IL CIRCOLO ON-LINE

a cura di Giovanna Bosco

I testi qui pubblicati intendono offrire una base di discussione e circolazione di idee.
Possono scrivere i propri commenti e interventi, oltre ai soci, anche altri psicologi,
psicoterapeuti, arteterapeuti,   previa registrazione

INIZIATIVE

COVISIONE / SUPERVISIONE PER CONDUTTORI DI GRUPPI DI GENITORI

L'assciazione E-spèira ripropone anche quest’anno un gruppo di covisione/supervisione (max 6 membri), rivolto sia a psicoterapeuti che stanno già conducendo gruppi di genitori, sia a chi sta pensando di formare un gruppo di questo tipo.

Il gruppo sarà co-condotto da Giovanna Bosco e Velia Bianchi Ranci.
La cadenza degli incontri sarà: 1 volta al mese al sabato mattina, a partire dalle 10,30
Luogo: Associazione E-spèira, via G. da Procida 37, MILANO

PER MAGGIORI INFORMAZIONI:

cliccare su NEWS/PER TUTTI (barra azzurra del menu di navigazione in alto) 

oppure scrivere a info@espeira.it

 

NUOVE GENITORIALITA'

Segnaliamo un'iniziativa del Centro Milanese di Psicoanalisi Cesare Musatti che il 29 novembre 2017 presso la Casa della psicologia in Milano affronta il tema delle nuove genitorialità tra desideri, natura e cultura, con particolare riferimento a OMOGENITORIALITA' e PROCREAZIONE ASSISTITA.

http://www.cmp-spiweb.it/documenti/Nuove-genitorialita-2017-11-29.pdf

L’INCONTRO CON IL TRAUMA: riflessioni su “Una stanza tutta per lei”

di Giovanna Bosco

Premessa
Dopo uno dei seminari tenuti presso la nostra sede sul tema dell’ “indicibile”,  in cui era emersa la potenza comunicativa delle immagini mentali, particolarmente quando la relazione si fa emotivamente impegnativa, Teresa Mutalipassi ci ha inviato un interessante scritto, pubblicato all’inizio di settembre,  in cui torna con il ricordo al caso di Nina, una giovane donna con una storia di abusi e maltrattamenti alle spalle, inviata a lei per una valutazione delle sue capacità genitoriali.  Lo scritto, coinvolgente, interlocutorio e generoso nel rivelare sensazioni, difficoltà, immagini, desideri, pensieri suscitati da quell’incontro, aveva stimolato due brevi ma significativi Commenti da parte di  Luciana Monzi e Vera De Luca.
Rileggendo quello scritto a distanza di un po’ di tempo insieme ai Commenti, son stata sollecitata a riflettere su varie questioni, in particolare:

- le difficoltà emotive e relazionali cui siamo esposti quando ci viene richiesta una valutazione delle capacità genitoriali rispetto a soggetti che, prima di diventare genitori,  sono stati bambini  maltrattati o abusati e che quindi arrivano a noi con un carico di sofferenze indicibili ma inscritte nel corpo, se sappiamo ascoltarlo. Chi vediamo di fronte a noi?  Una madre inadeguata? O che va sostenuta e aiutata a svolgere le funzioni materne?  O una ragazzina mal-trattata da proteggere?  Con chi ci identifichiamo e con chi empatizziamo?  Con il figlio? Con la madre? Con la bambina segnata da mille spaventi, abbandoni e abusi che è in lei?

-  le problematiche relative al setting e all’approccio terapeutico da adottare con chi ha alle spalle una lunga storia di traumi ed abusi:  bisogna limitarsi a offrire ascolto empatico, sostegno, holding o è possibile e opportuna una qualche forma di elaborazione del trauma?  Quando ci rendiamo conto che una terapia “canonica” non è praticabile, e pensiamo ad un setting ludico-espressivo in cui ci sia spazio anche per la comunicazione non verbale,  che posto dare al nostro desiderio di offrire le carezze e gli abbracci che all’altro sono mancati? 
Ringrazio Teresa Mutalipassi, come pure  Luciana Monzi e  Vera De Luca per avermi dato l’opportunità di sviluppare qualche pensiero su queste questioni. Offro queste note a chi legge, senza alcuna pretesa di trattare in modo organico argomenti così complessi, con l’auspicio che contribuiscano a rilanciare la messa in comune di esperienze e riflessioni su questi temi.

Non è facile, quando l’incontro con l’Altro avviene in un contesto diverso dalla “cura”, in particolare quando  ci viene chiesta una “diagnosi”  oppure, come nel caso presentato da Teresa Mutalipassi, una “valutazione delle capacità genitoriali”, sviluppare un ascolto empatico. Durante i colloqui, infatti, siamo, almeno parzialmente, occupati dalle finalità valutative  assegnate,  e questo comporta tutto un lavorio di acquisizione di informazioni, formulazione di ipotesi, ricerca di conferme a queste ipotesi o loro modifica in base a ciò che man mano emerge. Questi pensieri riducono, anche in chi ha grandi doti di sensibilità e empatia,  quello spazio  interiore che è indispensabile per sviluppare pienamente un ascolto empatico.  “Ascolto” non solo del discorso verbale dell’Altro, ma anche  delle “sensazioni” che ci trasmette attraverso il ritmo e le vibrazioni della sua voce (lo sfondo sonoro  su cui scorre il fiume talvolta tumultuoso delle parole), e ogni altra forma di espressione del corpo. 

In una relazione di “cura” un ascolto libero da intenti valutativi  permette di risuonare con l’Altro e di sentire, sia pure in modo più attenuato, ciò che l’altra persona prova,  anche se non è in grado di esprimerlo attraverso le parole. E se non siamo occupati da un eccesso di echi derivanti da problemi nostri non risolti, c’è lo spazio perché da queste radici corporee nascano delle immagini che aprono alla scoperta di un senso emotivo e relazionale.  

