IL CIRCOLO ON-LINE

a cura di Giovanna Bosco

I testi qui pubblicati intendono offrire una base di discussione e circolazione di idee.
Possono scrivere i propri commenti e interventi, oltre ai soci, anche altri psicologi,
psicoterapeuti, arteterapeuti,   previa registrazione

MIGRAZIONI E ANGOSCE PERSECUTORIE nelle popolazioni che ricevono i migranti

di Giovanna Bosco

Come professionisti della salute non possiamo ignorare i danni alla salute collettiva che la narrazione Salviniana sulle migrazioni sta causando: de-umanizzazione dell’Altro da sé; creazione di capri espiatori cui addossare stabilmente la colpa di ogni malessere personale e sociale, con conseguente perdita di contatto con il proprio Sé e la propria essenza umana.

Chi fa il nostro lavoro si rende conto  che non è sufficiente contrapporre informazioni e dati di realtà alla narrazione deformante sulle migrazioni o sulla presenza di gruppi etnici come i Rom. E’ una narrazione il cui appeal sta proprio nel ridurre fenomeni complessi sia sul piano politico-sociale che sul piano emozionale a spiegazioni semplificatrici e banalizzanti, che esonerano dalla fatica di pensare e riconoscere la propria e altrui umana fragilità (da cui discende il bisogno reciproco, che ci chiama a con-vivere con le differenze), creando l’illusione che basti affidarsi ad un leader carismatico ed alle sue “ricette semplici”: basta chiudere i porti, respingere i migranti,  demolire senza tanti riguardi i campi Rom, battere il pugno sul tavolo, far sentire il tintinnio delle manette.  E tutto si risolverà magicamente, e la nostra illusione di autosufficienza onnipotente sarà restaurata. 

I fenomeni di gruppo indicati da Bion con il nome di  “assunti di base” sembrerebbero trovare nel presente la loro massima espressione a livello macrosociale.  Bion, attraverso le sue esperienze di lavoro con i gruppi, osservò che spesso la capacità del gruppo di pensare e relazionarsi  in modo costruttivo è oscurata da fenomeni, da lui considerati fortemente patologici e regressivi, che portano  a vivere una dimensione illusionale, in cui le differenze individuali e le imperfezioni vengono azzerate e il gruppo attribuisce ad un leader carismatico (solitamente il conduttore) poteri salvifici o di protezione dalle minacce esterne (che altro non sono che l’esternalizzazione della propria rabbia e delle proprie tendenze distruttive).

 E’ stato osservato che non necessariamente e non in tutti i gruppi si manifestano con tanta radicalità gli “assunti di base” bioniani.  Pierluigi Sommaruga (1) ad esempio, avanza l’ipotesi che questi fenomeni abbiano a che fare, nei gruppi clinici, con la personalità del conduttore e con il contesto. In effetti le esperienze di Bion con i gruppi si sono svolte in un contesto militare con reduci traumatizzati dalla partecipazione alla seconda guerra mondiale, e Bion, oltre ad essere uno psicoanalista e psichiatra, era un ufficiale dell’esercito, aveva una figura alta e imponente, in sostanza poteva facilmente essere vissuto come Autorità cui affidarsi ponendosi in un rapporto di completa dipendenza.   Se è così, possiamo capire come l’avere una veste istituzionale realmente potente, come avviene oggi in varie parti del mondo dove leader politici dalle limitate competenze progettuali ma dal forte carisma sono diventati capi di stato o  membri influenti del governo, può facilmente creare le condizioni per riprodurre a livello macrosociale i fenomeni descritti da Bion.

Mentre in un gruppo terapeutico il conduttore ha cura di valorizzare gli aspetti di “stato nascente” che accompagnano la fase illusionale, senza tuttavia compiacersi del forte investimento nei suoi confronti, ma al contrario accompagna il gruppo verso assetti più evoluti,  i leader politici carismatici, che non sono ovviamente mossi  da intenti di “cura” ma piuttosto di conservazione e rafforzamento del proprio potere, che si compiacciono di avere molti seguaci, e che attraverso la loro presenza quotidiana sui social media hanno un potere di influenzamento enorme, tendono ad alimentare continuamente ed a sfruttare a proprio vantaggio  la paura dello straniero e del diverso da sé.  Gli adoratori del leader carismatico abdicano ad ogni capacità critica e riflessiva, aderiscono ad un gioco perverso di rovesciamento del vero e del falso, e di inversione dei criteri etici, pur di non aprire falle nelle fitta rete dei pre-giudizi che definiscono la propria appartenenza.   

