E-SPEIRA ON-LINE

a cura di Giovanna Bosco

ARTICOLI E MATERIALI DI RELAZIONI, WORKSHOP, SEMINARI.
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COME E’ DIFFICILE PENSARE NEL TEMPO DELLA PANDEMIA

di Giovanna Bosco

Pochi mesi fa Lancet, una delle più autorevoli riviste scientifiche in ambito medico,  sollecitava la collaborazione della psicoanalisi per aiutare chi si occupa di salute pubblica (dagli operatori sanitari ai funzionari pubblici) a comprendere i motivi del diffuso rifiuto ad accogliere le raccomandazioni che provengono dalla medicina e dalla scienza  e a migliorare la propria capacità di trattare il fenomeno della negazione di massa, mandando messaggi più adeguati.  Questo appello nasceva dalla considerazione che oggi la popolazione ha molte più informazioni  di tipo medico rispetto al passato ma contemporaneamente rifiuta le conclusioni cui perviene la scienza.  E considerava questo un caso unico nella storia moderna: “Mai, prima d’ora, così tanti cittadini hanno avuto un accesso così ampio all’informazione e, allo stesso tempo, hanno protestato contro le raccomandazioni di salute pubblica, negando con tanta veemenza i fatti medici”. 

Effettivamente il dramma collettivo dovuto alla diffusione del Coronavirus sembra aver sospeso, oltre alla  capacità di comprendere le sofferenze degli altri, anche la capacità di pensiero. Da un lato siamo continuamente esposti ad avere pensieri frammentati: non si riesce a connettere l’oggi con la previsione di ciò che potrà succedere, come conseguenza delle nostre azioni,  domani; né a tenere insieme le ragioni della tutela della salute  e quelle dell’economia, i gravi rischi cui sono esposti gli anziani  e  il disagio degli adolescenti privati di una adeguata rete di relazioni extrafamiliari.  D’altro lato assistiamo con senso di impotenza al ricorso a livello di massa a varie forme di negazione: da quelle più radicali di chi nega la stessa esistenza della pandemia, a quelle più attenuate di chi ne minimizza la pericolosità sostenendo che sono piuttosto le misure di protezione e contenimento ad essere dannose.

La parola “negazione”, è ormai entrata nell’uso comune quando si fa riferimento ad un insieme di affermazioni che tendono a rifiutare ciò che è sotto gli occhi di tutti (“il virus non esiste e comunque non è diverso da una comune influenza”) o ancora la portata affettiva o le conseguenze di quanto accade (“muoiono più persone di infarto o tumore che di Covid”).E’ tuttavia opportuno fare un po’ di chiarezza sul significato  di questo termine.  La Negazione,  traduzione dal tedesco Verneinung, è stata considerata da Freud un meccanismo di difesa che opera sui contenuti dell’inconscio, sottraendoli alla possibilità di essere coscienti.  Quando invece c’è il rifiuto di riconoscere le informazioni provenienti dalla realtà, solitamente una realtà che ci disturba riconoscere perché troppo ansiogena o dolorosa, ad essere rigorosi si dovrebbe parlare  di Diniego. Ricorre a questo  meccanismo di difesa dall’angoscia, ad esempio, chi rifiuta di riconoscere la morte di una persona cara.

Un meccanismo di difesa più blando è quello della “banalizzazione”, che, pur senza negare del tutto la realtà, ne disconosce la gravità. Così ad esempio si fa notare che dopotutto tutti debbono morire (e quasi sempre questa affermazione non dipende da un’accettazione serena della propria finitezza, ma dal fatto che la morte è “quella degli altri”, dei vecchi che sarebbero comunque “arrivati al capolinea” anche senza il Coronavirus).  Allo stesso modo, quando si parla dei problemi psichici degli adolescenti, dovuti alla perdita di relazioni sociali, c’è sempre chi afferma “quante storie, pensiamo a chi era giovane in tempi di guerra, ben altri sono i veri problemi”.

In questo articolo, tuttavia, il termine “negazione” verrà usato nella sua accezione più ampia, conformemente all’impiego corrente che ne viene fatto.

Tornando all’appello della rivista Lancet, mi pare che esso nasca dal fatto che la stessa scienza si sente messa in scacco  dal rifiuto di riconoscere le conoscenze che da essa derivano. I meccanismi di difesa che rientrano nella categoria della negazione spesso si accompagnano a pensieri persecutori, a volte francamente complottisti: “il virus non  è pericoloso come ci fanno credere, è tutto un imbroglio orchestrato da qualcuno che sta in alto e che ci vuol far vivere nel terrore per poterci meglio dominare”.  Anche medici e scienziati vengono così delegittimati e considerati complici della “dittatura sanitaria”.  

Nessuna prova contraria sembra scuotere questi convincimenti, poiché viene filtrata  e riorganizzata alla luce di un’irriducibile idea di fondo: tutti coloro che hanno una posizione di responsabilità sono mossi da cattive intenzioni.  Ogni informazione che contrasta con questi pensieri viene reinterpretata in modo da poter essere ricondotta all’interno di una visione del mondo di tipo persecutorio: tutto ciò che avviene è costruito da qualcuno per uno scopo ben preciso, e questo scopo non è certo benevolo.  E anche se nel mondo migliaia di medici e scienziati sottolineano che il Coronavirus è molto contagioso e pericoloso per la salute collettiva, si dà credito a quell’unica voce discordante che minimizza la serietà del problema. 