Tuttavia anche in un colloquio con finalità valutative – qui sta il paradosso con cui siam chiamati a misurarci -  quando ci troviamo di fronte ad un “fiume di parole che si spezzano e si accavallano l’una sull’altra”, quando non c’è “filo” del racconto, come nel caso esposto, e neppure serve ascoltare con “attenzione minuziosa” e chiedere chiarimenti, solo un ascolto di tipo empatico può  permetterci di andare oltre la frustrante sensazione che nulla abbia senso e che noi stessi siamo incapaci di trovare un senso.

E’ dunque comprensibile  il disorientamento che prova Teresa Mutalipassi, il suo sentirsi “sprovvista di mezzi” quando si trova di fronte a parole incomprensibili e vuote che, anzichè “spiegare”, la confondono.  Finchè rinuncia a cercare chiarimenti e spiegazioni e si dispone ad ascoltare e vedere anche “altro”.  Scopre così che Nina, questa giovane dall’aspetto minuto di adolescente, con una lunga storia di svalutazione, rifiuti, abbandoni e violenze, è “corpo che parla, un corpo che vive a fatica, diventato grande a stento, che ti rimanda un senso di fragilità e preoccupazione, che ti fa sentire sull’orlo di un baratro e ti fa pronunciare parole silenziose: come fa? Come si regge in piedi, come la sua mente non è trascinata dalla follia?”  E nascono in lei molte immagini vivide: vede Nina come “un cucciolo impaurito”, proprio come uno dei cagnolini che ha tatuati sulla gamba.  Comprende che Nina non riesce facilmente a comunicare con le parole perché la sua storia è un groviglio doloroso di spaventi ed abbandoni e “come si fa a parlare di questo?” Si rende conto che la  “traduzione in parole” rischia di rendere tutto ancora più insostenibile. “E poi come si fa a fidarsi,  a lasciarsi andare nelle braccia di un altro, quando dalle braccia dell’Altro mille volte si è caduti?”.   La sua posizione  ora è cambiata, ha messo in stand by (o abbandonato?) le finalità valutative,  e questo le ha permesso di entrare intimamente nel mondo di Nina. Questa nuova disposizione empatica la porta a sentire ciò che Nina esprime con il suo corpo ma di cui non è ancora  consapevole, e prendono forma in lei  molte immagini vivide.  E’ ora in grado di dare  senso dentro di sé a molte comunicazioni non verbali di Nina, come ad esempio quando arriva all’appuntamento grondante di pioggia e  “il suo sguardo mi dice che lei non vale neanche la precauzione di prendere un ombrello per ripararsi”. 

Il racconto di Teresa Mutalipassi è emozionante e coinvolgente, del resto si sente che lei stessa è stata fortemente coinvolta, sul piano affettivo, dall’incontro con Nina.  L’immedesimazione empatica con Nina fa nascere in lei il desiderio di abbracciarla, accoglierla, darle calore, la porta a sognare di predisporre “una stanza dei giochi tutta per lei”,  a chiedersi quale approccio terapeutico sia indicato per Nina. Pensa ad una funzione di holding, e ad un setting in cui sia possibile, con cautela,” accarezzare il  corpo sofferente”, utilizzare i colori sgargianti che lei indossa e porta sui capelli per “provare a ri-disegnare la sua persona”.  E al tempo stesso si chiede e ci chiede quanto sia avvicinabile, quanto potrà fidarsi “chi è stato così profondamente violato, spaventato e deluso nella relazione con l’altro”. 

Prima di seguirla su questa strada, vorrei riportare l’attenzione sul contesto in cui nascono gli incontri con Nina, inviata alla collega per una valutazione sulle sue capacità genitoriali.  Un contesto che strada facendo sembra scolorire per lasciare posto al desiderio di offrire alla stessa Nina una relazione affettiva e protettiva che ripari le ferite e offra quel contenitore emotivo “materno” che le è mancato per l’inadeguatezza delle figure genitoriali che le sono toccate in sorte. Un desiderio così sentito da mettere fuori scena la relazione tra Nina e il suo bimbo di poco più di un anno.  Questo mi fa riflettere sulla difficoltà, quando si è chiamati a svolgere compiti come quello assegnato alla collega, a mettere in stand by le finalità valutative – che, quando sono una presenza troppo ingombrante,  rischiano di metterci nell’impossibilità di capire davvero quello su cui dovremmo dare un parere -  senza tuttavia escluderle completamente dal nostro orizzonte. Se è vero che valutazione e responsabilizzazione appartengono alla sfera del “paterno”, mentre l’accettazione incondizionata e la sintonizzazione empatica sono funzioni proprie del “materno”, come far coesistere dentro di noi queste polarità?  

Alcuni pensieri contenuti nei Commenti  ci aiutano ad aprire uno spazio di terzietà, in cui sia possibile  pensare, insieme al benessere di Nina, anche al benessere del suo piccolo bimbo.  “Cosa cucina d buono al suo bambino?” si chiede Luciana Monzi. E Vera De Luca si domanda come sia diventata lei stessa madre, in che modo riesce ad essere fonte di cura e nutrimento, e “se lo sa il suo corpo e la sua mente”.  E poi ancora osserva che forse ciò che può indurre Nina ad accettare “una buona holding” può nascere proprio dal desiderio di crescere questo figlio.

Vorrei ora tornare ai pensieri di Teresa Mutalipassi  su un setting e un approccio terapeutico  da predisporre su misura per Nina.  Anche se non sarà lei a poter accompagnare Nina in un percorso terapeutico, sogna una “stanza dei giochi tutta per lei”, e prova ad immaginare come dovrebbe essere. Pensa ad un contesto di contenimento e sostegno, in cui poter sviluppare anche attività ludico-espressive, e poter “ri-maneggiare  e accarezzare con cautela” il corpo violato e sofferente di Nina. E al contempo si chiede e ci chiede quanto sia avvicinabile e quanto potrà affidarsi chi ha una storia personale così traumatica, e quanto potrà accedere alla dimensione del “pensiero parlato”, oltre che dell’ “affetto” e della speranza.