Così l’incapacità di riconoscere la sofferenza causata all’Altro, che nella sua diversità è visto come  presenza perturbante, potenzialmente “infetta”, da respingere per escluderla dal proprio orizzonte psichico oltre che fisico e geografico, è il primo passo su un  terreno inclinato che ci può far scivolare verso qualcosa che oggi sembra impensabile:  quella “banalità del male”, di cui scrisse Hannah Arendt  nel tentativo di comprendere le immani crudeltà commesse con indifferenza e precisione ragionieristica dai gerarchi nazisti nel secolo scorso, mentre i più giravano la testa dall’altra parte.

Forse solo la narrazione poetica può riaprire varchi di umanità, mitigando le  angosce persecutorie che i fenomeni migratori inevitabilmente suscitano in chi si trova a ricevere i migranti, ma che oggi vengono, non solo nel nostro paese, alimentate e usate ad arte da una cinica narrazione politica.

Per questo riproponiamo qui di seguito un emozionante e poetico testo di  Ugo Giansiracusa, scritto e pubblicato nel 2009, ma ancora oggi tremendamente attuale. 

1)  Sommaruga P. “Le dinamiche di gruppo”, in Quaderni E-spèira n. 1, 1999

Amed: storia di un viaggio senza approdo

di Ugo Giansiracusa

Riproponiamo qui, per gentile concessione dell'autore, un  testo di Ugo Giansiracusa, scritto e pubblicato nel 2009, ma ancor oggi attuale. Non solo per i suoi contenuti, ma per la qualità poetica della scrittura, che trascende i significati convenzionali del linguaggio scritto per farsi

"parola piena", emozione, immagine. Per noi che da tempo ci occupiamo  dell'indicibile, è forse questo l'unico modo per riaprire varchi di

umanità là dove si agitano i vessilli della paura e del disprezzo.

 

AMED, STORIA DI UN VIAGGIO SENZA APPRODO

Prendiamo a prestito un nome. Prendiamo a prestito una storia. Una storia di ieri. Una storia che comincia domani. L’intreccio e la trama di questa storia non sono altro che destini che sfuggono al nostro controllo. Il finale, quello, l’abbiamo già scritto.

Amed viveva nel suo villaggio in un paese dell’Africa. Ogni giorno una lotta per la sopravvivenza. Ma come suo padre e suo nonno Amed aveva imparato a evitare la morte e rispettarla. Almeno fino a quando della gente non è arrivata al villaggio mentre lui era a pascolare le sue vacche. Quella gente doveva essere posseduta dai demoni perchè hanno ucciso tutti nel villaggio. Che fossero uomini o bambini o donne o anziani, li hanno uccisi tutti. Quando Amed è tornato a casa la sua mente è stata spazzata da una follia nera e impastata. Lo trovarono in mezzo all’erba che urlava come un animale divorato mentre era vivo.

Passò molto tempo prima che la mente di Amed tornasse limpida come acqua. E lui imparò che gli uomini con i demoni dentro erano di un altro popolo. Che questo popolo era diventato potente. Imparò che lui e quello che restava della sua gente doveva scappare se non voleva essere uccisa. E Amed partì. Verso il deserto. Con altri disperati come lui.

Ma il deserto non ha morale. Il deserto è feroce senza dover far nulla. E chi era debole moriva. E insieme a loro un pezzo di Amed. Morivano di fame. Di sete. Di caldo. O semplicemente perchè non avevano più la forza di vivere. Ma nelle notti intorno al fuoco ci si faceva coraggio. Si parlava di una terra dove c’era sempre erba verde. Dove l’acqua scorre dentro le case. Dove non c’è fame. L’ultimo giorno prima di arrivare al mare Amed contò i suoi compagni intorno al fuoco. Erano partiti quaranta e ora c’erano solo quindici ombre sulla sabbia.

Il giorno dopo Amed mischiava all’acqua salata del mare quella dei suoi occhi. Mentre le dita delle mani stringevano la sabbia bagnata fino a farla scricchiolare. Ma non era ancora arrivato. Dopo il deserto bisognava attraversare il mare. E nascondersi. Si, nascondersi. Se lo trovavano in quel paese straniero lo rimandavano indietro sui camion. E allora tutto sarebbe stato inutile. Per mesi interi Amed lavorò. I lavori più duri. I lavori più schifosi. Quelli più pericolosi. Ciò che non serviva per sopravvivere veniva messo da parte. Bisognava pagare un posto in una barca. E quel posto valeva molti soldi. Valeva una speranza. Una vita.