Si ascolta solo chi ci dice ciò che desideriamo sentirci dire, e si rilanciano con ogni mezzo le dichiarazioni di quei pochi “esperti” che piegano i risultati delle osservazioni scientifiche a loro piacimento oppure attribuiscono valore universale ad osservazioni del tutto parziali pur di conquistarsi il loro scampolo di visibilità mediatica. Le loro parole diventano le uniche “vere”. E coloro che danno credito alla “scienza” vengono considerati dei creduloni o dei pavidi.  In realtà è proprio il diniego ad essere strettamente imparentato con la paura, e precisamente con la paura di non riuscire a reggere emotivamente l’angoscia che il riconoscimento della gravità di questa emergenza sanitaria susciterebbe nei soggetti che la negano.

I  pensieri persecutori possono perfino apparire verosimili, proprio perché organizzati con coerenza all’interno di quel particolare schema di pensiero: gli altri, in particolare le figure d’autorità, sono mossi da intenzioni maligne, o quanto meno sospette.

Sappiamo bene che una certa dose, piccola o grande, di persecutorietà è potenzialmente presente in tutti gli esseri umani, e può emergere in ciascuno di noi in situazioni emotivamente impegnative. Non è facile accettare il lato oscuro, l’imperfezione, il difetto che sono presenti,  in ognuno di noi, e riconoscere che tutti possiamo talvolta  provare emozioni non “esemplari” come l’invidia, la rabbia, l’aggressività.  E allora il male e il bene vengono scissi e  la colpa,  il difetto sono proiettati sugli  altri.  Quando questa diventa la modalità prevalente di funzionamento di una persona, in tutti gli aspetti della sua vita e delle sue relazioni, la psichiatria parla di “disturbo paranoide della personalità”. 

Sarebbe tuttavia sbagliato applicare categorie diagnostiche nate con l’intento di classificare le difficoltà psichiche dei singoli,isolandoli dal contesto sociale, a fenomeni di massa in cui è una parte consistente della società ad adottare schemi di pensiero basati sulla scissione tra “bene” e “male”  e sull’attribuzione agli altri del Male.  Come sottolinea Cosimo Schinaia (“La psicoanalisi al tempo del Coronavirus, 10 marzo 2020, Spiweb ) “risulta impossibile parlare di un immaginario individuale senza considerare quello collettivo, che lo sottende e, anzi lo impregna, in un rapporto di codeterminazione reciproca”.

Se consideriamo le rappresentazioni socialmente condivise ci accorgiamo che il confine tra bene e male è  relativamente mobile. Così quel confine collocato un tempo da un certo immaginario a sud della pianura Padana, a separare i laboriosi abitanti del Nord da “Roma ladrona” e da un Sud rappresentato come parassitario, si è spostato nel volgere di breve tempo: anche gli abitanti del Mezzogiorno vengono oggi ricompresi nella categoria dei “buoni” italiani, mentre il confine tra il Bene e il Male è stato trasferito nel Mediterraneo, da cui arriverebbero untori, parassiti, pericolosi criminali.  L’importante è che quel confine assolva la funzione di tener ben separati il bene rappresentato dal Noi e il Male costituito dagli Altri.

Psicologi, psichiatri, psicoanalisti si sono applicati a cercare di comprendere i fenomeni di massa di negazione e di scissione tra Bene e Male, a partire da quella immensa ed inquietante catastrofe dell’umano che ha portato milioni di persone nella Germania nazista  a convincersi che gli Ebrei incarnavano il male, che ha indotto  molti a partecipare attivamente, in modo diretto o indiretto,  al loro sterminio e quasi tutti gli altri a rifugiarsi nell’indifferenza, a non voler “sapere” ciò che stava avvenendo.  Proprio per la vastità del fenomeno, ci si è resi conto che  non si può pensare che così tante persone fossero affette da un “disturbo paranoide della personalità”. 

La domanda da porsi è questa: come mai  anche oggi così tante persone  che in altri contesti (la vita familiare, il contesto di lavoro, i gruppi di amici) hanno un funzionamento psichico accettabile, possono prendere una deriva negazionista e complottista nei confronti di certi aspetti della realtà e della vita sociale?

Anzitutto consideriamo che tutti, in qualche misura, ricorriamo alla negazione di fronte ad aspetti dell’esistenza che intuiamo di non riuscire a sopportare. E’ lo stesso meccanismo di difesa che porta ad esempio ad evitare esami medici per il timore di ricevere notizie spiacevoli sulla nostra salute.  La negazione ci aiuta spesso a “tirare avanti” fino al momento in cui siamo in grado di prendere contatto con una realtà dolorosa senza rischiare di “andare in pezzi”. Non c’è dubbio che questa pandemia mette a dura prova la nostra tenuta emotiva per mille motivi. L’irruzione del Coronavirus nelle nostre vite ci ha costretti a misurarci con la vulnerabilità dell’essere umano. Vulnerabilità e fragilità erano a lungo state espulse dal nostro orizzonte esistenziale, considerandole un’eccezione che può riguardare solamente “gli altri”, i più sfortunati perché colpiti da  “disgrazie” fuori dal comune (tumori, incidenti, difetti genetici), oppure confinandole altrove, nei migranti, negli homeless e negli emarginati in genere.   Il Coronavirus ha fatto cadere l’illusione di essere invulnerabili rispetto alle malattie infettive (un tempo flagello dell’umanità)  grazie ai progressi della medicina e della tecnologia.