Raccogliendo le sue sollecitazioni, mi limiterò a dire qualcosa, tenendo presenti anche i commenti già citati.

Il racconto di Teresa Mutalipassi ci dice che Nina ha subito trami e violenze fisiche, che solitamente danneggiano profondamente il proprio senso di sicurezza e integrità fisica, e traumi per cosi dire minori (come l’essere sballottata da un genitore all’altro e bistrattata) che tuttavia, quando sono  ripetuti nel tempo, hanno un peso negativo sul senso di integrità emotiva e sul vissuto che si ha di sé stessi e del mondo. 
Con il passar del tempo e il supporto di un nuovo ambiente che offra sicurezza e accettazione, che sia accogliente, amorevole e valorizzante, le ferite si possono riparare, e si può costruire o ricostituire quel senso di integrità che non si era sviluppato o si era spezzato, come segnala nel suo Commento Luciana Monzi attraverso il racconto di una storia a lieto fine “che sembra una fiaba ma è una storia vera”.

Nel mondo della psicoterapia c’è ampia concordanza sul fatto che con le persone che hanno subito ripetuti traumi è fondamentale che lo psicoterapeuta offra ascolto empatico, holding, sostegno, sicurezza, mantenendosi sul piano del ‘qui ed ora”.  Solo quando il senso di integrità, sicurezza e fiducia sarà consolidato, si potrà tornare a visitare, senza esserne travolti, i luoghi del passato,  così come la protagonista della storia raccontata da Luciana Monzi, una donna brasiliana che si è rifatta una vita in Italia, solo dopo vent’anni può pensare di tornare a incontrare persone e luoghi della sua infanzia nel Brasile dove è stata prima bambina abusata, poi ‘nina de rue’. Fuor di metafora, solo dopo  una lunga fase in cui il terapeuta si limita ad accompagnare ed offrire comprensione empatica si potranno riattraversare le esperienza passate, attenuandone la carica di angoscia, rabbia, paura, e sviluppare qualche forma di insight.

Bisogna tuttavia anche tener presente che solitamente ci si difende dall’evento traumatico confinando in una parte scollegata dall’esperienza di Sé sensazioni, emozioni, immagini che lo hanno accompagnato. Del trauma restano solo frammenti di memoria implicita, confinati in isole di non senso. Sensazioni ed immagini restano così congelate e indicibili (come il tatuaggio del cagnolino spaurito sul corpo di Nina, frammento arenato di un naufragio emotivo che Nina non può ricordare e tanto meno raccontare come esperienza vissuta), ma pronte a riattivarsi nel presente con la loro carica di svalutazione di sé, di senso di pericolo, di impossibilità a fidarsi del mondo, in modo imprevedibile e senza un apparente perché, e senza possibilità di ricondurli né all’evento traumatico passato, né a vicende attuali coerenti con tali vissuti. A volte le vicende traumatiche prendono la via della somatizzazione, e anche questo accade a Nina, e i mali del corpo diventato un sostituto del dolore psichico che potrebbe essere insostenibile, che potrebbe far impazzire. Altra volte ancora i soggetti che hanno subito traumi hanno adottato, per proteggersi, meccanismi di estraniamento rispetto a tutto ciò che li circonda, che impediscono loro di provare vere emozioni ed affetti, per cui vengono percepiti come indifferenti o inautentici.

Chi sente il desiderio di dare le carezze, il calore e l’affetto che sono mancati alla paziente spesso scopre  che la mano che si muove per accarezzare delicatamente può essere percepita, da chi ha subito maltrattamenti e abusi fisici, come qualcosa di pericoloso e minaccioso. Tuttavia il desiderio di accarezzare o tenere tra le braccia non va considerato come qualcosa di sbagliato. Se noi siamo in sintonia con l’altro prenderà diverse vie di espressione, si trasformerà in forme accettabili dal paziente. Potrà ad esempio manifestarsi, se è qualcosa di autentico e profondamente sentito, attraverso la nostra voce, conferendole un timbro carezzevole e una temperatura calda, o per meglio dire improntata ad un delicato tepore. E sarà allora la nostra voce,  più delle parole che diciamo, o dei gesti che vorremmo fare, ad offrire quella “holding” che sappiamo così importante. Non perchè ci sforziamo di modulare la voce in un certo modo, ma perché c’è una autentica e profonda corrispondenza tra ciò che sentiamo e ciò che la nostra voce esprime.

Mi sembra appropriata l’idea che in casi come quello di Nina sia buona cosa allestire un setting in cui poter svolgere anche delle attività ludico-espressive. L’esperienza mi porta a ritenere che il dispositivo gruppale sia il più adatto, ove possibile, a favorire l’espressività e il gioco. Una importante funzione del conduttore consisterà allora nel favorire nel gruppo lo sviluppo di un clima accogliente e ludico, poiché questo rende più tollerabile esprimere ed elaborare quelle sensazioni, emozioni e immagini che erano rimaste congelate e confinate in isole di non senso.
Si potranno ad esempio elaborare situazioni di abbandono o di intenso pericolo animando i personaggi delle fiabe, se si tratta di bambini, oppure, nel caso di adulti, ricorrere a dispositivi di improvvisazione teatrale, in modo da favorire un’esperienza  autenticamente vissuta ma al tempo stesso alleggerita dal fatto che quei frammenti di un passato indicibile vengono maneggiati attraverso  il  gioco (play nella lingua inglese significa per l’appunto gioco ma anche messa in scena teatrale).  Oppure mettere a disposizione dei materiali per colorare, disegnare, dipingere o fare del collages (una modalità che può essere facilmente adottata anche in un setting duale).  E molto altro ancora…  L’importante è non farsi guidare da schemi  precostituiti, ma scegliere di volta in volta le proposte più adeguate  in base a ciò che va emergendo  nel vivo del processo.