Passarono i mesi. E ancora altri mesi. Paura e ricordi che non facevano dormire e quella inspiegabile voglia di vivere. Di restare vivo. Forse perchè Dio aveva voluto così e Amed non faceva altro che obbedire a chi aveva scritto il suo destino. E quando i soldi furono abbastanza Amed si mise insieme ad altri uomini e donne in riva al mare, dove gli avevano detto, ad aspettare. Giorni e notti ad attendere guardando le onde e la gente raccontava. Gli uomini con i demoni dentro erano ovunque. Amed ascoltava e imparava che per quanto fosse grande il mondo le storie erano uguali. Imparava nomi di persone morte e li ripeteva per farli vivere. La sua preghiera del mattino erano nomi. La sua preghiera della sera erano nomi. E in mezzo il proprio, per non dimenticarlo, per non farlo scappare.

E fu la mattina della partenza. Cinquanta persone in una nave di dieci metri. Solo lo spazio per sedersi. Niente di più. Il sole, il rumore delle onde e del motore e la terra che si allontava. La sua terra. Nessuna scelta se non la vita o la morte. Nessuna scelta per Amed.

Il mare è come un deserto, scoprì Amed. Una donna poco lontano con il suo bambino. Ma non c’è latte nei suoi seni e da giorni il bambino stringe mammelle vuote. Il primo giorno piangeva forte. Il secondo giorno piangeva. E quando ci fu silenzio la donna cullava un corpo senza vita. Nessuno trovava coraggio di toglierlo dal petto e lasciarlo scivolare in mare. Lo fece Amed. E la sua anima rimase negli occhi vuoti della donna. Un’altro nome nelle sue preghiere. Ancora un’altro nome.

Quando la nave grigia di ferro si avvicina tutti si alzano. Una festa triste tra gli uomini e le donne che hanno resistito. Una festa che dura poco. Fanno scendere bottiglie di acqua e cibo. Fanno cambiare la rotta alla nave. Fanno tornare Amed e gli altri da dove sono venuti. Da quella terra senza scelta. Una bandiera con dei bei colori sulla nave grigia. Il bianco come i denti della sua amata quando rideva. Il rosso come il sole che tramonta e il verde dell’erba. Bei colori su quella bandiera che riporta Amed alla sua terra senza scelta

IL LAVORO NELLE ISTITUZIONI: contributo di Giovanna Bosco al Seminario E-spèira del 23 febbraio ’18

 

Alle radici di un ossimoro

Ogni volta che mi soffermo a ripensare le mie esperienze nelle istituzioni, o che ascolto un gruppo di colleghi parlare delle istituzioni in cui lavorano, ho la sensazione di addentrarmi in un luogo pieno di contrasti e contraddizioni, di luci e di ombre, che solo degli ossimori possono  racchiudere e tenere insieme:  gusto dolceamaro? chiarezza tenebrosa? espansione vincolata? 

Le istituzioni sono oggetti complessi, e non è facile conoscerle,  non solo per il rapporto ambivalente che spesso abbiamo con le forme di organizzazione sociale fondate su norme e consuetudini vincolanti, ma anche per la intrinseca  contradditorietà delle istituzioni. continua a leggere…

IL LAVORO NELLE ISTITUZIONI – contributo di Franco Merlini al Seminario E-speira del 23 febbraio ’18

 

Pubblichiamo qui di seguito il contributo di Franco Merlini al Seminario organizzato dall'Associazione E-spèira  il 23 febbraio 2018, dal titolo IL LAVORO NELLE ISTITUZIONI: PARLIAMONE 

 

Introduzione

Vi propongo una domanda: “Il bravo operatore è colui che si è ben formato, o colui che è abbastanza guarito?”

Sappiamo che curare e prendersi cura di sé, non è mai un’operazione dissociabile, soprattutto nel nostro mestiere (questa scelta infatti permette a qualcuno di continuare a curarsi e a qualcuno di non farlo mai). Non possiamo dimenticare che il nostro è un mestiere fondato sulla complessità e sulla soggettività, che per definizione non comportano tecniche d’intervento certe e ripetibili; e questo già introduce nel nostro lavoro di tutti i giorni una dimensione di incertezza.