Tanti sono i motivi di angoscia.  C’è la paura della malattia e della morte (cui alcuni sono più esposti, ma da cui nessuno è al riparo)  e il terrore che suscita  la  prospettiva di essere totalmente soli nell’affrontare tutto questo nell’ambiente spersonalizzante di un reparto ospedaliero ad alto “isolamento”. Un’altra fonte di forte disagio psichico è il senso di continua e prolungata incertezza con cui la pandemia ci obbliga a convivere, anche perché si tratta di un fenomeno nuovo di cui sappiamo ancora poco.  Ed è un fenomeno che ci costringe a ripensare il rapporto tra libertà e responsabilità, tra libertà e pietas, i confini  tra pubblico e privato, il modo di vivere gli affetti, la sessualità, le relazioni sociali, i rapporti tra diverse generazioni, e molto altro ancora. 

Siamo costretti a vivere in un clima di continua precarietà.  Alle limitazioni che il mondo contemporaneo, esaltando un’idea di libertà disgiunta dalla responsabilità, ci ha poco attrezzati a tollerare, si aggiunge così l’incertezza estesa a tanti aspetti della nostra vita.  Oltre ai rischi per la salute e la vita, tante altre cose possono cambiare da un momento all’altro:  la programmazione scolastica appena realizzata con non poca fatica, i progetti su come organizzare la vita familiare tra lavoro e cura dei figli che non possono più andare a scuola, la possibilità di svolgere quelle attività economiche da cui dipende il tenore di vita (modesto, al limite della sopravvivenza, oppure più elevato) su cui si contava, la nostra appartenenza ad una comunità professionale o di lavoro su cui si fonda la parte sociale del nostro senso di identità, e così via.

Tutto questo favorisce l’indifferenza, la perdita della capacità di provare empatia.  Chi per età o condizioni di salute ritiene di non essere tra le categorie più a rischio può diventare indifferente rispetto alla sorte delle persone più anziane e più fragili, ricorrendo a meccanismi di razionalizzazione: “sono morti perché avevano già altre patologie… è la selezione naturale… non si può far morire di fame tanti per proteggere solo alcuni…”.  Sotto sotto è come se si dicesse: “non siamo più disposti a pagare un prezzo per proteggere le persone più anziane e fragili”. Il “prima gli Italiani” si trasforma in “prima l’economia”, “prima i giovani”, “prima quelli perfettamente sani”. Quanto agli altri, agli “scarti”, “che ci possiamo fare…”   E viceversa chi si sente più vulnerabile  per ragioni di età o salute tende a ignorare o minimizzare i problemi di chi rischia di dover chiudere la propria attività commerciale o il proprio studio professionale.  Il pensiero diventa così totalmente autoreferenziale: non si riconosce che tutti soffriamo per la pandemia, anche se i motivi di  sofferenza non sono gli stessi per tutti, o meglio lo sono solo per alcuni aspetti­­.

Tornando all’articolo della rivista Lancet, che chiede alla psicoanalisi di aiutare chi si occupa di salute pubblica a comprendere i motivi della diffusione a livello di massa del fenomeno della negazione, questa domanda mi sollecita varie considerazioni. Se è vero che la psicoanalisi è attrezzata ed ha una lunga esperienza nell’aiutare singolarmente le persone a diventare consapevoli delle difese cui ricorrono per proteggersi emotivamente da ciò che causa  un’ansia eccessiva, tuttavia quando si tratta di fenomeni di massa, essi vanno visti, per comprenderli pienamente, da più punti di vista, ricorrendo al contributo di più campi del sapere. Così la psicologia sociale ci aiuta a non dimenticare che noi esseri umani siamo esseri sociali, e che in situazioni di isolamento il bisogno insoddisfatto di relazioni porta facilmente  allo sviluppo di fantasie caratterizzate da pregiudizi  sganciati dalla realtà. Non può essere trascurato neppure il ruolo dei media, da quelli tradizionali ai social media, nella diffusione di rappresentazioni distorte della realtà stessa. Chi, come Vlamic Volkan  ha studiato i fenomeni regressivi che si si verificano nei Grandi Gruppi, in particolare nelle popolazioni sottoposte a forti tensioni a causa di pericoli incombenti, reali o immaginari,  sottolinea, tra le altre cose, anche l’influenza della personalità dei leader politici nella diffusione di meccanismi di difesa come la negazione e la scissione tra il bene e il male.

Tornando al contributo che può offrire la psicoanalisi alla società,  è bene tener presente che non è possibile  trattare i meccanismi di difesa,  se ci si limita a ricercarne il senso sul piano razionale e non si prova una autentica,  umana e calda comprensione per il malessere, la fatica, le paure  che  portano  a negare la pericolosità del Coronavirus,  e se non si offre contemporaneamente un aiuto relazionale ed emotivo oltre che pratico,  in modo da mitigare l’angoscia,  rendere tollerabile ciò che fa paura,  permettere di intravvedere anche nelle difficoltà del presente un’opportunità. 