Noi possiamo immaginare tante cose su come potrebbe essere il percorso, così come non solo i genitori ma anche i nonni e gli zii fanno tante fantasie su come sarà il nascituro e su quello che si potrà fare insieme. Ma poi, quando il bambino verrà alla luce, sarà fondamentale, per poter accompagnare il suo sviluppo emotivo, che tutti – genitori, nonni e zii – dimentichino i mille progetti che hanno fatto, e ciò che hanno immaginato, per potersi sintonizzare con lui a partire dalle sue espressioni e da ciò che fanno risuonare in noi.

Una stanza tutta per lei

Presentazione

Caso emblematico quello di Nina, con una storia traumatica  fatta di maltrattamenti, abusi, rifiuti fin dalla più tenera età, inviata alla collega Teresa Mutalipassi per una "valutazione delle capacità genitoriali". Adolescente nell’aspetto nonostante i suoi 25 anni, Nina riversa sull’interlocutrice un fiume di parole spezzate e accavallate, spesso incomprensibili, tanto che per cercare di capire il “groviglio spaventoso di spaventi ed abbandoni” bisogna “ascoltare e guardare anche altro” : il suo corpo minuto, cresciuto a stento, cui sembra affidare il compito di parlare per lei attraverso i tatuaggi infantili, i colori sgargianti dei capelli, le tensioni ed i dolori,  quel suo muoversi continuamente sulla sedia che evoca il “corpicino di un neonato lasciato in uno spazio vuoto, esposto e non contenuto”, e così via. “Lasciare spazio alle immagini, ai suoni e alle emozioni associate a questi è stato l’unico modo per capire qualcosa di lei e del suo mondo” ci dice Teresa.  E dopo aver segnalato che non vede per Nina la possibilità di una terapia “canonica”, si pone e pone al lettore molte importanti domande.  Si tratta dunque di uno scritto fortemente interlocutorio, continua a leggere…

IMMAGINI: riflessioni sul Seminario del 15 ottobre

di Velia Ranci

Come seguito alle nostre riflessioni sull’indicibile emerse nel Seminario di marzo abbiamo scelto per il Seminario di ottobre il tema dell’immagine.
Abbiamo fatto questa scelta perché il nostro lavoro ci ha fatto toccare con mano quanto possa essere importante un’immagine, nei momenti in cui la relazione  si fa emotivamente impegnativa e difficile. Un’immagine che ci si presenta alla mente e che riusciamo a condividere, col paziente o col gruppo, è quella che permette di dare un significato e di imprimere una svolta alla relazione e al processo terapeutico.
 
 Le esperienze evocate nel Seminario del 15 ottobre mi hanno fatto riflettere su quanto le immagini si impongano alla mente; perché si impongono, si sostituiscono al pensiero di parole, in momenti emotivamente impegnativi.  Momenti in cui si è dentro all’immagine, ci si immerge nell’immagine. Questa è l’impressione che mi ha suggerito il racconto di Pierluigi.
 Durante un’escursione in montagna Pierluigi si accorge che un masso enorme sta precipitando nella sua direzione. continua a leggere…

LA FORMAZINE DELLE IMMAGINI: Introduzione al Seminario del 15 ottobre 2016

        di Giovanna Bosco

L’immagine è come un fiore che va trattato con delicatezza.
Darne un’interpretazione chiusa è come reciderlo dalla pianta,
per metterlo in un bicchiere dove avrà vita breve.
Soggettivare i vissuti che l’immagine suscita in ciascuno di noi
permette a nuovi fiori di sbocciare e nuovi frutti nascere,
dando inizio ad una storia aperta a nuovi sviluppi

 

 

Riporto in questo scritto la Relazione introduttiva da me tenuta il 15 ottobre 2017, integrata su alcuni punti da riflessioni successive stimolate dall’esperienza del Seminario. 

 

Una premessa
Poiché questo incontro di oggi  è la prosecuzione della riflessione comune iniziata con il Seminario del 15 marzo 2016 sui “Processi di elaborazione delle esperienze indicibili”, richiamerò brevemente, tra gli aspetti trattati nel precedente incontro, quelli che fanno da sfondo a quanto esporrò oggi, rinviando chi volesse approfondire agli scritti sull’argomento già pubblicati su questo stesso sito, e indicati in calce a questo testo:

 le immagini mentali sono il risultato di un’elaborazione non verbale e tuttavia già simbolica di molte informazioni che provengono o sono pervenute in passato dai vari canali sensoriali. Appartengono quindi alla sfera non verbale, analogica. Tuttavia differiscono dai processi di “elaborazione subsimbolica” (come li definisce Wilma Bucci), attraverso cui in modo inconsapevole e non intenzionale viene trattato il flusso continuo di sensazioni e informazioni che provengono dai nostri organi di senso e dall’interno del corpo. Pur non dando luogo a rappresentazioni, i processi “subsimbolici” hanno un grande valore e  sono alla base, tra le altre cose, dell’intuizione, un importante fattore terapeutico ‘nascosto’.

• La formazione di immagini  fa da ponte tra quel mondo sottotraccia che abbiamo definito subsimbolico - in cui vi è un flusso continuo di sensazioni che vengono dal corpo -  e il mondo delle parole, che per la loro radicale estraneità non potrebbero mai  incontrarsi tra loro. Le immagini possono svolgere questa funzione di ‘ponte’ perché da un lato mantengono l’ancoraggio al mondo dei sensi, proprio dei processi “subsimbolici”, ma allo stesso tempo hanno già in comune con le parole l’appartenenza al mondo dei simboli e delle rappresentazioni.