Nella pratica clinica, la differenza  la fa,  la diversa capacità con cui l’operatore  riesce a stare col paziente continua a leggere…

L’INCONTRO CON IL TRAUMA: riflessioni su “Una stanza tutta per lei”

di Giovanna Bosco

Premessa
Dopo uno dei seminari tenuti presso la nostra sede sul tema dell’ “indicibile”,  in cui era emersa la potenza comunicativa delle immagini mentali, particolarmente quando la relazione si fa emotivamente impegnativa, Teresa Mutalipassi ci ha inviato un interessante scritto, pubblicato all’inizio di settembre,  in cui torna con il ricordo al caso di Nina, una giovane donna con una storia di abusi e maltrattamenti alle spalle, inviata a lei per una valutazione delle sue capacità genitoriali.  Lo scritto, coinvolgente, interlocutorio e generoso nel rivelare sensazioni, difficoltà, immagini, desideri, pensieri suscitati da quell’incontro, aveva stimolato due brevi ma significativi Commenti da parte di  Luciana Monzi e Vera De Luca.
Rileggendo quello scritto a distanza di un po’ di tempo insieme ai Commenti, son stata sollecitata a riflettere su varie questioni, in particolare:

- le difficoltà emotive e relazionali cui siamo esposti quando ci viene richiesta una valutazione delle capacità genitoriali rispetto a soggetti che, prima di diventare genitori,  sono stati bambini  maltrattati o abusati e che quindi arrivano a noi con un carico di sofferenze indicibili ma inscritte nel corpo, se sappiamo ascoltarlo. Chi vediamo di fronte a noi?  Una madre inadeguata? O che va sostenuta e aiutata a svolgere le funzioni materne?  O una ragazzina mal-trattata da proteggere?  Con chi ci identifichiamo e con chi empatizziamo?  Con il figlio? Con la madre? Con la bambina segnata da mille spaventi, abbandoni e abusi che è in lei? continua a leggere…

Una stanza tutta per lei

Presentazione

Caso emblematico quello di Nina, con una storia traumatica  fatta di maltrattamenti, abusi, rifiuti fin dalla più tenera età, inviata alla collega Teresa Mutalipassi per una "valutazione delle capacità genitoriali". Adolescente nell’aspetto nonostante i suoi 25 anni, Nina riversa sull’interlocutrice un fiume di parole spezzate e accavallate, spesso incomprensibili, tanto che per cercare di capire il “groviglio spaventoso di spaventi ed abbandoni” bisogna “ascoltare e guardare anche altro” : il suo corpo minuto, cresciuto a stento, cui sembra affidare il compito di parlare per lei attraverso i tatuaggi infantili, i colori sgargianti dei capelli, le tensioni ed i dolori,  quel suo muoversi continuamente sulla sedia che evoca il “corpicino di un neonato lasciato in uno spazio vuoto, esposto e non contenuto”, e così via. “Lasciare spazio alle immagini, ai suoni e alle emozioni associate a questi è stato l’unico modo per capire qualcosa di lei e del suo mondo” ci dice Teresa.  E dopo aver segnalato che non vede per Nina la possibilità di una terapia “canonica”, si pone e pone al lettore molte importanti domande.  Si tratta dunque di uno scritto fortemente interlocutorio, continua a leggere…

IMMAGINI: riflessioni sul Seminario del 15 ottobre

di Velia Ranci

Come seguito alle nostre riflessioni sull’indicibile emerse nel Seminario di marzo abbiamo scelto per il Seminario di ottobre il tema dell’immagine.
Abbiamo fatto questa scelta perché il nostro lavoro ci ha fatto toccare con mano quanto possa essere importante un’immagine, nei momenti in cui la relazione  si fa emotivamente impegnativa e difficile. Un’immagine che ci si presenta alla mente e che riusciamo a condividere, col paziente o col gruppo, è quella che permette di dare un significato e di imprimere una svolta alla relazione e al processo terapeutico.
 
 Le esperienze evocate nel Seminario del 15 ottobre mi hanno fatto riflettere su quanto le immagini si impongano alla mente; perché si impongono, si sostituiscono al pensiero di parole, in momenti emotivamente impegnativi.  Momenti in cui si è dentro all’immagine, ci si immerge nell’immagine. Questa è l’impressione che mi ha suggerito il racconto di Pierluigi.
 Durante un’escursione in montagna Pierluigi si accorge che un masso enorme sta precipitando nella sua direzione. continua a leggere…

LA FORMAZIONE DELLE IMMAGINI: Introduzione al Seminario del 15 ottobre 2016

        di Giovanna Bosco

L’immagine è come un fiore che va trattato con delicatezza.
Darne un’interpretazione chiusa è come reciderlo dalla pianta,
per metterlo in un bicchiere dove avrà vita breve.
Soggettivare i vissuti che l’immagine suscita in ciascuno di noi
permette a nuovi fiori di sbocciare e nuovi frutti nascere,
dando inizio ad una storia aperta a nuovi sviluppi

 

 

Riporto in questo scritto la Relazione introduttiva da me tenuta il 15 ottobre 2017, integrata su alcuni punti da riflessioni successive stimolate dall’esperienza del Seminario. 