E’ importante creare occasioni  in cui le persone possano sentirsi vicine e solidali nell’affrontare le paure e i disagi, pur nelle diversità.  In questo mi è stata di  grande aiuto la mia formazione al lavoro nei gruppi e con i gruppi. E’ sempre per me motivo di rinnovata meraviglia scoprire  durante  i gruppi esperienziali cui partecipo o che conduco, persino quando si incontrano periodicamente in remoto, come certe idee che sembravano irriducibilmente  contrapposte si ricompongano in un pensiero più complesso ed inclusivo delle differenze, fino ad arrivare alla consapevolezza condivisa che  “tutti soffriamo, anche se per motivi diversi”. E’ proprio  questa condivisione, non solo sul piano del pensiero, ma anche sul piano emotivo ed affettivo, che permette di comprendersi reciprocamente, diventando  il punto di partenza per un  rinnovato fervore creativo.  Vanno pensate nuove forme di mantenimento e creazione di legami sociali, di incontro tra diversità,  di contenimento del disagio, di conservazione della speranza.  Se non vogliamo che la frammentazione del pensiero diventi anche frammentazione del tessuto sociale  è fondamentale che la necessaria distanza fisica non diventi distanza emotiva, relazionale, sociale.

La pandemia ha inoltre riportato in primo piano i timori rispetto ai vaccini, in particolare rispetto all’attuale campagna vaccinale per la prevenzione del Covid. Si tratta di timori, incertezze, dubbi che non sempre vengono espressi apertamente per timore di essere stigmatizzati come “no-vax”,  ma che tuttavia rendono molte persone incerte rispetto alla scelta se vaccinarsi oppure no. 

E’ importante riconoscere le motivazioni della diffidenza nei confronti dei vaccini, sia quelle dichiarate che quelle più profonde e inconsapevoli. I vaccini sollecitano infatti vissuti profondi, spesso inconsapevoli, che hanno a che fare con il modo in cui noi percepiamo il nostro corpo, la natura, la scienza, l’attività degli esseri umani tesa a modificare il corso “naturale” degli eventi. E sono proprio queste rappresentazioni mentali a far sì che basti la notizia di un numero estremamente esiguo di eventi avversi in una popolazione di milioni di vaccinati per scatenare il panico. La paura si accompagna a sfiducia nei confronti non solo delle case farmaceutiche ma anche dei medici, e ancora una volta della scienza. 

Spesso le narrazioni sulla pericolosità dei vaccini finiscono per intrecciarsi con considerazioni sul rapporto distorto dell’uomo con la “natura”.  Non l’ambiente in cui viviamo e di cui facciamo parte, ma proprio la “natura”. Sembrerebbe emergere una rappresentazione idealizzata della “natura” in quanto governata da un ordine superiore che noi esseri umani siamo tenuti a rispettare senza modificarlo.  Ne consegue che è preferibile fare affidamento sulle risorse del nostro sistema immunitario e sulle nostre naturali capacità di autoregolazione  piuttosto che sull’immunità raggiunta attraverso l’intervento “artificiale” della scienza.

Ad una rappresentazione idealizzata della natura si aggiunge spesso l’idea di una presunta purezza e perfezione del corpo umano. Purezza e perfezione che verrebbero violate dall’introduzione di sostanze estranee e artificiali, come nel caso dei vaccini. Il loro utilizzo viene così fantasticato come qualcosa che corrompe il corpo e lo fa ammalare. Anche se non c’è alcuna base di realtà, ci si convince che i vaccini alterano il nostro corredo genetico. Sembrerebbe un caso di spostamento sui vaccini dello sconcerto e dei timori suscitati dagli esperimenti di ingegneria genetica, a partire dalla pecora Dolly.

Appare sempre più diffusa la diffidenza verso una scienza che prova a modificare gli eventi cosiddetti naturali.  Questa sfiducia porta a disconoscere secoli di progresso scientifico che hanno permesso all’umanità di non essere più falcidiata, come avveniva nel passato, dalle malattie infettive e dalle epidemie, di non morire di setticemia per una banale ferita, come succedeva prima della scoperta della penicillina, di aumentare enormemente l’aspettativa media di vita alla nascita.    

Non che non ci sia un senso in questo voltare le spalle alla scienza in cui fino a qualche decennio fa si riponeva grande fiducia. Ci si rende conto che forse ci si sta spingendo troppo avanti, con il rischio di imboccare una strada senza ritorno, attraverso sperimentazioni sempre più ardite e inquietanti dal punto di vista etico (la clonazione, l’ingegneria genetica non regolamentata, le modificazioni genetiche del cibo stesso che mangiamo, e il diffondersi di coltivazioni agricole che fanno uso di sementi nate da incroci che appaiono “mostruosi”, e che tendono a prendere il sopravvento sulle sementi naturali esistenti sul pianeta). Tutto questo porta a diffidare della scienza in quanto tale, trascurando il fatto che la scienza non è né buona né cattiva in sé, ma piuttosto deve essere sottratta alle logiche del potere, e deve trovare un limite invalicabile nell’etica.