• Si è messo in luce nel precedente seminario che la psicoanalisi contemporanea, trovandosi a far fronte a nuove forme di disagio -  soggetti incapaci di riconoscere le loro emozioni e quelle degli altri, con limitata capacità immaginativa e prevalenza  del pensiero operativo, pratico – si è resa conto che il trattamento analitico classico, fondato sull’interpretazione verbale, con questi soggetti è poco praticabile. Questo  porta a rivalutare tutto ciò che nella relazione passa, più o meno consapevolmente, per il non verbale, in particolare la comunicazione corporea (le espressioni del volto, la voce, il ritmo, i movimenti del corpo, e così via). 

• Si è anche considerato che, nonostante il crescente interesse per la comunicazione corporea, resta la tendenza a restare difensivamente nella trincea dell’osservazione, anzichè riconoscere che anche noi siamo parte in causa, in quanto partecipiamo, per lo più inconsapevolmente, ad un fitto dialogo fatto di espressioni facciali, movimenti del corpo, tono della voce. Questo elemento di riflessione ci riguarda tutti: psicoanalisti e gruppoanalisti, arteterapeuti, formatori. Abbandonando il vertice dell’”osservazione” dell’Altro diventa possibile porci in ascolto – nel flusso delle comunicazioni da corpo a corpo – delle nostre sensazioni. Questa è la premessa perché i segnali che provengono dal nostro corpo possano trasformarsi in immagini. continua a leggere…

Seminario 12 marzo – Elaborare l’indicibile: I MATERIALI

Pubblichiamo, a cura dell’Associazione E-spèira, i materiali del Seminario del 12 marzo 2016, dal titolo: “Elaborare l’indicibile”. In questo testo il lettore potrà trovare:
-la sintesi della relazione introduttiva di Giovanna Bosco e degli interventi di Velia Ranci e Pierluigi Sommaruga
- la sintesi della discussione e delle comunicazioni che sono circolate ‘nel’ Seminario, e dei contributi scritti nati ‘dal’ Seminario e messi a disposizione da alcuni tra i partecipanti: Christian Colautti, Vera De Luca, Chiara Marazzini, Luciana Monzi, Teresa Mutalipassi.
- proposte e desideri di approfondimento
Lanciando uno sguardo verso il futuro, pensiamo di continuare la riflessione, organizzando  un secondo incontro sullo stesso tema dopo l’estate. La pubblicazione di questi materiali ha anche lo scopo di permettere a chi fosse interessato ad approfondire la questione dell’ “indicibile”, di potersi inserire in questo percorso di ricerca, e di partecipare al prossimo  incontro. 

 

Sintesi della relazione introduttiva di Giovanna Bosco

La relatrice introduce il tema del seminario segnalando due immagini – tratte dalla propria esperienza clinica, dall’attività di supervisione e dalla letteratura, che rappresentano un disagio riguardante continua a leggere…

I processi di elaborazione di esperienze ‘indicibili’ (parte 2°)

  di Giovanna Bosco

 

In questa seconda parte dell'articolo (la prima è stata pubblicata su questo sito nel luglio 2015) prendo in considerazione i contributi della Infant Research e le implicazioni per la psicoanalisi e gruppoanalisi della scoperta dei 'neuroni specchio'. Vengono poi discussi i concetti di emozione e di empatia in un’ottica di complessità, e viene messa in luce l’interdipendenza tra lo sviluppo del sistema nervoso e la qualità delle esperienze emozionali intersoggettive.

Tutto ciò ha a che fare con quell’area dell’esperienza umana che è ‘indicibile’. La stessa psicoanalisi va sempre più riconoscendo l’importanza dei ‘fattori terapeutici nascosti’, che hanno a che fare con l‘insieme di  comunicazioni non intenzionali e spesso non consapevoli, veicolate dagli aspetti prosodici del linguaggio parlato e dalle espressioni del viso e del corpo. Prendo poi in esame il concetto di ‘schema emozionale dissociato’ (W.Bucci), e faccio dei collegamenti con la mia esperienza terapeutica, esponendo due casi clinici in cui le tracce di eventi traumatici del passato, affidate ad un solo canale sensoriale, erano inizialmente esiliate in “isole di non senso”.

Nell’ultima  parte dell’articolo propongo degli elementi di riflessione, corredati da vignette cliniche, sui processi di elaborazione delle esperienze indicibili nel contesto psicoanalitico, e mi ricollego ad una domanda di Antonio Imbasciati sul posto che ha, nella formazione dell’analista, la comunicazione non verbale.  Porto infine l’attenzione sulla specificità dei processi di elaborazione nelle terapie a mediazione artistica e nelle artiterapie.

 

La scoperta dei neuroni specchio: implicazioni per la psicoanalisi e la gruppoanalisi

Si parla sempre più spesso di empatia come di un fattore fondamentale, oltreché nella relazione madre-bambino e nelle relazioni umane in genere, nel rapporto terapeutico.  La scoperta dei neuroni specchio da parte di Rizzolatti e altri (1996) toglie un po’ dell’alone mistico che ha sempre circondato questo concetto. Più in generale, tracciando nuove linee di collegamento tra fenomeni biologici e fenomeni psichici, contribuisce al superamento del pensiero dicotomizzato che per secoli l’essere umano ha avuto su se stesso, per lo meno nella cultura  occidentale, continua a leggere…