 

Una premessa
Poiché questo incontro di oggi  è la prosecuzione della riflessione comune iniziata con il Seminario del 15 marzo 2016 sui “Processi di elaborazione delle esperienze indicibili”, richiamerò brevemente, tra gli aspetti trattati nel precedente incontro, quelli che fanno da sfondo a quanto esporrò oggi, rinviando chi volesse approfondire agli scritti sull’argomento già pubblicati su questo stesso sito, e indicati in calce a questo testo:

 le immagini mentali sono il risultato di un’elaborazione non verbale e tuttavia già simbolica di molte informazioni che provengono o sono pervenute in passato dai vari canali sensoriali. Appartengono quindi alla sfera non verbale, analogica. Tuttavia differiscono dai processi di “elaborazione subsimbolica” (come li definisce Wilma Bucci), attraverso cui in modo inconsapevole e non intenzionale viene trattato il flusso continuo di sensazioni e informazioni che provengono dai nostri organi di senso e dall’interno del corpo. Pur non dando luogo a rappresentazioni, i processi “subsimbolici” hanno un grande valore e  sono alla base, tra le altre cose, dell’intuizione, un importante fattore terapeutico ‘nascosto’.

• La formazione di immagini  fa da ponte tra quel mondo sottotraccia che abbiamo definito subsimbolico - in cui vi è un flusso continuo di sensazioni che vengono dal corpo -  e il mondo delle parole, che per la loro radicale estraneità non potrebbero mai  incontrarsi tra loro. Le immagini possono svolgere questa funzione di ‘ponte’ perché da un lato mantengono l’ancoraggio al mondo dei sensi, proprio dei processi “subsimbolici”, ma allo stesso tempo hanno già in comune con le parole l’appartenenza al mondo dei simboli e delle rappresentazioni.

• Si è messo in luce nel precedente seminario che la psicoanalisi contemporanea, trovandosi a far fronte a nuove forme di disagio -  soggetti incapaci di riconoscere le loro emozioni e quelle degli altri, con limitata capacità immaginativa e prevalenza  del pensiero operativo, pratico – si è resa conto che il trattamento analitico classico, fondato sull’interpretazione verbale, con questi soggetti è poco praticabile. Questo  porta a rivalutare tutto ciò che nella relazione passa, più o meno consapevolmente, per il non verbale, in particolare la comunicazione corporea (le espressioni del volto, la voce, il ritmo, i movimenti del corpo, e così via). 

• Si è anche considerato che, nonostante il crescente interesse per la comunicazione corporea, resta la tendenza a restare difensivamente nella trincea dell’osservazione, anzichè riconoscere che anche noi siamo parte in causa, in quanto partecipiamo, per lo più inconsapevolmente, ad un fitto dialogo fatto di espressioni facciali, movimenti del corpo, tono della voce. Questo elemento di riflessione ci riguarda tutti: psicoanalisti e gruppoanalisti, arteterapeuti, formatori. Abbandonando il vertice dell’”osservazione” dell’Altro diventa possibile porci in ascolto – nel flusso delle comunicazioni da corpo a corpo – delle nostre sensazioni. Questa è la premessa perché i segnali che provengono dal nostro corpo possano trasformarsi in immagini. continua a leggere…

Seminario 12 marzo – Elaborare l’indicibile: I MATERIALI

Pubblichiamo, a cura dell’Associazione E-spèira, i materiali del Seminario del 12 marzo 2016, dal titolo: “Elaborare l’indicibile”. In questo testo il lettore potrà trovare:
-la sintesi della relazione introduttiva di Giovanna Bosco e degli interventi di Velia Ranci e Pierluigi Sommaruga
- la sintesi della discussione e delle comunicazioni che sono circolate ‘nel’ Seminario, e dei contributi scritti nati ‘dal’ Seminario e messi a disposizione da alcuni tra i partecipanti: Christian Colautti, Vera De Luca, Chiara Marazzini, Luciana Monzi, Teresa Mutalipassi.
- proposte e desideri di approfondimento
Lanciando uno sguardo verso il futuro, pensiamo di continuare la riflessione, organizzando  un secondo incontro sullo stesso tema dopo l’estate. La pubblicazione di questi materiali ha anche lo scopo di permettere a chi fosse interessato ad approfondire la questione dell’ “indicibile”, di potersi inserire in questo percorso di ricerca, e di partecipare al prossimo  incontro. 