E’ dunque necessario, per favorire il passaggio dal pregiudizio alla riflessione, inoltrarsi sul terreno dell’inconscio collettivo con un autentico desiderio di comprendere. Il rigetto radicale e a-storico della scienza non può essere fermato dando dei “retrogadi” a coloro che esprimono queste posizioni, ma piuttosto promuovendo la nascita di contesti di gruppo in cui sia possibile, in un clima di ascolto tollerante, pensare insieme il rapporto tra scienza e potere,  scienza e profitto, scienza ed etica

 

Tra Psicodramma e Drammaterapia – un testo del 2015 riproposto per l’attualità dell’argomento

di Giovanna Bosco

Ripropongo  con alcuni aggiornamenti uno scritto del 2015, nel quale prendevo in esame alcuni aspetti di cruciale importanza per chi utilizza il teatro nel lavoro con i gruppi.  Mentre la pervasività  delle nuove forme di comunicazione tramite il web esclude sempre più la corporeità e con essa la possibilità di vivere relazioni di risonanza empatica con gli altri esseri umani, dando ad individui sempre più estromessi da un'autentica vita di relazione l'illusione di essere costantemente interconnessi, appare ancor più di un tempo feconda la dimensione gruppale, nel lavoro clinico, nella formazione e nei percorsi  esperienziali. Nell'ambito dei gruppi diventa di particolare interesse la possibilità di utilizzare il teatro quale forma di espressione in cui la parola diventa parola pienamente 'incarnata'.  

Nell'articolo che ripropongo, oltre a discutere alcuni nodi teorico-metodoligici che riguardano l' "agire" e il  "gioco", vengono presentati i tratti salienti di un metodo che nasce dall’integrazione dei contributi, a mio avviso più fecondi, provenienti da diversi approcci:   psicodramma Moreniano, psicodramma analitico e drammaterapia.   Segue la narrazione di una sessione di un gruppo esperienziale in cui si è utilizzato il teatro – inteso come spazio ludico dove ciò che avviene è sentito come profondamento’ vero’ pur essendo ‘per finta’  – per favorire il riconoscimento della ‘scena di gruppo’ e dei copioni ‘internalizzati’ e la loro trasformazione.

 

  Nel teatro troviamo una sintesi di tutte – o quasi tutte – le forme espressive, sia verbali che extraverbali, ed è per questo che, quando in un gruppo si ricorre alla drammatizzazione, l’esperienza che ne deriva è particolarmente trasformativa, coinvolgendo contemporaneamente una molteplicità di funzioni psichiche e di aree dell’esperienza.  La drammatizzazione si fonda su un paradosso: ciò che vi avviene è profondamente vero pur essendo per finta. continua a leggere…

L’incontro con la diversita’: introduzione al workshop del sett. 2019 e discussione di gruppo

INTRODUZIONE

di Giovanna Bosco

Poiché  si sostiene spesso che le ragioni della sicurezza rendono necessaria l’esclusione della diversità, vorrei iniziare proponendovi un pensiero sviluppato già anni fa da Diego Napolitani, fondatore della Società Gruppoanalitica Italiana.

Nel saggio “Identità, alterità, culture” (pubblicato sulla Rivista on-line Comprendere, n. 19, 2009)  segnalava che sicuro “viene  dal latino se-curum dove il se- indica privazione e cura significa ‘interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo che la nostra attività’ (Vocabolario Treccani)”.  Chi vuol essere totalmente  al sicuro vuole dunque essere esonerato da ogni interessamento per l’Altro.  “La tutela della propria identità, non solo individuale ma anche collettiva – aggiungeva  D. Napolitani – può arrivare al punto che la semplice apparizione del ‘diverso’ provochi una reazione d’allarme che scatena una violenza distruttiva (…)”.  Il diverso va così “eliminato” perché il suo stesso esistere è sentito come minaccia per la propria visione del mondo, assunta come continua a leggere…

Workshop “per restare umani”: introduzione, discussione, conclusioni

Premessa 

Giovanna Bosco

La mia relazione  è stata suddivisa in due parti, per introdurre le due fasi del workshop in cui si è sviluppata la discussione di gruppo.  La proposta di incontrarsi per  "mettere in comune emozioni e pensieri  per restare umani", era rivolta sia a colleghi psicoterapeuti e operatori delle professioni di aiuto che a cittadini interessati al tema, Il workshop si è svolto il 9 marzo 2019 presso la sede dell'Associazione E-spèira.

Le comunicazioni introduttive sono state volutamente brevi: il loro scopo era quello di permettere di focalizzare il tema e, in particolare la prima, di favorire  il riconoscimento e la libera espressione del disagio e delle paure che possono manifestarsi in ognuno di noi quando siamo esposti all’incontro con la  “diversità” continua a leggere…

Workshop “per restare umani”: riflessioni sul lavoro del gruppo

di Velia Bianchi Ranci

L’attesa di incontrare un gruppo nuovo è sempre carica di pensieri , emozioni e interrogativi che  sono quelli che poi orienteranno l’esperienza nel suo svolgersi.

Questo vale per tutti i partecipanti, ognuno a suo modo, e vale naturalmente anche per chi si assume il ruolo di accompagnare il gruppo nel suo  percorso. 