I processi di elaborazione di esperienze ‘indicibili’ – parte 1°

di Giovanna Bosco

In questo articolo parto dalla constatazione che l’esistenza e l’importanza delle esperienze emotive “indicibili”, e l’accumularsi di nuove conoscenze provenienti dalle scienze neurologiche e dalla Infant Research, oltre che dalle esperienze cliniche, impongono  una revisione rispetto alla tradizionale visione gerarchica del rapporto tra verbale e non verbale, tanto che anche all’interno della stessa Psicoanalisi la concezione del processo terapeutico come “talking cure” (cura attraverso la parola) è ormai oggetto di interrogativi e ripensamenti.
In questa prima parte, dopo aver esaminato il contributo di Wilma Bucci  alla comprensione del rapporto tra verbale e non verbale, si mette in luce come sia importante non solo riconoscere la complessa rete di comunicazioni non verbali che, indipendentemente dalla tecnica e dai codici comunicativi  adottati, passano, in modo spesso non intenzionale e inconsapevole, tra terapeuta e paziente o tra i membri di un gruppo, ma anche distanziarsi dall’idea che “elaborazione” e “verbalizzazione” vadano di pari passo. Evitando sia la sopravvalutazione della parola, poco adatta a comunicare le emozioni, sia una visione “mistica” ed autosufficiente del non verbale, il lavoro terapeutico porta a cimentarsi con la co-invenzione, con ogni paziente o gruppo,  di un “particolare” linguaggio che connetta i diversi sistemi comunicativi, che consenta di includere ed elaborare le esperienze “indicibili”, e che sia abbastanza flessibile da modificarsi nel corso del tempo. Quest'ultimo punto verrà ripreso e sviluppato nella seconda parte, in corso di preparazione.


Rileggendo gli articoli con i quali ho contribuito al Circolo on-line ed i Commenti che hanno suscitato, mi sono sentita nuovamente sollecitata a riflettere su ciò che scriveva un anno fa Luisa Salvietti a proposito del mio scritto su Corpo e Voce nell’esperienza psicoanalitica.  Con molto garbo la collega mi faceva notare che il mio scritto aveva suscitato in lei ammirazione per “la semplicità sapiente” che traspariva dalle mie parole, in particolare dai casi clinici, ma che lo sentiva carente sul piano esplicativo. continua a leggere…

Tra Psicodramma e Drammaterapia

di Giovanna Bosco

In questo scritto prendo in esame alcuni aspetti di cruciale importanza per chi utilizza il teatro nel lavoro con i gruppi – siano essi terapeutici o esperienziali o formativi – come i nodi teorico-metodoligici che riguardano l‘agire’ e il ‘gioco’, ed  espongo  alcuni tratti salienti di un metodo che nasce dall’integrazione dei contributi  a mio avviso più fecondi  provenienti da diversi approcci:   psicodramma Moreniano, psicodramma analitico e drammaterapia.      Segue la narrazione di una sessione di un gruppo esperienziale in cui si è utilizzato il teatro – inteso come spazio ludico dove ciò che avviene è sentito come profondamento’ vero’ pur essendo ‘per finta’  – per favorire il riconoscimento della ‘scena di gruppo’ e dei copioni ‘interni’ e la loro trasformazione.

 

  Nel teatro troviamo una sintesi di tutte – o quasi tutte – le forme espressive, sia verbali che extraverbali, ed è per questo che, quando in un gruppo si ricorre alla drammatizzazione, l’esperienza che ne deriva è particolarmente trasformativa, coinvolgendo contemporaneamente una molteplicità di funzioni psichiche e di aree dell’esperienza.  La drammatizzazione si fonda su un paradosso: ciò che vi avviene è profondamente vero pur essendo per finta. continua a leggere…

Psicoterapia gruppoanalitica del trauma (2° parte)

di Werner Knauss

La prima parte di questo articolo, ricevuto da Werner Knauss, è stata tradotta in italiano e pubblicata su questo sito il 28 giugno 2014. Facciamo ora seguire la seconda parte dello stesso articolo. 

La traduzione del testo è di Giovanna Bosco

 

 

Passerò ora ad un esempio clinico per illustrare come le vittime ed i responsabili di abusi sessuali possono elaborare in un gruppo misto il loro traumi derivanti dall’aver abusato sessualmente o dall’aver subito abusi.

 

6. Le vicissitudini dei processi di identificazione nella Psicoterapia Gruppoanalitica con un gruppo misto in cui sono co-presenti responsabili e vittime di abusi sessuali

La mia esperienza clinica e la Foulkes Lecture tenuta da Estela Welldon su come adeguare il trattamento al crimine (1997) mi hanno incoraggiato a intraprendere un processo inusuale. Decisi di creare, nell’ambito della mia attività professionale privata, un gruppo misto ad orientamento gruppoanalitico, che si incontrava due volte alla settimana ed era formato da nove pazienti, inclusi due responsabili e due vittime di abusi sessuali. Vi invito a seguire questi quattro pazienti ed i loro processi di identificazione – su cui mi concentrerò in questo lavoro – attraverso un percorso di psicoterapia gruppoanalitica che è durato in media due anni e mezzo.

Prima di correre il rischio di includere sia vittime che abusanti nello stesso gruppo ho preso in esame la letteratura significativa su questo argomento. La maggior parte di essa si riferiva a gruppi omogenei di vittime di abusi sessuali. Ho trovato solo due colleghi, Estela Welldon (1997) e Mathias Hirsch (2004), che riportavano processi molto promettenti realizzati in gruppi formati sia da vittime che da abusanti.

L’esperienza clinica che avevo potuto sviluppare supervisionando un’équipe che lavorava in una struttura psichiatrica forense con pazienti interni, ed inoltre facendo la supervisione ad un collega che conduceva, con una seduta settimanale, un gruppo omogeneo di pazienti esterni che erano tutti responsabili di abusi sessuali, aveva confermato il punto di vista dei miei due colleghi che i gruppi omogenei di abusanti o di vittime favoriscono meccanismi di difesa omogenei che ne limitano i risultati. Earl Hopper riferiva esperienze analoghe in un suo lavoro clinico riguardante un gruppo di sopravvissuti alla Shoah (Earl Hopper, Traumatic experiences in the unconscious life of groups).