 

Sintesi della relazione introduttiva di Giovanna Bosco

La relatrice introduce il tema del seminario segnalando due immagini – tratte dalla propria esperienza clinica, dall’attività di supervisione e dalla letteratura, che rappresentano un disagio riguardante continua a leggere…

I processi di elaborazione di esperienze ‘indicibili’ (parte 2°)

  di Giovanna Bosco

 

In questa seconda parte dell'articolo (la prima è stata pubblicata su questo sito nel luglio 2015) prendo in considerazione i contributi della Infant Research e le implicazioni per la psicoanalisi e gruppoanalisi della scoperta dei 'neuroni specchio'. Vengono poi discussi i concetti di emozione e di empatia in un’ottica di complessità, e viene messa in luce l’interdipendenza tra lo sviluppo del sistema nervoso e la qualità delle esperienze emozionali intersoggettive.

Tutto ciò ha a che fare con quell’area dell’esperienza umana che è ‘indicibile’. La stessa psicoanalisi va sempre più riconoscendo l’importanza dei ‘fattori terapeutici nascosti’, che hanno a che fare con l‘insieme di  comunicazioni non intenzionali e spesso non consapevoli, veicolate dagli aspetti prosodici del linguaggio parlato e dalle espressioni del viso e del corpo. Prendo poi in esame il concetto di ‘schema emozionale dissociato’ (W.Bucci), e faccio dei collegamenti con la mia esperienza terapeutica, esponendo due casi clinici in cui le tracce di eventi traumatici del passato, affidate ad un solo canale sensoriale, erano inizialmente esiliate in “isole di non senso”.

Nell’ultima  parte dell’articolo propongo degli elementi di riflessione, corredati da vignette cliniche, sui processi di elaborazione delle esperienze indicibili nel contesto psicoanalitico, e mi ricollego ad una domanda di Antonio Imbasciati sul posto che ha, nella formazione dell’analista, la comunicazione non verbale.  Porto infine l’attenzione sulla specificità dei processi di elaborazione nelle terapie a mediazione artistica e nelle artiterapie.

 

La scoperta dei neuroni specchio: implicazioni per la psicoanalisi e la gruppoanalisi

Si parla sempre più spesso di empatia come di un fattore fondamentale, oltreché nella relazione madre-bambino e nelle relazioni umane in genere, nel rapporto terapeutico.  La scoperta dei neuroni specchio da parte di Rizzolatti e altri (1996) toglie un po’ dell’alone mistico che ha sempre circondato questo concetto. Più in generale, tracciando nuove linee di collegamento tra fenomeni biologici e fenomeni psichici, contribuisce al superamento del pensiero dicotomizzato che per secoli l’essere umano ha avuto su se stesso, per lo meno nella cultura  occidentale, continua a leggere…

I processi di elaborazione di esperienze ‘indicibili’ – parte 1°

di Giovanna Bosco

In questo articolo parto dalla constatazione che l’esistenza e l’importanza delle esperienze emotive “indicibili”, e l’accumularsi di nuove conoscenze provenienti dalle scienze neurologiche e dalla Infant Research, oltre che dalle esperienze cliniche, impongono  una revisione rispetto alla tradizionale visione gerarchica del rapporto tra verbale e non verbale, tanto che anche all’interno della stessa Psicoanalisi la concezione del processo terapeutico come “talking cure” (cura attraverso la parola) è ormai oggetto di interrogativi e ripensamenti.
In questa prima parte, dopo aver esaminato il contributo di Wilma Bucci  alla comprensione del rapporto tra verbale e non verbale, si mette in luce come sia importante non solo riconoscere la complessa rete di comunicazioni non verbali che, indipendentemente dalla tecnica e dai codici comunicativi  adottati, passano, in modo spesso non intenzionale e inconsapevole, tra terapeuta e paziente o tra i membri di un gruppo, ma anche distanziarsi dall’idea che “elaborazione” e “verbalizzazione” vadano di pari passo. Evitando sia la sopravvalutazione della parola, poco adatta a comunicare le emozioni, sia una visione “mistica” ed autosufficiente del non verbale, il lavoro terapeutico porta a cimentarsi con la co-invenzione, con ogni paziente o gruppo,  di un “particolare” linguaggio che connetta i diversi sistemi comunicativi, che consenta di includere ed elaborare le esperienze “indicibili”, e che sia abbastanza flessibile da modificarsi nel corso del tempo. Quest'ultimo punto verrà ripreso e sviluppato nella seconda parte, in corso di preparazione.