Quando ho incominciato a pensare all’incontro di gruppo offerto da Espèira con l’obiettivo di provare a riflettere sulla situazione sociale in cui siamo immersi, partendo dai nostri vissuti e dalle nostre paure, il mio primo pensiero/preoccupazione è continua a leggere…

Migrazioni e angosce persecutorie nelle popolazioni che ricevono i migranti

di Giovanna Bosco

Come professionisti della salute non possiamo ignorare i danni alla salute collettiva che la narrazione Salviniana sulle migrazioni sta causando: de-umanizzazione dell’Altro da sé; creazione di capri espiatori cui addossare stabilmente la colpa di ogni malessere personale e sociale, con conseguente perdita di contatto con il proprio Sé e la propria essenza umana.

Chi fa il nostro lavoro si rende conto  che non è sufficiente contrapporre informazioni e dati di realtà alla narrazione deformante sulle migrazioni o sulla presenza di gruppi etnici come i Rom. E’ una narrazione il cui appeal sta proprio nel ridurre fenomeni complessi sia sul piano politico-sociale che sul piano emozionale a spiegazioni semplificatrici e banalizzanti, continua a leggere…

Amed: storia di un viaggio senza approdo

di Ugo Giansiracusa

Riproponiamo qui, per gentile concessione dell'autore, un  testo di Ugo Giansiracusa, scritto e pubblicato nel 2009, ma ancor oggi attuale. Non solo per i suoi contenuti, ma per la qualità poetica della scrittura, che trascende i significati convenzionali del linguaggio scritto per farsi

"parola piena", emozione, immagine. Per noi che da tempo ci occupiamo  dell'indicibile, è forse questo l'unico modo per riaprire varchi di

umanità là dove si agitano i vessilli della paura e del disprezzo. continua a leggere…

Il lavoro nelle istituzioni: contributo di G. Bosco al Seminario del 23 febbraio 2018

 

Alle radici di un ossimoro

Ogni volta che mi soffermo a ripensare le mie esperienze nelle istituzioni, o che ascolto un gruppo di colleghi parlare delle istituzioni in cui lavorano, ho la sensazione di addentrarmi in un luogo pieno di contrasti e contraddizioni, di luci e di ombre, che solo degli ossimori possono  racchiudere e tenere insieme:  gusto dolceamaro? chiarezza tenebrosa? espansione vincolata? 

Le istituzioni sono oggetti complessi, e non è facile conoscerle,  non solo per il rapporto ambivalente che spesso abbiamo con le forme di organizzazione sociale fondate su norme e consuetudini vincolanti, ma anche per la intrinseca  contradditorietà delle istituzioni. continua a leggere…

Il lavoro nelle Istituzioni – contributo di F. Merlini al Seminario del febbraio 2018

 

Pubblichiamo qui di seguito il contributo di Franco Merlini al Seminario organizzato dall'Associazione E-spèira  il 23 febbraio 2018, dal titolo IL LAVORO NELLE ISTITUZIONI: PARLIAMONE 

 

Introduzione

Vi propongo una domanda: “Il bravo operatore è colui che si è ben formato, o colui che è abbastanza guarito?”

Sappiamo che curare e prendersi cura di sé, non è mai un’operazione dissociabile, soprattutto nel nostro mestiere (questa scelta infatti permette a qualcuno di continuare a curarsi e a qualcuno di non farlo mai). Non possiamo dimenticare che il nostro è un mestiere fondato sulla complessità e sulla soggettività, che per definizione non comportano tecniche d’intervento certe e ripetibili; e questo già introduce nel nostro lavoro di tutti i giorni una dimensione di incertezza.

Nella pratica clinica, la differenza  la fa,  la diversa capacità con cui l’operatore  riesce a stare col paziente continua a leggere…

La formazione delle immagini: introduzione al Seminario del 15 ottobre 2016

        di Giovanna Bosco

L’immagine è come un fiore che va trattato con delicatezza.
Darne un’interpretazione chiusa è come reciderlo dalla pianta,
per metterlo in un bicchiere dove avrà vita breve.
Soggettivare i vissuti che l’immagine suscita in ciascuno di noi
permette a nuovi fiori di sbocciare e nuovi frutti nascere,
dando inizio ad una storia aperta a nuovi sviluppi

 

 

Riporto in questo scritto la Relazione introduttiva da me tenuta il 15 ottobre 2017, integrata su alcuni punti da riflessioni successive stimolate dall’esperienza del Seminario. 

 

Una premessa
Poiché questo incontro di oggi  è la prosecuzione della riflessione comune iniziata con il Seminario del 15 marzo 2016 sui “Processi di elaborazione delle esperienze indicibili”, richiamerò brevemente, tra gli aspetti trattati nel precedente incontro, quelli che fanno da sfondo a quanto esporrò oggi, rinviando chi volesse approfondire agli scritti sull’argomento già pubblicati su questo stesso sito, e indicati in calce a questo testo:

 le immagini mentali sono il risultato di un’elaborazione non verbale e tuttavia già simbolica di molte informazioni che provengono o sono pervenute in passato dai vari canali sensoriali. Appartengono quindi alla sfera non verbale, analogica. Tuttavia differiscono dai processi di “elaborazione subsimbolica” (come li definisce Wilma Bucci), attraverso cui in modo inconsapevole e non intenzionale viene trattato il flusso continuo di sensazioni e informazioni che provengono dai nostri organi di senso e dall’interno del corpo. Pur non dando luogo a rappresentazioni, i processi “subsimbolici” hanno un grande valore e  sono alla base, tra le altre cose, dell’intuizione, un importante fattore terapeutico ‘nascosto’.