Avevo iniziato la supervisione dell’équipe psichiatrica forense dopo un tragico incidente: continua a leggere…

Psicoterapia gruppoanalitica del trauma (1° parte)

di Werner Knauss

Pubblichiamo qui la prima parte di un articolo, scritto in inglese, ricevuto da Werner Knauss, già Presidente della Group Analytic Society (International),  

La seconda parte verrà pubblicata dopo l'estate 

La traduzione del testo è di Giovanna Bosco

 

 

1.  La Darkroom

In una performance di danza dal titolo“the Darkroom” (N.d.T.: “camera oscura” per sviluppare le pellicole, ma anche stanza oscurata di certi club privè dove si svolgono pratiche sessuali trasgressive) il protagonista assume il ruolo dello spettatore che osserva standosene in disparte. Egli desidera entrare in un gruppo di ragazzi che “vanno forte” ed è gradatamente attirato in una banda di giovani che hanno sviluppato un terribile rituale per il week-end. Con l’ausilio delle droghe e dell’alcol seducono gruppi di giovani donne in una Darkroom poi obbligano le donne ad avere rapporti sessuali con ciascuno di loro.

Pian piano il protagonista lascia la posizione dell’osservatore e viene attirato dentro il gruppo. Egli viene attaccato fisicamente, sminuito e umiliato perché è innamorato di una ragazza straniera, che viene dall’Inghilterra. Lentamente, entra in un rapporto di collusione con la banda. Infine assume il ruolo del cameraman e riprende le scene, che saranno poi vendute.

Questa performance riesce efficacemente a far sì che il pubblico assuma il ruolo, con cui la maggior parte degli spettatori si identifica, di chi osserva, stando in disparte, le terribili scene traumatiche che vengono sperimentate sulla scena e che hanno luogo tra la gang dei ragazzi e il gruppo delle ragazze. Tutti sono traumatizzati: gli autori delle violenze, le vittime e, indirettamente, il pubblico.

Durante la discussione che si svolge al termine della performance emerge chiaramente che il pubblico oscilla tra due posizioni: la rabbia suscitata dalle scene traumatiche: “perché sono costretto a guardare queste cose?” e la dissociazione espressa sotto forma di negazione: “tutto questo non ha nessun senso”. Alla fine sono sconvolti da ciò che hanno visto. Si identificano con gli autori delle violenze e con le vittime, soffrendo di controllo onnipotente, terribile ansia, impotenza e speranza che tutto ciò finisca e che i responsabili siano puniti.

E’ questo il nostro ruolo in un gruppo analitico quando uno dei pazienti descrive un trauma che ha provato. Quali sono le precondizioni per elaborare le esperienze traumatiche individuali e collettive? Quale potrebbe essere il compito di un gruppoanalista nel creare una situazione gruppoanalitica intesa come spazio sicuro in cui il trauma possa essere ricordato, descritto in ogni dettaglio ed elaborato? continua a leggere…

Corpo e voce nell’esperienza psicoanalitica

di Giovanna Bosco

Anche se nella tradizione psicoanalitica non manca l’attenzione ai fenomeni extra-verbali, fino ad ora la psicoanalisi ha per lo più ritenuto che tutto ciò che viene espresso con modalità diverse dalla parola rappresenti una regressione ai livelli primitivi (in quanto precedenti la nascita del linguaggio) dello sviluppo psichico. Da qui la tendenza a considerare il corpo del paziente – con le sue posture, la sua mimica, il gesti ripetitivi, le somatizzazioni – principalmente come oggetto di ‘osservazione’ da cui trarre indizi sui contenuti psichici ‘pre-verbali’, per poterli recuperare alla coscienza attraverso la parola.

Si tratta di un nodo problematico non più eludibile, con radici antiche nel pensiero occidentale, che richiede una profonda ri-considerazione.  La scissione corpo-mente, che pervade la nostra cultura, può essere fatta risalire a Platone. Affermando che la vera realtà è rappresentata dal mondo “ideale”, Platone stabilisce la matrice filosofica da cui deriverà la svalutazione di tutto ciò che è legato all’esperienza sensoriale, alla materia, al corpo (il mondo “sensibile”) che sarà poi ripresa dal Cristianesimo con Agostino, e successivamente da Kant.  Eppure il termine “sensibile” ha un doppio significato: si riferisce non solo a ciò che viene percepito attraverso i sensi, ma anche alla capacità di comprendere gli stati d’animo e le emozioni, proprie e altrui, il mondo della natura e dell’arte. E’ dunque presente, nel sentire comune, la connessione tra l’essere ‘radicati nel corpo’ e la capacità di provare emozioni e di conoscere l’Altro emozionalmente. continua a leggere…

L’abisso del vuoto, il tumulto del pieno

di Gloria Santone Marti

Introduzione di Giovanna Bosco
Riproponiamo qui, nel Circolo on-line, questo scritto di Gloria Santone Marti, già pubblicato nella sezione Esperienze del Bollettino E-spèira n.2. Il testo descrive due percorsi psicoterapeutici in cui si è scelto di introdurre il disegno partendo da due problemi opposti ma speculari: nel primo caso la difficoltà del paziente a comunicare con le parole, nel secondo una verbosità incessante e tumultuosa. Un 'vuoto' di cui non si intravvede il fondo e un 'troppo pieno',  che sono entrambi sentiti dalla terapeuta come rischio di sterilità, impedimento allo sviluppo di un processo realmente trasformativo.

Gloria era una psicoterapeuta che faceva parte dell’Associazione E-spèira e che aveva coraggiosamente imboccato, già alcuni anni prima della sua prematura scomparsa avvenuta alla fine del 2009, percorsi nuovi e creativi. Sono proprio i processi creativi a lanciare un ponte che può mettere in comunicazione il mondo della Psicoanalisi con quello dell’Arte, consentendo un incontro fecondo, generativo di nuove forme terapeutiche. Si potrebbe definire il lavoro che Gloria Santone Marti presenta in questo suo scritto una Psicoterapia a mediazione artistica. Si potrebbe anche parlare di Arteterapia , se non fosse che l’originalità del suo lavoro sta proprio nel fatto che esso travalica sia i canoni tradizionali della Psicoterapia ad orientamento analitico che quelli dell’Arteterapia.