Rileggendo gli articoli con i quali ho contribuito al Circolo on-line ed i Commenti che hanno suscitato, mi sono sentita nuovamente sollecitata a riflettere su ciò che scriveva un anno fa Luisa Salvietti a proposito del mio scritto su Corpo e Voce nell’esperienza psicoanalitica.  Con molto garbo la collega mi faceva notare che il mio scritto aveva suscitato in lei ammirazione per “la semplicità sapiente” che traspariva dalle mie parole, in particolare dai casi clinici, ma che lo sentiva carente sul piano esplicativo. continua a leggere…

Tra Psicodramma e Drammaterapia

di Giovanna Bosco

In questo scritto prendo in esame alcuni aspetti di cruciale importanza per chi utilizza il teatro nel lavoro con i gruppi – siano essi terapeutici o esperienziali o formativi – come i nodi teorico-metodoligici che riguardano l‘agire’ e il ‘gioco’, ed  espongo  alcuni tratti salienti di un metodo che nasce dall’integrazione dei contributi  a mio avviso più fecondi  provenienti da diversi approcci:   psicodramma Moreniano, psicodramma analitico e drammaterapia.      Segue la narrazione di una sessione di un gruppo esperienziale in cui si è utilizzato il teatro – inteso come spazio ludico dove ciò che avviene è sentito come profondamento’ vero’ pur essendo ‘per finta’  – per favorire il riconoscimento della ‘scena di gruppo’ e dei copioni ‘interni’ e la loro trasformazione.

 

  Nel teatro troviamo una sintesi di tutte – o quasi tutte – le forme espressive, sia verbali che extraverbali, ed è per questo che, quando in un gruppo si ricorre alla drammatizzazione, l’esperienza che ne deriva è particolarmente trasformativa, coinvolgendo contemporaneamente una molteplicità di funzioni psichiche e di aree dell’esperienza.  La drammatizzazione si fonda su un paradosso: ciò che vi avviene è profondamente vero pur essendo per finta. continua a leggere…

Psicoterapia gruppoanalitica del trauma (2° parte)

di Werner Knauss

La prima parte di questo articolo, ricevuto da Werner Knauss, è stata tradotta in italiano e pubblicata su questo sito il 28 giugno 2014. Facciamo ora seguire la seconda parte dello stesso articolo. 

La traduzione del testo è di Giovanna Bosco

 

 

Passerò ora ad un esempio clinico per illustrare come le vittime ed i responsabili di abusi sessuali possono elaborare in un gruppo misto il loro traumi derivanti dall’aver abusato sessualmente o dall’aver subito abusi.

 

6. Le vicissitudini dei processi di identificazione nella Psicoterapia Gruppoanalitica con un gruppo misto in cui sono co-presenti responsabili e vittime di abusi sessuali

La mia esperienza clinica e la Foulkes Lecture tenuta da Estela Welldon su come adeguare il trattamento al crimine (1997) mi hanno incoraggiato a intraprendere un processo inusuale. Decisi di creare, nell’ambito della mia attività professionale privata, un gruppo misto ad orientamento gruppoanalitico, che si incontrava due volte alla settimana ed era formato da nove pazienti, inclusi due responsabili e due vittime di abusi sessuali. Vi invito a seguire questi quattro pazienti ed i loro processi di identificazione – su cui mi concentrerò in questo lavoro – attraverso un percorso di psicoterapia gruppoanalitica che è durato in media due anni e mezzo.

Prima di correre il rischio di includere sia vittime che abusanti nello stesso gruppo ho preso in esame la letteratura significativa su questo argomento. La maggior parte di essa si riferiva a gruppi omogenei di vittime di abusi sessuali. Ho trovato solo due colleghi, Estela Welldon (1997) e Mathias Hirsch (2004), che riportavano processi molto promettenti realizzati in gruppi formati sia da vittime che da abusanti.

L’esperienza clinica che avevo potuto sviluppare supervisionando un’équipe che lavorava in una struttura psichiatrica forense con pazienti interni, ed inoltre facendo la supervisione ad un collega che conduceva, con una seduta settimanale, un gruppo omogeneo di pazienti esterni che erano tutti responsabili di abusi sessuali, aveva confermato il punto di vista dei miei due colleghi che i gruppi omogenei di abusanti o di vittime favoriscono meccanismi di difesa omogenei che ne limitano i risultati. Earl Hopper riferiva esperienze analoghe in un suo lavoro clinico riguardante un gruppo di sopravvissuti alla Shoah (Earl Hopper, Traumatic experiences in the unconscious life of groups).

