoanalitico duale.

La mia presente esposizione si articola col precedente mio commento fatto alla suggestiva richiesta di Giovanna Bosco, che intitolava “Dal tramonto dei modelli intrapsichici all’orientamento relazionale”, domandandosi cosa è veramente l’interpretazione nella contemporanea psicoterapia  e delineando alla fine un “confronto tra orientamento intrapsichico e orientamento relazionale”.

Sottolineo che personalmente cerco di affrontare l’argomento dalla mia posizione di gruppoanalista, continua a leggere…

Andar per gruppi

di Giovanna Bosco

Non ho saputo resistere alla tentazione di prendere a prestito da Lo Verso (1998) l’espressione “andar per gruppi”, perché questa immagine è fortemente evocativa.

Anzitutto ha suscitato in me il pensiero che la nostra stessa vita è un “andar per gruppi”: dal gruppo familiare in cui abbiamo fatto le nostre prime esperienze sin dal momento in cui ci siamo affacciati al mondo, a tutti gli altri gruppi di cui abbiamo via via fatto parte, diventando ciò che ora siamo.

Pensando poi al gruppo come strumento di intervento nell’ambito della psicoterapia, delle artiterapie, della formazione, ecc. “andar per gruppi” ci parla del fatto che chi intende lavorare nel setting di gruppo deve sapersi muovere e orientare tra una vasta gamma di gruppi.
Ci sono gruppi aperti e gruppi chiusi; gruppi di breve o media durata e gruppi in cui i componenti possono restare finché ne sentono il bisogno ed il desiderio; gruppi “di parola” e gruppi che ricorrono in modo prevalente a forme di espressione e comunicazione non verbale; gruppi dalla composizione diversificata e gruppi omogenei. L’elenco dei possibili gruppi omogenei è pressochè infinito: adolescenti, donne, genitori, oppure soggetti che hanno in comune un passaggio critico della vita, come la menopausa, o una specifica problematica o sofferenza, come nel caso di una particolare malattia o di un lutto o della dipendenza da droga, fumo o alcool.  

Il contesto non è solo e necessariamente quello terapeutico. Come del resto metteva in luce già Foulkes (1975), riconosciuto come il fondatore della Gruppoanalisi europea, i principi gruppoanalitici possono essere applicati non solo ai gruppi terapeutici ma anche a molti altri tipi di gruppi continua a leggere…

Genitori in gruppo

di Velia Bianchi Ranci

 

1. Il mio bambino ha un problema

Tutti i terapeuti infantili sanno quanto è difficile aiutare i genitori ad accettare la psicoterapia per il figlio. Perché è difficile, più in generale, per un genitore, accettare che il proprio figlio manifesti qualche aspetto di inadeguatezza.
"Ogni volta che un bambino è in difficoltà, di qualsiasi grado sia questa difficoltà, la capacità genitoriale è minacciata” – dice Trudy Klauber (1998) . Si genera nei genitori incertezza ed ansietà, che si rimanda al bambino, in una spirale discendente che peggiora sempre più la situazione.
Quando poi il problema riguarda la salute mentale del bambino questa dinamica è ancora più potente, per la paura inconscia di averlo danneggiato, e il senso di colpa che ne deriva. L'indicazione ad una psicoterapia può essere letta dai genitori come la conferma di questo danno e della loro colpa, prima che come un aiuto al loro bambino.
I genitori di questi bambini hanno quindi sempre bisogno di essere aiutati, prima di tutto  a recuperare fiducia nella loro capacità genitoriale. continua a leggere…

A proposito di relazione e interpretazione …

(Abbiamo ricevuto, come Commento all'articolo di Giovanna Bosco dal titolo "Dal tramonto dei modelli intrapsichici all'orientamento relazionale", questo contributo di Pierluigi Sommaruga.  Per l'ampiezza delle riflessioni e l'interesse dell'esperienza clinica cui fa riferimento, si è ritenuto opportuno pubblicarlo come un vero e proprio intervento)

di Pierluigi  Sommaruga

      Sullo scritto di Giovanna Bosco  "Dal tramonto dei modelli intrapsichici all'orientamento relazionale" ci sarebbe molto da dire, ma ciò che mi ha più colpito è un preciso riferimento al “relazionale” usato come etichetta. Condivido il suo excursus sull’evoluzione della psicoanalisi, quasi parallelo a un bell’articolo di Imbasciati sullo stesso soggetto pubblicato a marzo su “Gli Argonauti”, ma mi chiedo con lei perché  questo concetto che sembra così elementare vada riscoperto continuamente nelle scienze umane.

       In realtà la ricerca di un modello è sempre stata un'attrazione irresistibile per tutti coloro (filosofi, antropologi, biologi, psicologi, psichiatri) che si sono chiesti perché siamo fatti così. Un modello potente è stato quello genetico, che come l’Araba Fenice viene demolito per ricomparire più vivo che mai (specie nella letteratura popolare con l’annuncio che è stato scoperto il gene del….) anche se oggi si sa che l’azione di un gene si esplica solo in relazione all’ambiente che la circonda  e il gene stesso può modificarsi e diventare altro in particolari circostanze della sua vita. Non a caso oggi non si parla tanto di genetica ma piuttosto di epigenetica.

       Così nella teorizzazione psicoanalitica non ci si riferisce più a dei modelli intrapsichici individuali ma a dei modelli relazionali. Ma è come la scoperta dell’acqua calda: continua a leggere…

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