• La formazione di immagini  fa da ponte tra quel mondo sottotraccia che abbiamo definito subsimbolico - in cui vi è un flusso continuo di sensazioni che vengono dal corpo -  e il mondo delle parole, che per la loro radicale estraneità non potrebbero mai  incontrarsi tra loro. Le immagini possono svolgere questa funzione di ‘ponte’ perché da un lato mantengono l’ancoraggio al mondo dei sensi, proprio dei processi “subsimbolici”, ma allo stesso tempo hanno già in comune con le parole l’appartenenza al mondo dei simboli e delle rappresentazioni.

• Si è messo in luce nel precedente seminario che la psicoanalisi contemporanea, trovandosi a far fronte a nuove forme di disagio -  soggetti incapaci di riconoscere le loro emozioni e quelle degli altri, con limitata capacità immaginativa e prevalenza  del pensiero operativo, pratico – si è resa conto che il trattamento analitico classico, fondato sull’interpretazione verbale, con questi soggetti è poco praticabile. Questo  porta a rivalutare tutto ciò che nella relazione passa, più o meno consapevolmente, per il non verbale, in particolare la comunicazione corporea (le espressioni del volto, la voce, il ritmo, i movimenti del corpo, e così via). 

• Si è anche considerato che, nonostante il crescente interesse per la comunicazione corporea, resta la tendenza a restare difensivamente nella trincea dell’osservazione, anzichè riconoscere che anche noi siamo parte in causa, in quanto partecipiamo, per lo più inconsapevolmente, ad un fitto dialogo fatto di espressioni facciali, movimenti del corpo, tono della voce. Questo elemento di riflessione ci riguarda tutti: psicoanalisti e gruppoanalisti, arteterapeuti, formatori. Abbandonando il vertice dell’”osservazione” dell’Altro diventa possibile porci in ascolto – nel flusso delle comunicazioni da corpo a corpo – delle nostre sensazioni. Questa è la premessa perché i segnali che provengono dal nostro corpo possano trasformarsi in immagini. continua a leggere…

IMMAGINI: riflessioni sul Seminario del 15 ottobre

di Velia Ranci

Come seguito alle nostre riflessioni sull’indicibile emerse nel Seminario di marzo abbiamo scelto per il Seminario di ottobre il tema dell’immagine.
Abbiamo fatto questa scelta perché il nostro lavoro ci ha fatto toccare con mano quanto possa essere importante un’immagine, nei momenti in cui la relazione  si fa emotivamente impegnativa e difficile. Un’immagine che ci si presenta alla mente e che riusciamo a condividere, col paziente o col gruppo, è quella che permette di dare un significato e di imprimere una svolta alla relazione e al processo terapeutico.
 
 Le esperienze evocate nel Seminario del 15 ottobre mi hanno fatto riflettere su quanto le immagini si impongano alla mente; perché si impongono, si sostituiscono al pensiero di parole, in momenti emotivamente impegnativi.  Momenti in cui si è dentro all’immagine, ci si immerge nell’immagine. Questa è l’impressione che mi ha suggerito il racconto di Pierluigi.
 Durante un’escursione in montagna Pierluigi si accorge che un masso enorme sta precipitando nella sua direzione. continua a leggere…

L’incontro con il trauma: riflessioni su “Una stanza tutta per lei”

di Giovanna Bosco

Premessa
Dopo uno dei seminari tenuti presso la nostra sede sul tema dell’ “indicibile”,  in cui era emersa la potenza comunicativa delle immagini mentali, particolarmente quando la relazione si fa emotivamente impegnativa, Teresa Mutalipassi ci ha inviato un interessante scritto, pubblicato all’inizio di settembre,  in cui torna con il ricordo al caso di Nina, una giovane donna con una storia di abusi e maltrattamenti alle spalle, inviata a lei per una valutazione delle sue capacità genitoriali.  Lo scritto, coinvolgente, interlocutorio e generoso nel rivelare sensazioni, difficoltà, immagini, desideri, pensieri suscitati da quell’incontro, aveva stimolato due brevi ma significativi Commenti da parte di  Luciana Monzi e Vera De Luca.
Rileggendo quello scritto a distanza di un po’ di tempo insieme ai Commenti, son stata sollecitata a riflettere su varie questioni, in particolare:

- le difficoltà emotive e relazionali cui siamo esposti quando ci viene richiesta una valutazione delle capacità genitoriali rispetto a soggetti che, prima di diventare genitori,  sono stati bambini  maltrattati o abusati e che quindi arrivano a noi con un carico di sofferenze indicibili ma inscritte nel corpo, se sappiamo ascoltarlo. Chi vediamo di fronte a noi?  Una madre inadeguata? O che va sostenuta e aiutata a svolgere le funzioni materne?  O una ragazzina mal-trattata da proteggere?  Con chi ci identifichiamo e con chi empatizziamo?  Con il figlio? Con la madre? Con la bambina segnata da mille spaventi, abbandoni e abusi che è in lei? continua a leggere…