Avevo iniziato la supervisione dell’équipe psichiatrica forense dopo un tragico incidente: continua a leggere…

Psicoterapia gruppoanalitica del trauma (1° parte)

di Werner Knauss

Pubblichiamo qui la prima parte di un articolo, scritto in inglese, ricevuto da Werner Knauss, già Presidente della Group Analytic Society (International),  

La seconda parte verrà pubblicata dopo l'estate 

La traduzione del testo è di Giovanna Bosco

 

 

1.  La Darkroom

In una performance di danza dal titolo“the Darkroom” (N.d.T.: “camera oscura” per sviluppare le pellicole, ma anche stanza oscurata di certi club privè dove si svolgono pratiche sessuali trasgressive) il protagonista assume il ruolo dello spettatore che osserva standosene in disparte. Egli desidera entrare in un gruppo di ragazzi che “vanno forte” ed è gradatamente attirato in una banda di giovani che hanno sviluppato un terribile rituale per il week-end. Con l’ausilio delle droghe e dell’alcol seducono gruppi di giovani donne in una Darkroom poi obbligano le donne ad avere rapporti sessuali con ciascuno di loro.

Pian piano il protagonista lascia la posizione dell’osservatore e viene attirato dentro il gruppo. Egli viene attaccato fisicamente, sminuito e umiliato perché è innamorato di una ragazza straniera, che viene dall’Inghilterra. Lentamente, entra in un rapporto di collusione con la banda. Infine assume il ruolo del cameraman e riprende le scene, che saranno poi vendute.

Questa performance riesce efficacemente a far sì che il pubblico assuma il ruolo, con cui la maggior parte degli spettatori si identifica, di chi osserva, stando in disparte, le terribili scene traumatiche che vengono sperimentate sulla scena e che hanno luogo tra la gang dei ragazzi e il gruppo delle ragazze. Tutti sono traumatizzati: gli autori delle violenze, le vittime e, indirettamente, il pubblico.

Durante la discussione che si svolge al termine della performance emerge chiaramente che il pubblico oscilla tra due posizioni: la rabbia suscitata dalle scene traumatiche: “perché sono costretto a guardare queste cose?” e la dissociazione espressa sotto forma di negazione: “tutto questo non ha nessun senso”. Alla fine sono sconvolti da ciò che hanno visto. Si identificano con gli autori delle violenze e con le vittime, soffrendo di controllo onnipotente, terribile ansia, impotenza e speranza che tutto ciò finisca e che i responsabili siano puniti.

E’ questo il nostro ruolo in un gruppo analitico quando uno dei pazienti descrive un trauma che ha provato. Quali sono le precondizioni per elaborare le esperienze traumatiche individuali e collettive? Quale potrebbe essere il compito di un gruppoanalista nel creare una situazione gruppoanalitica intesa come spazio sicuro in cui il trauma possa essere ricordato, descritto in ogni dettaglio ed elaborato? continua a leggere…

Corpo e voce nell’esperienza psicoanalitica

di Giovanna Bosco

Anche se nella tradizione psicoanalitica non manca l’attenzione ai fenomeni extra-verbali, fino ad ora la psicoanalisi ha per lo più ritenuto che tutto ciò che viene espresso con modalità diverse dalla parola rappresenti una regressione ai livelli primitivi (in quanto precedenti la nascita del linguaggio) dello sviluppo psichico. Da qui la tendenza a considerare il corpo del paziente – con le sue posture, la sua mimica, il gesti ripetitivi, le somatizzazioni – principalmente come oggetto di ‘osservazione’ da cui trarre indizi sui contenuti psichici ‘pre-verbali’, per poterli recuperare alla coscienza attraverso la parola.

Si tratta di un nodo problematico non più eludibile, con radici antiche nel pensiero occidentale, che richiede una profonda ri-considerazione.  La scissione corpo-mente, che pervade la nostra cultura, può essere fatta risalire a Platone. Affermando che la vera realtà è rappresentata dal mondo “ideale”, Platone stabilisce la matrice filosofica da cui deriverà la svalutazione di tutto ciò che è legato all’esperienza sensoriale, alla materia, al corpo (il mondo “sensibile”) che sarà poi ripresa dal Cristianesimo con Agostino, e successivamente da Kant.  Eppure il termine “sensibile” ha un doppio significato: si riferisce non solo a ciò che viene percepito attraverso i sensi, ma anche alla capacità di comprendere gli stati d’animo e le emozioni, proprie e altrui, il mondo della natura e dell’arte. E’ dunque presente, nel sentire comune, la connessione tra l’essere ‘radicati nel corpo’ e la capacità di provare emozioni e di conoscere l’Altro emozionalmente. continua a leggere…

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