Solitamente l’Arteterapia afferma di bandire dal suo orizzonte l’attività ‘interpretativa’ per focalizzarsi  soprattutto sullo sviluppo delle cosiddette risorse 'sane' del paziente, mentre in questo lavoro di Gloria Santone non si rinuncia a 'dare senso' a tutto ciò che avviene nel campo relazionale, compreso ciò che di 'inaridito' o 'sterilmente ripetitivo" emerge attraverso l’espressione grafica. Ma con una differenza sostanziale rispetto all’'ortodossia' psicoanalitica: la psicoterapeuta non si pone qui come ‘osservatrice neutrale’ che interpreta ciò che il paziente esprime sulla base di un determinato modello esplicativo della Psiche da cui discende un 'sapere già saputo'. La sua formazione, orientata in senso 'relazionale intersoggettivo' la porta invece a mettersi in gioco, a partecipare allo sviluppo di una relazione dialogica in cui entrambi i co-protagonisti si comunicano reciprocamente i loro vissuti e danno 'nuovo senso' alle rispettive espressioni grafiche.

Così ad esempio scrive l’autrice: “Andrea mi fa notare che il mio albero ha una chioma molto colorata, mentre il tronco è talmente nero da sembrare carbonizzato. Mentre disegnavo non mi ero accorta di quel contrasto: sotto qualcosa di inaridito e sopra tanta vita.  Notiamo che il disegno di Andrea è l’opposto: sotto la vita e sopra rami secchi. Nella nostra relazione è nato un primo momento di condivisione, in entrambi i disegni c’è una parte arida e una vitale (…)”  continua a leggere…

L’interpretazione nella prospettiva gruppoanalitica: il processo di “traslazione”

di Jaime Ondarza Linares

Giovanna Bosco ha voluto essere così gentile da invitarmi a scrivere un articolo in seguito al mio commento apparso su Espeira (11- VII-13) illustrandolo con esempi clinici tratti da un gruppo analitico che conduco nel mio studio.

E’ un gruppo che conduco da circa 10 anni: “slow open” nel setting gruppoanalitico sta ad indicare un gruppo inizialmente formato da 8-9 persone che man mano che finiscono la loro esperienza terapeutica vengono sostituite da nuovi membri. Tale caratteristica richiama essenzialmente il processo del “gruppo famigliare primario”, un po’ aperto alla partenza e all’arrivo di nuovi membri;  essendo tale fenomeno gruppale-esistenziale  (inizio, partenza, anche interruzione) un’esperienza da elaborare del processo terapeutico medesimo… Tornando al nostro gruppo clinico, nel momento presente non rimane alcun membro del gruppo iniziale, tranne me medesimo come terapeuta.  E’ composto attualmente da sette membri di cui riferiremo opportunamente nella seconda parte dell’articolo, esponendo  alcuni particolari clinici e cambiamenti, con particolare riferimento al Processo di Traslazione (Traslation Process) che diciamo ‘tout court’ é l’equivalente gruppoanalitico dell’interpretazione nel processo psicoanalitico duale.

La mia presente esposizione si articola col precedente mio commento fatto alla suggestiva richiesta di Giovanna Bosco, che intitolava “Dal tramonto dei modelli intrapsichici all’orientamento relazionale”, domandandosi cosa è veramente l’interpretazione nella contemporanea psicoterapia  e delineando alla fine un “confronto tra orientamento intrapsichico e orientamento relazionale”.

Sottolineo che personalmente cerco di affrontare l’argomento dalla mia posizione di gruppoanalista, continua a leggere…

Andar per gruppi

di Giovanna Bosco

Non ho saputo resistere alla tentazione di prendere a prestito da Lo Verso (1998) l’espressione “andar per gruppi”, perché questa immagine è fortemente evocativa.

Anzitutto ha suscitato in me il pensiero che la nostra stessa vita è un “andar per gruppi”: dal gruppo familiare in cui abbiamo fatto le nostre prime esperienze sin dal momento in cui ci siamo affacciati al mondo, a tutti gli altri gruppi di cui abbiamo via via fatto parte, diventando ciò che ora siamo.

Pensando poi al gruppo come strumento di intervento nell’ambito della psicoterapia, delle artiterapie, della formazione, ecc. “andar per gruppi” ci parla del fatto che chi intende lavorare nel setting di gruppo deve sapersi muovere e orientare tra una vasta gamma di gruppi.
Ci sono gruppi aperti e gruppi chiusi; gruppi di breve o media durata e gruppi in cui i componenti possono restare finché ne sentono il bisogno ed il desiderio; gruppi “di parola” e gruppi che ricorrono in modo prevalente a forme di espressione e comunicazione non verbale; gruppi dalla composizione diversificata e gruppi omogenei. L’elenco dei possibili gruppi omogenei è pressochè infinito: adolescenti, donne, genitori, oppure soggetti che hanno in comune un passaggio critico della vita, come la menopausa, o una specifica problematica o sofferenza, come nel caso di una particolare malattia o di un lutto o della dipendenza da droga, fumo o alcool.  

Il contesto non è solo e necessariamente quello terapeutico. Come del resto metteva in luce già Foulkes (1975), riconosciuto come il fondatore della Gruppoanalisi europea, i principi gruppoanalitici possono essere applicati non solo ai gruppi terapeutici ma anche a molti altri tipi di gruppi continua a leggere…

- Copyright -

Il materiale pubblicato in questo sito può essere letto e utilizzato, purchè non a fini di lucro.
Gli articoli, i numeri della Rivista e ogni altra parte riproducibile possono essere utilizzati esclusivamente per fini personali.
In caso di riproduzione, anche di brani limitati o di singole frasi, c'è l'obbligo di citare fonte e autore.