Una stanza tutta per lei

Presentazione

Caso emblematico quello di Nina, con una storia traumatica  fatta di maltrattamenti, abusi, rifiuti fin dalla più tenera età, inviata alla collega Teresa Mutalipassi per una "valutazione delle capacità genitoriali". Adolescente nell’aspetto nonostante i suoi 25 anni, Nina riversa sull’interlocutrice un fiume di parole spezzate e accavallate, spesso incomprensibili, tanto che per cercare di capire il “groviglio spaventoso di spaventi ed abbandoni” bisogna “ascoltare e guardare anche altro” : il suo corpo minuto, cresciuto a stento, cui sembra affidare il compito di parlare per lei attraverso i tatuaggi infantili, i colori sgargianti dei capelli, le tensioni ed i dolori,  quel suo muoversi continuamente sulla sedia che evoca il “corpicino di un neonato lasciato in uno spazio vuoto, esposto e non contenuto”, e così via. “Lasciare spazio alle immagini, ai suoni e alle emozioni associate a questi è stato l’unico modo per capire qualcosa di lei e del suo mondo” ci dice Teresa.  E dopo aver segnalato che non vede per Nina la possibilità di una terapia “canonica”, si pone e pone al lettore molte importanti domande.  Si tratta dunque di uno scritto fortemente interlocutorio, continua a leggere…

Seminario 12 marzo – Elaborare l’indicibile: I MATERIALI

Pubblichiamo, a cura dell’Associazione E-spèira, i materiali del Seminario del 12 marzo 2016, dal titolo: “Elaborare l’indicibile”. In questo testo il lettore potrà trovare:
-la sintesi della relazione introduttiva di Giovanna Bosco e degli interventi di Velia Ranci e Pierluigi Sommaruga
- la sintesi della discussione e delle comunicazioni che sono circolate ‘nel’ Seminario, e dei contributi scritti nati ‘dal’ Seminario e messi a disposizione da alcuni tra i partecipanti: Christian Colautti, Vera De Luca, Chiara Marazzini, Luciana Monzi, Teresa Mutalipassi.
- proposte e desideri di approfondimento
Lanciando uno sguardo verso il futuro, pensiamo di continuare la riflessione, organizzando  un secondo incontro sullo stesso tema dopo l’estate. La pubblicazione di questi materiali ha anche lo scopo di permettere a chi fosse interessato ad approfondire la questione dell’ “indicibile”, di potersi inserire in questo percorso di ricerca, e di partecipare al prossimo  incontro. 

 

Sintesi della relazione introduttiva di Giovanna Bosco

La relatrice introduce il tema del seminario segnalando due immagini – tratte dalla propria esperienza clinica, dall’attività di supervisione e dalla letteratura, che rappresentano un disagio riguardante continua a leggere…

I processi di elaborazione di esperienze ‘indicibili’ – parte 1°

di Giovanna Bosco

In questo articolo parto dalla constatazione che l’esistenza e l’importanza delle esperienze emotive “indicibili”, e l’accumularsi di nuove conoscenze provenienti dalle scienze neurologiche e dalla Infant Research, oltre che dalle esperienze cliniche, impongono  una revisione rispetto alla tradizionale visione gerarchica del rapporto tra verbale e non verbale, tanto che anche all’interno della stessa Psicoanalisi la concezione del processo terapeutico come “talking cure” (cura attraverso la parola) è ormai oggetto di interrogativi e ripensamenti.
In questa prima parte, dopo aver esaminato il contributo di Wilma Bucci  alla comprensione del rapporto tra verbale e non verbale, si mette in luce come sia importante non solo riconoscere la complessa rete di comunicazioni non verbali che, indipendentemente dalla tecnica e dai codici comunicativi  adottati, passano, in modo spesso non intenzionale e inconsapevole, tra terapeuta e paziente o tra i membri di un gruppo, ma anche distanziarsi dall’idea che “elaborazione” e “verbalizzazione” vadano di pari passo. Evitando sia la sopravvalutazione della parola, poco adatta a comunicare le emozioni, sia una visione “mistica” ed autosufficiente del non verbale, il lavoro terapeutico porta a cimentarsi con la co-invenzione, con ogni paziente o gruppo,  di un “particolare” linguaggio che connetta i diversi sistemi comunicativi, che consenta di includere ed elaborare le esperienze “indicibili”, e che sia abbastanza flessibile da modificarsi nel corso del tempo. Quest'ultimo punto verrà ripreso e sviluppato nella seconda parte, in corso di preparazione.


Rileggendo gli articoli con i quali ho contribuito al Circolo on-line ed i Commenti che hanno suscitato, mi sono sentita nuovamente sollecitata a riflettere su ciò che scriveva un anno fa Luisa Salvietti a proposito del mio scritto su Corpo e Voce nell’esperienza psicoanalitica.  Con molto garbo la collega mi faceva notare che il mio scritto aveva suscitato in lei ammirazione per “la semplicità sapiente” che traspariva dalle mie parole, in particolare dai casi clinici, ma che lo sentiva carente sul piano esplicativo. continua a leggere…

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